Settantadue. #Dialisicriminale - Maurizio Crippa da "Il Foglio"

26 September, 2016 - 10:40
autore/i: 
Maurizio Crippa
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La macchina è vita. Non proprio come la Lista di Schindler, anzi per niente, perché non merita riconoscenza e non lava cattive coscienze. Né lei, la macchina che per tenerti vivo ti trasforma in cosa, e nemmeno la lista: la lista del trapianto che sola promette di liberarti dalla macchina. La macchina al più è “conservativa”, ti mantiene vivo. Più che altro la macchina è morte, almeno nel senso simbolico. È la livella di Totò che rende tutti uguali, prontamente evocata: “Una vita reclusa, in un letto-bilancia, con i minuti che segnano il peso che perdiamo. La livella dialitica: siamo tutti uguali. Tutti sfuggiamo a un abbandono. Una morte, un amore, una fortuna e forse, in fondo, una vita normale”. La macchina è morte comunque, anche a uscirne vivi.
Forse lo è in generale la Sanità, pubblica italiana o cinese che sia. Perché la medicina delle macchine è la scienza economica dei corpi inerti, non più liberi: si impossessa di loro, li determina, rende pura o impura (come il sangue) la vita delle persone. “La verità: il novantanove per cento delle persone non ha idea di cosa sia la dialisi. Allora a quel punto o spieghi o stai zitto. Io sto zitto”.
Settantadue sono i giorni di dialisi che Simone Pieranni ha fatto. In tre anni sono 1.728 ore, dieci settimane, a botte di quattro ore alla volta. Giornalista de il manifesto, otto anni vissuti in Cina, fondatore del sito di informazione online ChinaFiles, a un certo punto di una vita giovane ha attraversato il confine della malattia, è entrato in quella sorta di mondo separato, o di community coatta, che sono i pazienti in dialisi. Non ne ha cavato un racconto autobiografico, né tantomeno edificante, ha troppe idee non pacificate sul mondo. Ma la dialisi è il motore narrativo di questo che è un romanzo, con tratti di autofiction, si potrebbe dire: a patto di intendersi sulla distanza che Pieranni rivendicherebbe tra la sua scrittura tutta schegge e la lepidezza au caviar di un pacificato Carrére.
Il modulo, l’algoritmo generatore è l’attacco-stacco: quando si viene “attaccati” e “staccati” dalla macchina. Così attaccano e staccano, brusche, le linee narrative di un racconto frammentato, giustapposto. Che mescola la realtà di quei 72 giorni e un abbozzo di fiction criminale – potrebbe essere un’indagine sulla Roma della Magliana, ma la vena si secca presto. Poi ci sono le impressioni degli anni in Cina e i ricordi di Genova, la città natale. I paragrafi segnati tutti da un hashtag, “Shanghai #1”, “Roma #5”: l’ossessione dell’aggregatore tematico, quasi avesse le capacità taumaturgiche di tenere insieme brandelli di storie e di linguaggi. O forse è solo il tributo estetico a un segno che è come un tatuaggio di riconoscimento tra lettori più avvezzi ai social media che al fruscio della carta.
I paragrafi dominati dalla “macchina” raccontano il mondo della dialisi: senza alcuna simpatia, anzi con un bel tratto di rancore (i maledetti vecchi che entrano a settant’anni, e non a trenta; i medici e gli infermieri; il fastidio). Da alcuni compagni di macchina, demi monde criminale in disarmo, parte l’abbozzo sulla banda della Magliana, come un delirio che evoca il cupo passato nazionale. I ricordi di Genova evocano lotte sociali, i ricordi cinesi evocano la rivolta anticoloniale dei taiping, quasi il presagio di una resa dei conti che non tarderà: tra il loro mondo e i “gweilo”, gli stranieri, l’occidente.
La vita ha un percorso meno obbligato del sangue: “Cerco esperienze che mi insegnino a mettermi davvero nei panni di altri senza trasferirvi altri ‘me’, e la ragione per cui le cerco nelle vite di queste persone è una sola: abbiamo una cosa in comune. Abbiamo in comune il flusso sanguigno che ripara da fosforo e potassio”.
Pieranni tiene l’asticella alta, pretende molto da sé perché non fa sconti a niente e nessuno. Chi vuole attaccarsi alla sua macchina ha un prezzo da pagare, non è una divagazione sul tema.