Storia proletaria di un secolo – Aleksander Koren da “Primorski dnevnik”

25 March, 2021 - 16:31
autore/i: 
Aleksander Koren
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da Primorski dnevnik

 

La farina dei partigiani con il sottotitolo “Una saga proletaria lunga un secolo” è allo stesso tempo un libro di storia e di narrativa. Come suggerisce il sottotitolo, l’opera descrive (realisticamente) la vita di tre generazioni della famiglia Fontanot-Romano-Marini, orgogliosamente lavoratori, comunisti, socialmente impegnati e antifascisti. Nel contempo l’autore, lo storico Piero Purich, e Andrej Marini, nipote di Piero Romano, capostipite della saga, spalancano l’orizzonte sulla vita nella Bisiacaria, il territorio tra il Timavo e l’Isonzo, dove il mondo friulano si fonde con quello triestino e sloveno, generando un singolare dialetto, un originale modo di pensare e una particolare visione del mondo.

 

Il patriarca del clan, Piero Romano, è un maestro d’ascia del cantiere navale di Monfalcone fondato nel 1907 dalla famiglia Cosulich. Gode di una buona fama come lavoratore ed ha un proprio status sociale riconosciuto. Per questo dopo la guerra, non può accettare le nuove condizioni portate dalla transizione dall’Austria-Ungheria all’Italia. E’ sindacalmente impegnato, entusiasta delle nuove idee comuniste, troppo bravo ed insostituibile perché i prepotenti padroni se ne privino, lotta per i diritti dei colleghi – i più ribelli sono vittime delle squadre fasciste.

 

Allo scoppio della seconda guerra mondiale decide (come tutti i suoi famigliari) di appoggiare la Resistenza: la sua casa diventa una base logistica dove vengono nascosti cibo (da ciò il titolo del libro) e rifornimenti per i partigiani. In questa lotta non è solo: dietro di lui si infiammano centinaia di proletari monfalconesi che, nel settembre del ’43, dopo il tentativo di difendere Gorizia dall’arrivo degli occupatori tedeschi, entrano in massa nelle fila del movimento di liberazione sloveno.

 

Piero con le sue idee entusiasma anche il genero Edi, che poco prima della fine della guerra viene fucilato dai cosacchi a Tarcento e per tutta la vita soffrirà per le conseguenze delle ferite. Edi è tra quelli che dopo la guerra partono per la Jugoslavia a “costruire il socialismo”. Gli autori Purich e Marini descrivono senza edulcorarla la dolorosa esperienza dei tanti che in Jugoslavia hanno subito la persecuzione per essere rimasti fedeli a Stalin. Vengono delusi non solo dalla Jugoslavia, ma anche dal partito comunista italiano, che prima li ha incoraggiati ad agire contro Tito, ma dopo la riappacificazione tra Mosca e Belgrado ne ha cancellato tutte le tracce. Il “compagno Edi”, a Fiume dove si è trasferito, ha un’aureola di invalido di guerra che gli ha evitato il pogrom, ma ritorna a casa, le dolorose tribolazioni non hanno scosso le sue convinzioni nella giustezza delle proprie idee ed ideali, ma anche l’Italia democratica non soddisfa le sue aspettative. In questo spirito si forma anche suo figlio Andrej, anima inquieta e ribelle, che, alla ricerca di una pace interiore e della giustizia, lavora duramente in tutto il mondo, dal vicino oriente, all’Africa, al Centroamerica.

 

Il libro La farina dei partigiani (edizioni Alegre, circa 460 pagine, 18 euro) è interessante e ben scritto, anche i salti temporali tra le varie epoche sono efficaci. Grazie ad essi ci troviamo immersi in situazioni diversissime: la descrizione della caotica fuga dei nazisti e dei collaborazionisti negli ultimi giorni di guerra, le condizioni del fronte in Galizia e dei profughi nella prima guerra mondiale, l’emigrazione del primo dopoguerra e la nascita del fascismo, la storia “reale” delle barricate a Pieris per impedire l’arrivo a Trieste dei ciclisti nel Giro d’Italia del 1946 e altro ancora. Lo storico Purich, alla fine, non dimentica la bibliografia, con la quale inquadra e suffraga tutti gli avvenimenti descritti. Il libro guarda alla realtà attraverso gli occhi dei protagonisti, si identifica completamente con le loro convinzioni, “si sa” chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Sotto questo punto di vista ricorda il celebre film di Bertolucci Novecento, per il modo di narrare e per l’uso del dialetto, ma anche il romanzo di Pennacchi Canale Mussolini.

 

Chiaramente lasciamo ai critici di professione il giudizio sul valore letterario, ma la lettura della descrizione di come i lavoratori, con manovre complesse effettuate nel profondo del bacino di carenaggio, varano la nave, costruita con il loro sudore, mentre sul molo l’elite celebra il “proprio” successo, tocca e affascina il lettore, cosa che conferma la luminosità dello storico, musicista e scrittore Purich.

 

Il valore del libro sta anche in quest’altro aspetto: offre al lettore medio italiano un punto di vista che è completamente opposto alla narrazione postbellica dominante, nazional(ista) e unilaterale, delle circostanze nelle nostre zone durante il “secolo breve”. Ed proprio per questo, perché non corrisponde neanche lontanamente a questa narrazione dominante (soprattutto quando descrive la varietà etnica del territorio e la multinazionalità della lotta di liberazione) che viene nascosto o completamente negato.