Abbattere i confini con Louis Adamic: una doppia storia del litorale Adriatico – Enrico Mariani da “Culturificio”

19 March, 2021 - 12:29
autore/i: 
Enrico Mariani

da Culturificio

 

Una cosa oscura, senza pregio (Alegre, 2019) di Andrea Olivieri è un viaggio scomodo, parte da una scatola e da un bambino con il cappello da cowboy in bicicletta, attraversa due vite del Novecento fra Stati Uniti, Italia ed ex Jugoslavia e si conclude con l’ingresso in Europa di una famiglia siriana attraverso la rotta balcanica. Il curatore della collana Quinto Tipo, Wu Ming 1, definisce giustamente il genere di questo libro oggetto narrativo: è infatti un fortunato ibrido che coinvolge il memoir, la ricostruzione storico-biografica e l’artificio finzionale, ma prima di tutto è un’ostinata ricerca, sia personale che collettiva.

 

Nel prologo, il narratore autobiografico mostra alcuni oggetti trovati in una scatola del nonno, Albano, come fossero tessere di un mosaico. Fra questi reperti c’è un numero della rivista Oggi del 1951, aperto sulla pagina di un articolo che dava notizia della morte dello scrittore sloveno americano Louis Adamic, morte su cui ancora si è incerti se si sia trattato di omicidio o di suicidio. Ma il dettaglio che attira di più l’attenzione è l’appunto a penna che il nonno ha redatto accanto alla fotografia che ritraeva lo scrittore: «Zenica, maggio 1949». Come faceva Albano a conoscere il luogo in cui è stata scattata la foto? Cosa legava il nonno, nel 1949 effettivamente a Zenica (oggi in Bosnia ed Erzegovina), a Louis Adamic, nello stesso anno in viaggio lungo la Jugoslavia con la moglie?

 

I due perni attorno cui ruota la narrazione sono Albano e Louis Adamic, entrambi figli di una zona di confine, di una terra affacciata sull’Adriatico orientale che, prima di essere sconquassata dall’arroganza e dalla violenza di costrutti astratti come “nazione” e “confini nazionali”, ospitava sotto l’Impero Asburgico una comunità multietnica per lo più pacifica. Il primo nel periodo fascista è stato operaio in un cantiere navale di Monfalcone, partigiano comunista durante la Resistenza, segretario del Comitato popolare antifascista di Monfalcone prima dei trattati di pace del 1947 e, dopo, migrante a Fiume.

 

Il secondo è stato uno scrittore e intellettuale nato a Blato, un paesino della bassa Carniola (allora Impero Asburgico, poi Jugoslavia e oggi Slovenia), emigrato negli Stati Uniti all’età di quattordici anni, dove alla fine degli anni Venti si distingue come scrittore di reportage autobiografici grazie al sostegno di H. L. Mencken, l’editore polemista che nello stesso periodo contribuì a far emergere, fra gli altri, John Fante e Carey McWilliams, entrambi amici di Adamic. Questi tornerà due volte nel suo paese d’origine, per poi morire in circostanze misteriose nella sua casa parzialmente incendiata di Milford (New Jersey), con un fucile in mano. Le simpatie comuniste di Adamic lo resero bersaglio della “caccia alle streghe” di McCarthy, e la sua simpatia per Tito lo alienò dai partiti comunisti allineati con Stalin dopo la rottura fra i due dittatori, avvenuta nel 1948.

 

Il libro è così impostato su un doppio binario narrativo, e l’obiettivo esplicitato nel prologo sembra quello di affiancare il più possibile i binari fino a farli convergere nel fatidico 1949. Indagare per ricostruire queste due vite parallele significa complicare il quadro della storia, decostruire le narrazioni della propaganda nazionalista, perché ogni vicenda personale apre un ampio ventaglio interpretativo sulle questioni passate che apprendiamo schematizzate per convenzione ideologica e divulgativa. La vicenda di Adamic racconta l’entusiasmo per il nuovo continente che muta ben presto in uno scetticismo nei confronti della promessa edenica sulla “più grande democrazia occidentale”; racconta la simpatia dello scrittore sloveno per gli Industrial Workers of the World e i braccianti immigrati della California, ma anche la sfiducia nell’idealismo rivoluzionario, spesso contiguo al fanatismo o alla delusione, e quindi al ripiegamento reazionario.

 

Eppure, gli Stati Uniti per Adamic rappresentarono una frontiera in cui fosse possibile costruire una società multietnica inclusiva, e dove il progresso non fosse solo appannaggio del capitalismo bianco, basato sullo sfruttamento e sulla discriminazione etnica e razziale.

 

La vicenda di Albano racconta che anche la moglie, Leda, fu partigiana. Le sue azioni furono tali da meritare l’onorificenza, di cui non richiese mai il riconoscimento, lasciando scadere il termine utile perché più preoccupata della famiglia e del lavoro.

 

Le vite di Albano e Leda hanno attraversato il susseguirsi del disegno dei confini nelle storiche provincie dell’Istria e di Trieste. I due, figli di italofoni internazionalisti abituati a spostarsi liberamente fra città asburgiche “italiane” e “slovene”, hanno vissuto l’occupazione fascista in stile coloniale, la propaganda anti-slava, la Resistenza multietnica e il contraccolpo nei confronti della Jugoslavia, il territorio libero di Trieste e infine Trieste entro i confini italiani. Molto utile, per seguire queste vicende, l’apparato cartografico posto all’inizio del libro che mostra l’evoluzione dei confini nel litorale Adriatico da metà Ottocento al secondo dopoguerra.

 

L’oggetto narrativo di Olivieri è un testo molto curato, la prosa, asciutta e diretta, passa armoniosamente da un registro narrativo all’altro, dalla cornice che ha per protagonista il narratore autobiografico alla ricostruzione drammatica di una vicenda storica, dai documenti d’archivio alla riflessione storica. Lungo tutta la lettura si percepisce la solidità della ricerca, testimoniata anche dalle venti pagine dei “Titoli di coda”: una bibliografia commentata, puntuale e aggiornata, che (piccola nota personale) sul versante di Adamic considero un ottimo punto di partenza per chi voglia conoscerlo meglio. Oggi Adamic, così come Carey McWilliams, versa ingiustamente in uno stato di scarsa considerazione, sia accademica che divulgativa. Fra i tanti suoi testi citerei almeno uno di quelli su cui si è basato Olivieri per la ricostruzione biografica, ovvero Laughing in the Jungle. The Autobiography of an Immigrant in America (1932, mai tradotto in italiano), filosoficamente ispirato a partire dal titolo dal romanzo The Jungle (1906) di Upton Sinclair. Il libro di Olivieri trae a sua volta il titolo da un brano del romanzo di Sinclair, citato nell’epilogo, e trae l’ispirazione poetica dalla scrittura di Adamic.

 

Anche sul versante familiare traspare il rigore di una ricerca basata su documentazione d’archivio di prima mano (atti, verbali, deposizioni etc.) e interviste a testimoni diretti e indiretti, più o meno legati alla famiglia di Albano. L’ex allenatore di basket del narratore autobiografico ricorda che quello sport divenne quasi una tradizione di famiglia, Albano fu giocatore di serie A nella squadra dei Cantieri di Monfalcone, mentre nel dopoguerra il fratello Ottone fu giocatore in una squadra jugoslava. Le negoziazioni dell’identità nazionale fra italiani e jugoslavi, infatti, passavano anche attraverso lo sport, ancora oggi una delle manifestazioni identitarie più forti. Non a caso è raccontato il controverso Giro d’Italia del 1946, che doveva attraversare simbolicamente Trieste per rivendicarne l’appartenenza nazionale, ma da quella tappa Coppi e Bartali si ritirarono per rispetto e timore delle proteste degli operai filo-jugoslavi.

 

Uno dei pochi studiosi di Adamic, Henry A. Christian, intervistò la figlia di un minatore e giornalista sloveno americano che conobbe Adamic per tanto tempo. A un certo punto dell’intervista, di punto in bianco lei chiese a Christian se Adamic credesse nei fantasmi, di cui raccontò in un suo libro. Essendo uno scrittore, rispose Christian, Adamic si servì di quella storia di fantasmi per la sua carica allegorica.

 

Alla fine della conversazione l’intervistata pose un monito tanto ingenuo quanto suggestivo, che dimostra il nostro bisogno di narrazioni, e quanto dalle narrazioni dipenda la nostra fiducia o sfiducia in ciò che ci circonda: «Lei ha ragione, professore, si trattava di un’allegoria. Lei che è uno storico e un letterato, faccia buon uso di quanto le ho raccontato. Non giochi troppo con le storie, come faceva Adamic, e con i fantasmi».