Il fascino dello street language – Luca Benvenga da “il manifesto”

28 October, 2020 - 10:48
autore/i: 
Luca Benvenga

da il manifesto

 

Pur tra le polemiche e una certa ritrosia da parte dell’opinione pubblica, la cultura hip-hop continua a suscitare un incredibile fascino tra le nuove generazioni. Non di rado, le rime improvvisate e i cerchi sull’asfalto delle città uniscono ogni giorno i partigiani dell’hip-hop culture, lanciata dai pionieri Cindy Campbell e Kool Herc nel Bronx flagellato da filantropici piani di edilizia e politiche urbane post-moderne.

 

Fin dal 1973, nel conoscere la storia delle comunità afroamericane e lo stretto legame con l’hip-hop (alle origini uptown culture), sono stati scomodati i semiologi per chiarire l’influenza che ha avuto la tradizione del toastin’, gioco di retoriche comune tra gli hustler per vedere crescere il prestigio nelle strade. Sono stati chiamati in causa i sociologi, osservatori della disgregazione delle comunità etniche nei project e dell’avvilimento di figure portanti depositarie di un’eredità nera. Inoltre, policy makers e altri esperti hanno spiegato la centralità della religione islamica nei downtown, foriera di ideologie e stilemi che hanno infarcito lo street language dei rapper americani, il cui correlato di misticismo e spiritualità risalta nelle canzoni dei Wu tang Clan, Krs One, Ice Cube etc.

 

Non sempre la lettura dell’hip-hop è stata coerente con il messaggio che la cultura ha trasmesso: la legge dell’archivio ha cristallizzato l’analisi e favorito la replica di chiose e glosse, capisaldi di un ragionamento generato attorno a nomenclature terminologiche, mai discusse su un piano dialettico ma accettate in astratto come giuste attribuzioni di valore.
Lo Stradario hip-hop di Giuseppe Gatti «Nexus» (Alegre, pp. 320, euro 16) permette di orientarsi nel tortuoso mondo della scienza «della doppia H». Nexus ci conduce attraverso le discipline di quella cultura nella forma discorsiva del romanzo, quale modalità cognitiva per narrare e capire il quotidiano, e anche di saggio, come si conviene nel filone statunitense degli hip-hop studies.

 

Dalla palazzina di Sedgwick avenue, evento organizzato per far socializzare i ragazzetti dei blocchi e racimolare dei soldi per l’acquisto di uniformi scolastiche, ha inizio una storia popolare fatta di beat, scratch, loop, bubble style e molto altro. Dai lontani anni ’70 è stato così creato un movimento internazionale e strutturato, che richiama alla memoria i Radical Stuff, Militant A, Ice-One, Isola Posse e decine di crew di b-boy tra gli iniziatori. Sono i latori del messaggio di «pace unità, amore & divertimento» che ancora oggi tiene insieme, in una dimensione globale, migliaia di realtà territoriali.