Settantadue. #DialisiCriminale - Nemi da "Parla della Russia"

15 September, 2016 - 15:12
autore/i: 
Nemi
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A volte mi succede una cosa singolare, ossia che chiusa l’ultima pagina di un libro mi venga spontaneo pensare all’autore/autrice con una sorta di affetto fraterno, come se si trattasse di un ignaro amico/a di cui ho imparato a conoscere abitudini e pensieri in un tempo molto più lungo che è quello della lettura di un libro. A dire il vero questa cosa mi capita estremamente di rado e solo con quegli insoliti libri ibridi che trasudano umanità, in cui viene sapientemente mescolata la propria esperienza personale di vita con la finzione, e in cui le parole sono utilizzate e combinate in maniera da non lasciar spazio ad altro se non al manifestarsi di un sentimento di autenticità. L’ultima volta mi era capitato con un libro di Saveria Chemotti e adesso con Settantadue. #DialisiCriminale di Simone Pieranni. Se dovessi individuare una somiglianza con qualcosa, penserei a Settantadue come a una sorta di diario emotivo dal ritmo sincopato o ad un romanzo di restituzione, in cui Pieranni si è divertito ad aggiungere una parte di invenzione ad uno scenario di vita del tutto reale, raccontato in maniera assolutamente impietosa, che è quello dei dializzati, shakerando il tutto per dar vita ad un cocktail esplosivo.
 
Settantadue sono i giorni che, nell’arco di tre anni, l’autore e protagonista ha trascorso in dialisi. Se un organo del corpo -i reni- è sotto osservazione, si può senz’altro dire che nel libro ogni parola sia impastata di carne e sangue e che sia stato scritto con cuore cervello e altri organi del corpo, compresi quelli di senso, così che chi legge arrivi a sentire il dolore dell’ago che viene staccato dalla vena come ad annusare l’odore dell’umidità di Ostia. A Roma, Genova, Shanghai e altri luoghi, incontriamo personaggi che si incrociano nello spazio chiuso dell’ospedale condividendo pezzi scomposti di vita, ma ne conosciamo anche altri nel corso delle indagini giornalistiche che porta avanti il protagonista. Tra il Secco e Santo Subito, la Nazi, Mauro, er Lucertola, Denise, Dorotea e altri ancora ci appassioniamo ai racconti della Banda e di una Roma marginale e criminale, quasi si trattasse di un giallo dove si tenta di ricomporre un puzzle con i pezzi scartati della storia. Ma Pieranni va a ritroso nella memoria anche nella ricostruzione della sua storia familiare, di modo che i registri linguistici e letterari finiscono con il cambiare continuamente.
 
«Se di me non parlo/e non mi ascolto/mi succede poi/che mi confondo» [Patrizia Cavalli]
 
Raccontare per non perdere di vista se stessi, per non perdersi in una di quelle due vite che rischia di spingere in un abisso senza ritorno. Raccontare per ripulirsi come fa la macchina, dalla rabbia di qualcosa che è profondamente ingiusto, che intossica e annebbia lo sguardo verso una realtà cui si vuole rimanere tenacemente aggrappati. Realtà che non è solo corporea, ma di carne, sangue e sinpasi siamo anche fatti/e. Raccontare come gesto politico, di se stessi, del luogo da cui si proviene e del limbo dialitico in cui le vite di persone tanto diverse improvvisamente si rassomigliano come con nessun’altra, perché le vite degli altri (di quegli altri che al novantanove per cento non sanno neanche cosa sia la dialisi) sembrano essere di un altro pianeta. Se bere e idratarsi di solito viene consigliato vivamente, qui diventa improvvisamente nocivo, nella folle rincorsa all’adeguatezza dei parametri. Il pietismo, tra chi si affida alla macchina che ripulisce e tiene in vita, è bandito, perché come scrive Alessandra Pigliaru nella sua meravigliosa recensione: «La posta in gioco è alta: o tutto o niente [...]. È chiaro che la sofferenza renda più edotti sulla condizione umana, tuttavia quel che si è imparato non lo si baratta certo a buon mercato, per questo il più delle volte resta al fondo, come un non detto da perlustrare per altre vie non esattamente esposte». Raccontare, infine, «per lasciare un pezzo di vita a Mara». (pausa).
 
«Ed ecco l’abbandono. Forse è il protagonista che cerco in queste vite. Cerco la possibilità di ritrovare altre prospettive, altri modi di concepire l’abbandono. Cerco i rimedi, le traiettorie all’ interno delle quali altri hanno posto l’angoscia. Sfuggire, accaparrare tempo e lasciare andare. Cerco esperienze che mi insegnino a mettermi davvero nei panni di altri senza trasferirvi altri “me”, e la ragione per cui le cerco nelle vite di queste persone è una sola: abbiamo una cosa in comune. Abbiamo in comune il flusso sanguigno che ripara da fosforo e potassio, mentre i nostri corpi si abbandonano alla vita ospedaliera». Scrive Pieranni. Così, il senso dell’abbandono che pervade in libro nelle sue numerose accezioni, da quelle materiali a quelle simboliche, si intreccia inesorabilmente al concetto di restituzione e l’autore -attraverso la scrittura- riesce a compiere un duplice evento prodigioso, verso se stesso e verso gli altri.
 
Doloroso, frammentato e tagliente come quei pezzi di vita e di ricordi che si riesce a tenere assieme, ma al contempo sferzante, Settantadue ha la capacità di restituire storie di resilienza nella loro autenticità ma soprattutto umanità. Quella umanità che, come un faro, aiuta a stare al mondo senza perdere di vista se stessi e della quale, alcuni di noi, sono sempre alla ricerca.