Volevo essere Rob Brezsny

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Faccio parte della “Brezsny generation”. Per formazione ideologica non ho mai creduto nell’oroscopo ma l’ho sempre considerato un genere letterario elevatissimo. Purtroppo mi è capitato di fare solo previsioni astrali non autoriali, ben prima di sbarcare il lunario con la Rete.
 
Il mio primo lavoro è stato in un “vero” service editoriale. Ho iniziato con la redazione sportiva, raccogliendo i risultati del calcio giovanile. Sono passata ai tamburini dell’agenda cittadina, destreggiandomi tra sagre della porchetta e prime teatrali. L’oroscopo era nella stessa fascia, appannaggio dei precari a cottimo come me. Per realizzarlo usavo un generatore automatico di previsioni trovato su internet e poi lo brezsnizzavo, aggiungendo boutade, citazioni, tutto il mio repertorio da provetta neolaureata in scienze della comunicazione. Era facile, persino divertente.
 
Alla Rete ho sbattuto il grugno anche su questo. Senpai, il mio “capo”, è un fanatico dell’oroscopo. La prima volta che ci siamo parlati ha chiesto: «Che segno sei?». Non dove hai lavorato e simili banalità da società di recruitment. «Scorpione» ho risposto con titubanza, dal momento che il mio è un segno famigerato per le asperità caratteriali. «Scorpione? Non l’avrei mai detto!» è stato il suo commento e non ho mai capito se fosse un bene o un male. Persino quando discutevamo di un omicidio, Senpai non tralasciava il quadro stellare della vittima e del presunto assassino. Certe volte mi ha fatto venire voglia di creare una rubrica di profiling astrale. Credo che con la sua conoscenza della materia e la mia svergognatezza professionale sarebbe stato un successone.
 
Senpai non solo prende sul serio gli oroscopi, ma sa quanta importanza hanno per la riuscita di un magazine popolare. «Mi raccomando, non è che mo’ ti metti a studiare» mi ha messo in guardia in uno dei miei primi incarichi alla Rete in veste di astrologa. Segno zodiacale a parte, si è accorto subito del mio lato un po’ secchione. «La gente non vuole sapere se Saturno entra in opposizione col Sagittario, ma se deve uscire con o senza ombrello o dare una possibilità al vicino di casa tanto carino. Se scrivi per il tizio che sta dietro le sbarre all’Ucciardone gli devi far pensare che grazie a te e alle stelle gli succederanno cose incredibili, sia brutte che buone. Quando facciamo le previsioni per le ragazzine, invece, non deve esserci una nuvola all’orizzonte, sei una di loro e per te la vita è tutta: “Piroetta, scansati, adesso arrivo io!”».
 
Ciaone Brezsny! Nella Rete persino Branko era un filino troppo intellettualoide. Senza contare che ogni predizione doveva essere riproducibile all’infinito per ammortizzare il costo del manovale che l’aveva prodotta.
 
Abbiamo redatto un’agenda astrale per trecentosessantacinque giorni, da mettere in allegato ad alcuni prodotti editoriali, e ci è stato vietato di usare tutto l’armamentario dell’esperto di stelle, tipo «sole in terza casa» e «l’influenza di saturno si fa sentire». «Noi adesso facciamo l’oroscopo per tutto il 2014» ha puntualizzato Senpai, «ma l’editore poi se lo ricicla per il 2015, il 2016, il 2017… Perciò non può emergere nessun riferimento riconoscibile, deve essere un oroscopo freddo». Quando sarò morta una parte di me viaggerà ancora là fuori, sotto forma di immarcescibili consigli dallo zodiaco replicati annualmente dall’editore originale o da chi ne avrà raccolto il testimone. Una consolazione quando mi assale la paura di non lasciare un segno su questa terra.
 
Freddi o meno, questi pseudoroscopi devono essere coinvolgenti, divertenti, tagliati su misura per il target di ogni rivista. Nei magazine di nera sono persino più cruciali che nelle riviste femminili. Per una tabloid experience completa non si può rinunciare a una serie di rubriche che simulano interattività con il pubblico: le lettere, i consigli del medico e dell’avvocato, e le predizioni astrali. Contribuiscono a creare un effetto, se non di realtà, almeno di verosimiglianza, intorno a una narrazione che pretende di raccontare la cruda verità del mondo esterno senza mai stabilire un contatto con esso. Nella versione sottoproletaria dei tabloid offerta dalla Rete non c’erano i soldi per pagare l’astrologo, il sessuologo o il criminologo di turno. Si faceva tutto in casa. Io, che nelle rubriche sono sempre stata debole, mi sono appoggiata al mio scafatissimo amico Emanuele per stare al passo con le aspettative di Senpai in materia di suggerimenti astrali, posta del cuore e affini. Il che è la prova definitiva della mia stronzaggine, a pensarci bene. Persino esprimere pareri e rilasciare consigli, inventati da me, a persone immaginarie, partorite dalla mia mente, esigeva uno sforzo di umanità insostenibile. Però l’ho fatto, che Rob mi perdoni!
 
Ricordate, sfogliando un giornalaccio di gossip e nera si può saltare pure tutto, ma alle rubriche bisogna dedicare qualche minuto di lettura. Imparare a riconoscerle per ciò che sono, esercizi di stile di redattori rotti a ogni codice narrativo, aiuta a non dimenticare che lo storytelling tossico, come il diavolo, è nelle piccole storie. (2. Continua…)
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Tabloid Inferno. Confessioni di una cronista di Nera è un saggio sotto forma di autofiction, il diario umano e il vademecum professionale di una giornalista freelance al servizio della stampa nera & scollacciata di serie Z. Questa lezione è la seconda di tre tracce extra, complementari alla narrazione principale che atterrerà in libreria il 22 settembre 2016 per Edizioni Alegre. La prima la trovate qui, la terza, La vita secondo Senpai, andrà in orbita la prossima settimana.