Un racconto che non si ferma mai

18 January, 2018 - 11:52
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Alcuni libri miracolosamente disegnano, per noi lettori, dei cerchi che si chiudono. Sono cerchi di storie che ci sembrano nostre anche se non possono esserlo: prima di tutto perché sono raccontate con una lingua personalissima e inquieta, poi perché non si disvelano mai fino in fondo, infine perché abitano luoghi che non conosciamo bene e che possiamo solo immaginare. Il nuovo libro di Simone Pieranni mi ha chiuso nel suo cerchio, che non è un cerchio perfetto – sarebbe falso – ma sono tanti cerchi diversi e in perenne movimento; sono fili da tirare o meno, canzoni amate da riconoscere o da spiegare, oggetti dell’infanzia e della giovinezza, abitudini perse, voci di vivi e di morti e d’invenzione che si incrociano e si rispondono tra loro. Sono furie e tenerezze che riconosco.

 

E Simone nel libro è in movimento. Sempre. Il racconto della città è un racconto che non si ferma mai. I suoi luoghi, le strade, le piazze, i negozi, il mare – che all’inizio non c’è, poi sì – non sono mai raccontati da fermo e di fronte, vengono spesso solo nominati e tanto basta, descritti velocemente, sempre attraversati. Sono l’inizio o la tappa di un percorso lungo e complicato. Simone si muove dentro Genova e si muove la città, e cambia, perché le città cambiano ed è così, dentro il cambiamento e in cammino, che vanno raccontate. È un camminare che a volte dà alla testa; verrebbe voglia di dire ma insomma, Simone, fermati un momento. Ma lui non si ferma.

 

Dunque questo non è un libro solo su una città e sullo scrittore che lì è cresciuto, iniziando a percorrerla da fuori, naturalmente, cioè dalle parti di via Giro del Vento (mai sentito un nome più bello, per una strada) in una casa che ora non c’è più e che aveva da una parte la raffineria e il campo rom e dall’altra l’autostrada; è un libro su loro due insieme, la città e lo scrittore. Loro due che cambiano. Per il resto, ma di passaggio, c’è tutto quello che vi aspettate da un libro con Genova nel titolo; l’acciaio, il 1960, la resistenza, la Sopraelevata, San Benedetto e don Gallo, il Porto, i Rolli, il drago, la malavita, la funicolare, i carrugi, il cosiddetto “recupero” del centro storico – menzogna ripetuta ovunque, ormai – le canzoni di De André e fra tutte Maria alla bottega del falegname, altro cerchietto del mio cuore, poi quelle di Fossati, i turisti, lo stadio, il Genoa. E gli amori, prima di tutto un padre, poi una nonna, e Michela, Katia, i cugini, gli altri, le scuole, i bar, gli studi; infine, ogni tanto come uno squarcio e soprattutto all’inizio e alla fine del racconto, il G8 del 2001, ciò che ha fatto di Genova una spina nella memoria (e nel fianco) di una generazione.

 

Anche il 20 luglio 2001 è raccontato in movimento: «Mentre camminavo in via Tolemaide (se solo avessi girato lo sguardo a terra invece di perdermi in quel silenzio, pensando a cosa avrei fatto: avrei reagito eventualmente? sarei arretrato? avrei preso qualcosa da terra e lo avrei scagliato?), e mentre insieme a migliaia di persone provavo ad ascoltare i miei passi, chiedendomi cosa sarebbe successo da lì a poco, dall’altra parte della strada cominciava a muoversi un plotone di carabinieri». E dopo il 20 luglio la scelta di andare via, poi tornare ogni mattina per raccontare i processi, andarsene a Milano di nuovo; ma ecco la fuga dai poliziotti alle calcagna, la ricostruzione a posteriori della ricerca di un riparo generoso, «E quando le porte si sono aperte, quando si è entrati all’improvviso in una cucina, in un salotto, con quei pavimenti genovesi, improvvisamente, era come se avessero riacceso il suono nel mondo». Infine – ma non è una fine – il ritrovarsi lontanissimo, in Cina, in mezzo a un deserto, nella città più lontana che c’è da ogni mare, per sentirne all’improvviso la nostalgia.

 

Genova è in questo racconto a tante voci – ma soprattutto in un dialogo a distanza – «lunga e parallela al mare, protetta dai monti, inchiodata dalla cupezza di uno spazio, alto e basso continuo, infinito salire e scendere, continuo racchiudere restringere contenere, Genova è una partita aperta che chiede un ritorno per disarcionare dal passato quanto è rimasto non detto, malcagata, bistrattata, diffidente» – Genova bifronte. Genova trampolino. Dopo i viaggi – siamo stati bene – ci attende l’ombra dei nostri armadi. Che dicono non solo di Simone né solo di Genova per noi, che non ci siamo nati, e nemmeno solo della sua aria umida che dal mare rimane incastrata tra le montagne, la macaia, ma invece parlano di chiunque sia partito a un tratto, di un andarsene che non si esaurisce nel ritorno.

 

E cosa sono per noi le nostre città, com’è bello e com’è difficile raccontarle – nonostante il rischio di non saper scendere in profondità e di guardarle solo davanti, come fa un turista frettoloso o un giornalista superficiale che dimenticano lo sguardo da sopra – dalla Sopraelevata – o all’insù. Ma questa è una trappola in cui Simone non cade, ed è per questo che leggendo il suo libro ho pensato molto – in un cerchio grande e molto doloroso – ad Antonello Sotgia, che la sua città la conosceva perché l’amava e sapeva parlarne, rispettandone le stratificazioni materiali e immaginarie, le contraddizioni, le imperfezioni, cantandola – cantando le sue mappe – come nessuno. Antonello ci ha insegnato che le città si fanno raccontandole, che le città vivono nel nostro sguardo obliquo, nelle nostre storie inquiete; soprattutto, Antonello ci ha insegnato che le città si costruiscono camminandoci dentro, da Ponente a Levante, dai margini che sono il centro e poi dal centro che è marginale, perché è una tappa da lasciarsi alle spalle; proprio come ha fatto Simone, come farà ancora chissà dove inseguendo il suo andare instancabile, e speriamo che ne scriva ancora.