Noi (non) siamo quello che mangiamo. Carne, islamofobia e costruzione dell’altro

16 July, 2020 - 09:58
autore/i: 
Lorenzo Mari, Igiaba Scego

Incisione antisemita tedesca del XV secolo. Nella rappresentazione la scrofa («Judensau») nutre gli ebrei, riconoscibili dal copricapo, con latte ed escrementi.

 

La conversazione che segue si è sviluppata tra Wolf Bukowski, Igiaba Scego e Lorenzo Mari negli ultimi mesi, fortemente segnati – com’è noto – dalla crisi pandemica globale. L’occasione di partenza è stata fornita dalla recente pubblicazione del saggio di Mari “Us and Them, or We Are Not What We Eat: Meat Consumption and Islamophobia in Contemporary Italian Culture and Politics” all’interno dell’antologia The Last Forty Years of Italian Popular Culture (Cambridge Scholars Publishing, 2020), a cura di Enrico Minardi e Paolo Desogus.

 

LM: Nel saggio ho cercato di affrontare alcune questioni legate alla storia culturale della carne in Italia così come si sono sviluppate negli ultimi anni. Naturalmente se si cerca di delimitare – con una strumentazione che soltanto in partenza deriva dalla tradizione dei Cultural studies – un oggetto di studio che si può provvisoriamente definire “storia culturale della carne”, ci si accorgerà come questa sia ormai misurabile su scala globale. Ne dà conto ad esempio Francesco Buscemi nel recente From Body Fuel to Universal Poison (2017), sottolineando come nelle “società occidentali” – altro termine costantemente sotto revisione – la carne sia passata dall’essere considerata un “carburante energetico” all’essere trattata come “veleno”: la carne, dunque, è stata esclusa da molti regimi alimentari (vegetariani, vegani, ecc.), mentre il suo consumo è stato strenuamente difeso da altre posizioni.

Senza necessariamente rimandare a un’accezione negativa del termine, la costituente ideologica dei discorsi che sostengono l’una o l’altra scelta è chiara. Tuttavia, nel caso dei discorsi in “difesa della carne”, in ambito occidentale – e in particolar modo italiano – se ne possono registrare con una certa facilità le componenti sessiste, xenofobe e islamofobe. Nelle pratiche di esclusione della carne il nesso tra carne e mascolinità risulta più facilmente decostruito – come ha dimostrato una lunga tradizione della quale val la pena citare almeno uno dei possibili capostipiti, The Sexual Politics of Meat (1990) di Carol Adams, libro recentemente ripubblicato in traduzione italiana.

Restando al caso dei legami della “difesa della carne” con elementi variamente xenofobi e islamofobi, un simile discorso ha trovato risonanza in una moltitudine di pratiche: chi non ricorda la passeggiata bolognese con maiale al guinzaglio di Roberto Calderoli nel 2007, in un’area che sarebbe dovuta diventare moschea, allo scopo esplicito di “profanarla”? O le più recenti polemiche sul rifiuto del cibo nelle mense scolastiche o nei centri di detenzione per migranti?

 

WB: La passeggiata con l’incolpevole maiale, e tutta la costruzione ideologica che l’ha accompagnata, non hanno solo costruito un “nemico” ma, come tipicamente avviene, ridefinito il confine dei “nostri” e del “nostrano”. Se nel discorso razzista “noi” siamo quelli che primo mangiamo maiale, secondo esponiamo il crocefisso, terzo sventoliamo la bandiera, allora questo “noi” esclude milioni di persone che vivono in Italia e non mangiano maiale per i più vari motivi; esclude i fedeli di religioni che non venerano il crocefisso, gli atei e persino quei cristiani che mai si sognerebbero di esibire un crocefisso in un contesto politico-ideologico; esclude quelli che provano i brividi sì, ma non d’emozione patriottica, di fronte alla bandiera. Io, per dire, sarei escluso in modo triplice, se il criterio della piena cittadinanza – perché a ciò poi va a parare questa ideologia razzista nella sua ambizione a diventare legge – è crocefisso, maiale e bandiera.

 

LM: Ti ringrazio per aver allargato la prospettiva. Credo che sia un ampliamento necessario, per non limitarsi poi a una critica della xenofobia o dell’islamofobia che, in ultima istanza, riproduca tale e quale la “costruzione della vittima” per chi sia fatto oggetto di questi discorsi e pratiche.

Nel saggio, ad esempio, propongo di analizzare l’ideologia partendo dalla sua configurazione semiotica, in omaggio al Superuomo di massa (1976) di Umberto Eco, eletto a punto di riferimento principale per l’intera antologia di saggi. Oltre a svincolare l’analisi dal pregiudizio “progressista” per il quale la cultura popolare è sempre sovversiva, in ogni sua istanza, rispetto alla cultura cosiddetta “alta”, Eco sottolinea la componente retorica di ogni discorso ideologico, un elemento che si rivela fondamentale poiché, in questa prospettiva, l’obiettivo principale della costruzione ideologica è quello di sottostimare o di ignorare deliberatamente la complessa contraddittorietà dello spazio semantico al quale essa si riferisce, appiattendo del tutto quello spazio sulle proprie posizioni. Nel caso dell’unità culturale – non più soltanto semema, nella teoria semiotica di Eco – che prende il nome di “identità italiana”, da te richiamata, la riduzione ideologica a “crocefisso, maiale e bandiera” rappresenta dunque una selezione di alcuni tratti a discapito di altri (dal punto di vista della retorica classica, l’equivalente dell’inventio) e la loro organizzazione in un modo che li faccia risaltare come gli unici possibili (l’equivalente della dispositio).

La dimensione della retorica è dunque imprescindibile se si vuole far emergere una contraddizione che vale, anche dal punto di vista socio-semiotico, per tutti. Nei vostri testi – il racconto “Salsicce” (2005) di Igiaba Scego e il saggio ibrido La santa crociata del porco (2017) di Wolf Bukowski – tale costruzione retorica è rimessa in gioco, con variazione decisive che riguardano soprattutto i termini classici della inventio e della dispositio.

Nel primo caso penso al modo in cui la narratrice si sottopone – non solo volontariamente, ma lasciando percepire la pressione sociale che la spinge – all’acquisto, preparazione e consumazione della carne. Ognuno di questi passaggi consente di leggere in filigrana la problematica adesione della narratrice a quella presunta “italianità” che dovrebbe corrispondere al consumo delle salsicce. Si evidenzia lo scarto che esiste tra lo spazio del riconoscimento identitario e il possesso della cittadinanza italiana – scarto spesso neutralizzato e occultato da quel discorso nazionalista che nutre le retoriche xenofobe e islamofobe già ricordate. Anche in questo racconto la questione non riguarda soltanto la narratrice, come si evince ad esempio dalla citazione delle impronte digitali richieste dalla legge Bossi-Fini, una tecnologia di riconoscimento e controllo poi estesa su tutto il territorio nazionale, e a tutti i soggetti, anche “comunitari”.

 

IS: Molte persone sono state forzate a mangiare cibi non graditi per non essere discriminati o per non essere sottomessi. Penso alle suffragette che in Inghilterra venivano costrette all’alimentazione forzata per interrompere i loro scioperi della fame. Il cibo è uno spazio dove dinamiche di potere si sono da sempre inserite con estrema brutalità. Per esempio c’è una scena nel Don Quijote di Cervantes che in questo è molto eloquente e ha come protagonista il morisco Ricote. L’episodio occupa i capitoli liv, lxiii e lxv della seconda parte del Don Quijote. Sancho Panza incontra casualmente in terra aragonese il suo vecchio vicino di casa Ricote. Il morisco teoricamente non si dovrebbe trovare lì. Infatti i moriscos, ovvero i musulmani costretti a rinnegare la loro religione e farsi cristiani, erano stati espulsi nel 1609 (come prima gli ebrei nel 1492) dalla cristianissima Spagna. Ma Ricote non riesce a stare lontano da quella che considera la sua terra, la propria casa. L’incontro tra i due vecchi vicini inizia nel segno dell’ironia cervantina. Il vecchio bottegaio morisco entra in Spagna accompagnato da alcuni pseudopellegrini stranieri. Questi sono subito caratterizzati come personaggi negativi, cialtroni che truffano e – quando non chiedono elemosine a sbafo – non disdegnano la rapina. Sancho viene invitato dal suo vecchio vicino a unirsi alla compagnia per mangiare e riposarsi. Le vettovaglie fornite dai pseudomendicanti sono abbondanti e degne di qualsiasi cristiano viejo – così venivano chiamati i cristiani da generazioni, dal sangue “puro” non ebreo e non musulmano – della penisola. C’è molta carne di maiale, salame e prosciutti a profusione in questo banchetto improvvisato, naturalmente vino a fiumi. Sancho è meravigliato della scena che ha davanti agli occhi e si chiede come mai Ricote, che non mangia carne di maiale, si sia trasformato in un tedesco mangiasalami. Questa ostentazione del consumo di maiale non è casuale. Mangiare vistosamente carne di maiale è uno dei migliori lasciapassare in quella cristianissima Spagna che ha espulso proprio quei gruppi (ebrei e musulmani) che il maiale non possono mangiarlo per ragioni religiose. Dunque Ricote, morisco e vicino di casa di Sancho, per rientrare in Spagna (a casa sua, bene ricordarlo) deve dissimulare la propria vera natura. Ma altri alimenti citati da Cervantes nella descrizione del banchetto potrebbero invece tradirlo. Per esempio il caviale del mar Nero, che fa capolino tra salami e prosciutti, considerato una prelibatezza da greci e turchi. Le olive invece erano apprezzate per la loro dolcezza e alle persone di origine araba le cose dolci sono sempre piaciute. Basti pensare che anche il traduttore del Don Qujote (nella finzione cervantina è un libro scritto da un autore arabo che segue le vicende del cavaliere errante, e tradotto da un morisco, che Cervantes dice di aver trovato al mercato) è pagato con uva passa, cibo dolce, cibo da musulmano e quindi cibo poco virile. È chiaro che Ricote si unisce ai pseudopellegrini tedeschi per confondersi nella massa e anche il suo mangiare maiale, il suo bere vino, sono un tentativo di nascondersi all’occhio dell’autorità.

In fondo questo stigma sul cibo degli altri che descrive Cervantes, e il costringere gli altri ad adeguarsi agli standard occidentali, succedono ancora oggi. Ricote vuole solo tornare a casa propria, l’editto di espulsione è la maggior tragedia che abbia colpito il suo popolo. Ma poi nella narrazione lo vediamo che elogia il suddetto editto, anche lì chissà se per dissimulare i suoi veri sentimenti. Pur essendo un passaggio minore della grande opera cervantina ci fa capire come il cibo non abbia mai un significato neutro e come tutto sia stato razzializzato (e mascolinizzato all’estremo) e come tutto possa essere rivelatore della linea di separazione che le autorità, con leggi liberticide, hanno creato.

 

WB: Quanto evocato da Igiaba mi ha fatto ripensare a un’amara poesia di Antón de Montoro, ebreo convertitosi nel clima persecutorio del quindicesimo secolo spagnolo:

 

Ho recitato il Credo e adorato

pentole di strutto denso,

ciccioli a cottura lenta,

ho pregato e ascoltato messa,

mi son segnato e ho invocato

i santi, e niente può cancellare

questo mio marchio di confeso.

 

Confeso è il judeoconverso, altrimenti detto “marrano”. L’ultima accezione di marrano riportata dal Diccionario de la Real Academia (2014) è quella che significa, appunto, “ebreo convertito”. E la prima qual è? Cerdo, cioè “maiale”. Ed eccoci quindi di nuovo lì.

 

IS: A me ha sempre colpito il fatto che chi storicamente si è messo sul piedistallo dei popoli dispensatori di “civiltà”, e si è dato un ruolo dominante, abbia poi attribuito i propri peggiori difetti all’altro per distruggerlo. Basti pensare a quello che è successo in Europa a ebrei e musulmani. Per secoli sono diventati catalizzatori di pulsioni che da sempre hanno agitato un mondo cristiano/occidentale che covava già in seno imperialismi e industrializzazione capitalistica della violenza.

Basti pensare alla storia fabbricata in ambienti antisemiti dell’omicidio rituale dei bambini cristiani durante la festività della Pasqua ebraica. Storia inventata di sana pianta, ma che ha circolato indisturbata dall’undicesimo secolo in poi e che ancora purtroppo circola nei siti dei suprematisti. Tutti noi abbiamo visto, almeno una volta nella vita, un qualche manufatto artistico dove ebrei (rappresentati con barba lunga e ispida) con tenaglie e altri aggeggi di tortura spillano il sangue a bambinelli bianchi come le nuvole e ignari del loro martirio. Bambinelli come Simonino, figlio di un conciatore di Trento, il cui corpo fu ritrovato in un canale di scolo nel 1475. Il bambino fu poi elevato a martire dalla chiesa (e ne sarà revocata la santità solo in tempi recentissimi) per accontentare gli istinti antisemiti della città. La morte del bambino portò a uno dei processi più infami della storia, finito con la morte degli imputati, ovvero tutti i quindici membri della comunità ebraica della cittadina.

Questi omicidi rituali inventati, fake news ante litteram, hanno sempre avuto un forte contatto con la carne di maiale. Sappiamo bene quanto sia consumato in terra cristiana questo animale che viene abbattuto, dissanguato, scannato. Tutto questo è fatto perché la carne rimanga sempre tenera e lavorabile. Del maiale non si butta via niente e la sua uccisione ha seguito nei secoli un rigido rituale. Ed è qui che avviene il rovesciamento di senso. Gli ebrei come sappiamo hanno una interdizione al consumo di carne di maiale e la stessa interdizione ce l’hanno con il sangue in genere. Invece sono stati sempre descritti, dalla storia antisemita, esattamente come il loro contrario, ovvero come assetati di sangue. Il bambinello in fondo nella storia antisemita è una sorta di sostituto del maiale. Entrambi hanno carni tenere, entrambi sono carne da macello. Non mangiare maiale è stato visto dai cristiani come atto sospetto, e questo ha portato alla conclusione che gli ebrei, così almeno diceva la vulgata, erano essi stessi maiali. E quindi risolto il mistero: gli ebrei non potevano mangiare i loro simili. C’è sempre stata in questa diceria una connotazione fortemente razziale e divisoria. Dove si è voluto esprimere senza troppi giri di parole il fatto che la “razza” ebraica non era umana, ma aveva in sé una componente bestiale e brutale che andava soffocata. Noi sappiamo oggi per fortuna che le razze non esistono, ma esistono purtroppo ancora le razzializzazioni e le inferiorizzazioni di gruppi interi di persone. Basti pensare alle rappresentazioni medievali dove ebrei si nutrono di latte di scrofa ed escrementi. O come nelle rappresentazioni del Carnevale, per esempio a Roma, i rabbini in alcune pièce teatrali sono stati rappresentati come maiali. Poi va detto che in generale attribuire una “maialità” (termine che non esiste ma dà il senso di quello che voglio dire) agli altri, considerati diversi da sé, come in questo caso gli ebrei, è stato anche un modo di allontanare da sé stessi una sedicente accusa di cannibalismo.

Che il maiale fosse un animale speciale lo avevano capito già gli antichi. È sempre stato un animale molto intelligente, di buona indole, gioioso, ma capace di provare anche una serie di sentimenti intrecciati come angoscia, paura, gioia, rabbia. Esattamente come noi. Recentemente poi si è scoperto che gli organi interni dell’animale siano compatibili con i nostri di essere umani. E in fondo noi tutti vediamo nel maiale un parente, qualcuno che è stato noi prima che noi fossimo noi. Quindi per ucciderlo brutalmente e poi mangiarlo si doveva giustificare questo atto di cannibalismo denigrando l’animale, attribuendogli caratteristiche demoniache e lussuriose. Ancora oggi diciamo “sei un maiale” per descrivere un uomo assetato di sesso promiscuo. Allontanare da sé, dalla propria umanità, il sospetto, ha permesso alle persone di giustificare l’uccisione e il consumo di questo animale.

Poi, in un certo senso, per chi consumava questo animale vedere che c’era chi non lo facesse mandava su tutte le furie. Quasi fosse il tradimento di un patto umano. Ed è qui che ho ritrovato il meccanismo che crea subalternità, che poi sarà quello coloniale, di addossare all’altro le proprie “colpe” o i propri “desideri”. Il maiale quindi è desiderato, ma negato. Mangiato, ma poi vilipeso usandolo come insulto. E chi non vive lo stesso desiderio viene considerato un paria. È un po’ come lo stereotipo di Mummy. Le donne nere nella piantagione erano stuprate, usate, distrutte fisicamente e nell’anima, ma poi per rappresentarle si usava la mummy, una donna, asessuata, resa goffa e poco attraente, preoccupata più del bisogno del padrone che dei propri, tanto da dimenticarsi dei suoi figli. Il rovesciamento spesso è servito per nascondere l’orrore, di un maiale scannato o di una schiava stuprata. Il rovesciamento per sentirsi innocenti e dare ad altri i propri fardelli.

 

LM: Questioni simili, se non contigue e complementari, tornano anche nella Santa crociata del porco, saggio ibrido che nella sua tripartizione – “Il maiale imposto”, “Il maiale negato” e “Il maiale sterminato” – non offre tuttavia facili soluzioni dialettiche. Si tratta, d’altra parte, di un’articolazione che restituisce molto bene uno scenario complesso, in cui “il maiale imposto” (nelle mense scolastiche o nei centri di detenzione per migranti) si accompagna al “maiale negato” (con l’esplosione delle industrie alimentari kosher, halal, vegetariane, vegane, ecc., la cui platea, business is business, non è mai limitata alle singole comunità identitarie) e al “maiale sterminato” (negli allevamenti intensivi dove la produzione capitalista s’intreccia con la differenziazione specista). In questa prospettiva, in altre parole, si scorge la necessità di prendere la storia culturale della carne molto sul serio anche dal punto di vista della critica dell’economia politica.

 

WB: Quando ho pensato La santa crociata, tra il 2015 e il 2016, ero preso da due temi apparentemente distinti ma che volevo riunire. Il primo era l’esplosione razzista che stavamo attraversando, che non è finita ma che si è in qualche modo sedimentata, prendendo le forme più ipocrite del decoro e – non è difficile prevederlo – nel post Covid quelle della biosicurezza. Il secondo era tutto il discorso salutista e pseudofeuerbachiano («L’uomo è ciò che mangia») che imperversava durante l’Expo. Tra l’altro, l’Expo milanese è proprio la pietra miliare della fase estrema e parossistica di una way-of-life che ha mostrato tutta la propria tossicità nella fase epidemica. Lasciamo qui perdere inoltre la mistificazione del pensiero di Feuerbach che, al netto delle giuste critiche dei materialisti più... “completi”, ha una sua complessità che la trasformazione in slogan da grembiule da cucina non rispetta minimamente.

Ma dicevo: all’incrocio di quei due temi c’erano tanto il razzismo de “l’italiano è quello che mangia maiale”, dove sovranismo e tipicità alimentare si fanno l’occhiolino, quanto l’enfasi sulla scelta alimentare “sana”, come se fosse un dato sganciato dall’esistenza sociale. Insomma: se mangiavi maiale ti dimostravi italiano, mentre se mangiavi bene ti dimostravi virtuoso. “Bene” stava qui spesso per bio o almeno “autentico”, spendendo possibilmente più di quello che era opportuno per dimostrare ai vari Michele Serra e De Rita e Farinetti che avevi capito quali erano i veri valori, e che avevi rinunciato allo “smartphone ultimo modello” per fare la spesa da Eataly. Andava insomma in scena tutto un arco gastroparlamentare (dalla destra fino alla sinistra liberal) in cui il comportamento alimentare definiva le opzioni politiche. Ti sentivi di sinistra, mentre in realtà eri solo stato incapsulato in una nicchia di mercato. Osservare questa vicenda attraverso la sventura del (povero) maiale aiutava a dargli una dimensione storica, e ad ancorare la riflessione a un caso concreto, così concreto da appestare di morte grigliata l’aria di ogni banco di porchettaro.

 

IS: Il cibo ha in questa nostra epoca qualcosa di pornografico. È diventato il moderno spazio delle perversioni, del voyeurismo, delle pratiche di esclusione e della violenza. Allo stesso tempo è diventato un modo di mettere al centro la propria soggettività. Per me non mangiare carne di maiale è stato soprattutto negli anni adolescenziali una differenza voluta, perché ogni giorno mi veniva chiesto perché non lo mangiassi, e poi ogni volta la frase detta da adulti e coetanei era: “ma non è normale...”. Il sottinteso era: “tu non sei normale”.

Ricordo come i compagni di scuola mi prendevano in giro, e se a tratti c’era più tolleranza sulla carne di maiale, non mi veniva mai risparmiato un: “non sai cosa ti perdi” sull’alcol che io non bevevo per ragioni religiose. C’era aperta ostilità. Una volta, eravamo a una pizzata di classe, una ragazza di nome Alessia mi aveva messo un po’ di birra nel bicchiere pieno d’acqua. Me ne accorsi perché c’era caduta una mosca dentro, e la guardai chiedendole: “ma perché mi stai ingannando?”. Non capivo, e non lo capisco nemmeno oggi trent’anni dopo, che gusto c’era nel far fare a qualcuno una cosa che non vuole fare. Quindi da adolescente prendevo queste proibizioni di ragione religiosa come bandiere di libertà, di un “faccio come mi pare”, perché sono una donna libera di scegliere. Non mi pesava la proibizione religiosa, ma mi pesava l’atteggiamento di chi si diceva tollerante a parole, ma poi non lo era.

Ecco, le proibizioni uno può seguirle, non seguirle, anche quello riguarda l’individuo. Ma se io voglio fare una certa cosa, perché tu mi imponi la tua visione? Io poi, visto che non la consumo, ho sempre trovato molto forte l’odore della carne di maiale e di certi salami in genere, ma ho sempre rispettato che gli altri consumassero quello che io non consumavo. Spesso però mi è capitato con varie coinquiline che ho avuto in Spagna durante l’Erasmus che non venissero rispettate le mie spezie. Allora neppure in Italia erano molto diffusi cardamomo, cannella, chiodi di garofano. Soprattutto il cardamomo le mandava fuori di testa. E ogni volta mi dicevano frasi come: “quella robaccia che ci impuzzolisce la credenza”, quando poi io evitavo di dire invece quanto mi dava fastidio la braciola ai ferri che si facevano spesso… Non so. Ho sul cibo preferenze e odi, ma con gli altri ho sempre cercato di essere rispettosa. Ma spesso non ho trovato lo stesso atteggiamento.

Ora, raccogliendo la vostra suggestione, mi chiedo come il cibo degli altri verrà messo sotto accusa. È passato il messaggio, e ancora bene non sappiamo nemmeno com’è avvenuto il contagio, che il cibo degli altri è pericoloso. Che gli altri sono pericolosi. Ma questa tendenza non l’ha portata il Covid-19, in fondo c’è sempre un po’ stata. Basti vedere l’ossessione del buon cibo fatto in Italia, il made in Italy come unica garanzia. In realtà sappiamo che in Italia ci sono aziende e ristoratori che non pensano alla salute del consumatore. E in fondo il made in Italy è una coperta dove insieme a prodotti di qualità ci vengono servite anche patacche culinarie mostruose. O peggio, un cibo scaturito dallo sfruttamento degli altri: la frutta e la verdura che consumiamo, soprattutto per chi compra dalla grande distribuzione, è in tutto e per tutto prodotto di un lavoro schiavile senza diritti. Il caporalato sì che è pericoloso: ingurgitiamo schiavitù e ci preoccupiamo di sciocchezze. Il cibo per me dovrebbe essere sano per chi consuma, sano per chi ci lavora. L’idea di mangiare qualcosa che ha prodotto sofferenza mi fa davvero male.

 

LM: Ritengo che sia molto interessante questo fenomeno di sedimentazione, all’interno del nuovo paradigma biosecuritario, dei discorsi e delle pratiche di quel razzismo che è stato istituzionalizzato, politicizzato e quotidianamente agito negli ultimi anni. Com’è stato sottolineato, si tratta di processi che a loro volta affondano le loro lunghissime radici nei secoli passati e, in particolare, in quella storia coloniale globale – riguardante l’Italia, insieme a molti altri paesi – con la quale non si sono ancora fatti i conti.

In questo arco temporale, tra l’altro, si è verificata quella dinamica di culturalizzazione della “razza” che ha mistificato gli assunti biologizzanti del discorso razzista, in prima battuta presuntivamente “scientifico”, trasformandoli in feticistiche “differenze culturali”. Ed ecco che l’oscillazione ideologica tra natura e cultura ritorna: in alcuni paesi (Regno Unito e India su tutti, ma con inevitabili e ancora sottaciuti riverberi in altri luoghi) il contenimento della pandemia si è rivelato un eccellente pretesto per nuove campagne di islamofobia; d’altro canto in molte aree del mondo, Italia compresa, non si è prevista alcuna misura precisa dal punto di vista socio-sanitario, né tantomeno una chiusura, per i centri di detenzione per migranti.

In altre parole la paranoia dello straniero o del diverso come biologicamente inferiore e potenzialmente “untore” rimane intatta, ricadendo sulle spalle dei medesimi soggetti, mentre la risposta istituzionale e politica non cambia (anzi, come si è visto si aggrava, e ciò accade di nuovo in termini generali, per intere collettività).

 

WB: A dispetto della speranza di un salto di paradigma, di uno – questa volta felice – spillover, la pandemia ha fin qui prodotto un discorso politico identico al precedente, semplicemente più aggressivo. Il razzismo scaltro, quello di chi i migranti non li vuole tranne quando lavorano a cottimo, è diventato il discorso ufficiale della sedicente “sinistra”, senza più sbavature né foglie di fico umanitarie. Non c’è più neppure l’utilitarismo del “ci pagheranno la pensione”, perché alla pensione non ci pensa più nessuno: devono lavorare sui campi e poi sparire.

Dobbiamo poi ancora vedere come si depositerà la nuova paura – quella del virus, che non è solo il Covid-19, saranno tutti i virus che da ora in poi ci faranno più paura – nei comportamenti sociali. I fascisti e la destra cercano di individuare – anche restando sul terreno del Covid – un target nei migranti, come hanno fatto di recente a Mondragone. Ritengo probabile che assisteremo alla ricostruzione di un “nemico pubblico” da additare nel corso della lunga crisi che ci attende, più che di un “nemico biologico” immediato. Pandemia e crisi in fondo finiranno per confondersi e sovrapporsi; e allo stesso modo questa crisi-pandemia tornerà a essere la nostra normalità. Tornerà la normalità, insomma, nel senso orribile del termine.

Lorenzo ha evocato l’India governata da Modi. Ebbene, non fossimo ossessionati dal guardarci nello specchio deformato di Trump, non fossimo attratti morbosamente da quella pericolosa caricatura e non fossimo guidati dal nostro etnocentrismo, guarderemmo più spesso a questo altro grande paese, l’India, in cui la pandemia di Covid-19 è stata l’occasione di accelerare processi già iniziati con la legge anti islamica sulla cittadinanza, la violenza classista dello stato contro i poveri (per esempio con i provvedimenti contro l’uso del denaro contante), e inoltre la scelta tutta politica che riguarda quali sono le malattie da contrastare con provvedimenti rigidi e quali invece no. Le fonti ovviamente divergono – abbiamo imparato tutti quanto è incerta l’epidemiologia... – ma possiamo dire con ragionevole approssimazione che in India muore di Tbc ogni anno un numero comparabile, forse superiore, al numero di persone morte in tutto il mondo di Covid-19. Questa orribile “normalità” è già tornata, anzi non se ne è mai andata: secondo una stima riportata da Arundhati Roy durante la fase acuta della pandemia in India, e cioè dal 30 gennaio di quest’anno e fino alla seconda metà di maggio, sono morte di Tbc centocinquantamila persone.

 

IS: Comunque sia va ribadito che il cibo è anche status, sempre più. Un tempo lo era la carne. Poterla consumare era prerogativa di pochi e quindi consumarla era diventato un lusso che veniva sfoggiato quanto una collana di perle. All’indomani della grande peste infatti non a caso è aumentato il consumo di carne, perché la grande moria causata dall’epidemia aveva permesso a varie persone di ereditare e migliorare il proprio tenore di vita. Basta osservare i quadri del Trecento per vedere la buona qualità delle stoffe che venivano usate; non solo le stoffe, ma anche il consumo di carne sottolineava uno status acquisito. Poi la carne verso la metà del ventesimo secolo è diventata un bene accessibile a tutti, ma per la natura il prezzo da pagare è stato altissimo. Le aziende che producono carne sono dei lager dove gli animali vengono ingrassati con antibiotici, cresciuti in ambienti asfittici, torturati da tecnologie che tolgono loro ogni dignità e poi uccisi malamente. Tutto questo per presentare al supermercato la scatolina con otto cosce di pollo formato famiglia. Per ogni pacchettino traslucido sono uccisi in media tre polli. Il consumatore può metterlo nel carrello, ma manca in lui la coscienza che sta consumando un animale morto. Manca tutto quel processo che rende consapevole l’essere umano che sta comunque consumando parte della natura e non deve esagerare.

Ora è molto interessante come il consumo di carne, anche in quantità esagerate, sia anche appannaggio di famiglie migranti. E come questo consumo, reso asettico, crea comunque un trauma. L’ho visto con mia madre. Lei è nata in una famiglia di allevatori, la carne era consumata con un certo giudizio, c’era in tutto quello che facevano un pensiero orientato verso la sostenibilità. Si aveva la coscienza che la terra e i suoi frutti (animali e non) non erano infiniti. Tutto, insomma, andava consumato, ma con parsimonia. Invece l’arrivo in Occidente ha portato molti a eccedere nel consumo di carne e a cambiare la propria struttura fisica. Mi sono accorta insieme a mia madre che molti somali – io sono di origine somala – una volta arrivati in Occidente ingrassavano, si gonfiavano e cominciavano ad ammalarsi di malattie di cui nessuno prima di queste prime migrazioni si ammalava, tipo il diabete. Ci siamo accorte che avere fame non sempre aveva a che fare con la penuria di cibo, ma anche con l’eccesso di cibo povero di nutrimento, il junk food, o nel caso della carne le parti grasse. Insomma nell’accesso al cibo spesso c’è già in atto una discriminazione.

Questo ci fa capire che il cibo non è mai neutro e non è mai lontano dalle diseguaglianze di classe, di appartenenza, di pensiero.