Racconto di fabbrica

14 June, 2017 - 11:38
autore/i: 
Dario Salvetti

Quando vuoi umiliare o attaccare un gruppo sociale, gli togli il diritto di parlare con le proprie parole. Lasci che qualcun altro lo interpreti, parli per lui o per lei. A lungo è stato così per gli indigeni, per le donne, di sicuro è ancora così per gli immigrati. Ed è così anche per gli operai. I racconti degli operai devono essere fatti da intellettuali, magari progressisti, appartenenti comunque al ceto medio, ossia alla borghesia. Mai che gli operai possano raccontarsi da soli. Al massimo le loro storie possono essere pagine di diario o memoriali, tracce di esperienze che poi altri, intellettuali, borghesi e se possibile maschi, interpreteranno. E invece no. Alegre ha già pubblicato due libri in cui le storie operaie si ibridano da sole, per un processo fecondo di ibridazione operaia autoimpollinante. Parliamo di Amianto, una storia operaia e di Meccanoscritto. Oggi pubblichiamo questo racconto di fabbrica, che è una storia working class scritta da un operaio.

 

***

 

Quale storia può esserci nel continuo susseguirsi delle stesse diverse identiche operazioni di un lavoro in fabbrica? Eppure è una storia che ho scritto tante volte. È una storia che ho scritto quando non potevo scrivere. L’ho scritta nella mia testa, in fabbrica. L’ho pensata lì, l’ho scritta e l’ho corretta, giorno dopo giorno. Ma non la riscriverò mai uguale. I pensieri in fabbrica sono come i sogni. Appena ti svegli hai l’impressione di ricordarli lucidamente, ma col passare dei minuti svaniscono. Altre volte non ti ricordi nemmeno di averli fatti. Solo qualcuno ti colpisce e ti rimane attaccato alla memoria.

Così i pensieri in fabbrica. Il suono della sirena riesce a superarli tutti, a cancellarli. Quando inizia la vita, ti sembrano lontani, quasi stupidi. Smettono di essere pensieri articolati e ti rimangono dentro come semplici sensazioni. Qua potrò riportare quel poco che mi ricordo. Il vero manoscritto è rimasto lì, alla pressa 32, alla 5 o forse devo averlo lasciato al water jet, il robot 60. Proprio quello in fondo al terzo corridoio, quello più lontano dal bagno. Particolare stupido, questo del bagno. Nella mia storia lo spiegavo meglio. Dovunque l’abbia lasciata, qua non potrò che accontentarmi di qualche frammento sopravvissuto al tempo.

In fondo durante le otto ore di lavoro non sai mai se augurarti di pensare. Se il cervello è lucido, può tenerti compagnia. Potete conversare. Ma come capita tra due persone che si sono dette tutto, ad un certo punto non si trovano più argomenti di conversazione. Allora rimane lì con te. Sveglio, attivo, ma terribilmente annoiato. Ti fa notare l’estrema ripetitività dei tuoi gesti. Si chiede ad alta voce quanto tempo passerai a fare quel lavoro. E si risponde. Forse tutta la vita. Ti spinge a guardare l’orologio ed i minuti diventano lenti.
Se invece si spegne, ti abbrutisci. Ti rendi conto solo a posteriori di essere un automa. Ma questo stato di trance ha il suo lato positivo. Il tempo scorre rapido. Solo la sirena della pausa ti sveglia.

Non ho mai capito quale dei due casi fosse il migliore. Affrontare lucido il passare lento del tempo o lasciarsi andare a quello stato di abbrutimento. Ho visto tante persone scegliere la seconda via. Le ho viste smettere di pensare fino a dimenticarsi come si faceva. Li ho visti addormentarsi tra una sirena e l’altra, per non svegliarsi più. Il mio augurio è di poterli rivedere, un giorno. Ma a svegliarli non sarà la sirena, che annuncia la fine di un incubo e l’inizio di un altro.

Sarà tutt’altro suono. La melodia di una primavera che strappi al cono d’ombra della fabbrica Michele, Antonio, Cono, Najib, Razi. Perché questi ingranaggi tornino ad essere uomini.

La fabbrica trasudava nostalgia. Ci trovavamo tutti nello stesso identico posto, senza che nessuno volesse essere lì. Chi come me aveva sempre abitato a pochi chilometri dalla ditta poteva avere semplicemente nostalgia di una libertà persa. La libertà dell’aria aperta o di dormire fino a tardi la mattina. Ma su questa lieve nostalgia, se ne stendeva un’altra più pesante. Quella di Diana, sardo, col sogno di andare a godersi la pensione nella sua Cagliari. Quella del gruppo di lavoratori che veniva dal Bangladesh, Sri Lanka, Marocco, Senegal. Costretti lì a quella macchina in un paese straniero che chiedeva anche un ringraziamento per l’“ospitalità”.

Alcuni di loro erano in Italia da anni ma a malapena parlavano italiano. Segno di isolamento. Facevano comunità a sé, toccando con mano l’ostilità che li circondava. Immigrati al controllo qualità non ne ho mai visti. In mensa i tavoli erano rigorosamente separati. Stranieri da una parte e italiani dall’altra. Non c’era nessuna legge a stabilirlo. Non c’è bisogno di legalizzare l’apartheid per ottenerne uno reale.

Il fatto è che per quanto la odiassi, la fabbrica finivi per amarla. Credo la amassimo tutti, odiandola con tutte le nostre forze. Si dice che i carcerati, dopo una lunga pena, soffrano la nostalgia del carcere. Non saprei dire. Non sono mai stato in carcere. Ma la fabbrica finivi per amarla.

Motivi per amarla, a ben pensare, ce n’erano veramente pochi. È qualcosa che non sono mai riuscito a spiegare. Nemmeno nella storia originale ero riuscito a farlo. Cosa c’era di bello in quei rapporti personali che sorgevano tra un pezzo e l’altro, schiacciati dal tempo della produzione? Ci vedevamo rapidamente al cambio del turno. Salutavi le facce stravolte della notte e osservavi attorno quelle del tuo turno, delle 6 di mattina. Ti salutavano quelli delle 14 che sarebbero stati salutati da quelli delle 22, a cui noi non avremmo fatto mancare il saluto la mattina successiva. Turno dopo turno, un grande nastro trasportatore ci cullava nella fabbrica.

Una sera, uscendo dal secondo turno, ho fatto l’errore di voltarmi. Dal parcheggio dei motorini ricordo la sua immagine. La fabbrica. Vista e rivista centinaia di volte, ma quella notte era diversa. Sarà stata la stanchezza. Era lì distesa per il lungo, adagiata. Mi è sembrato un enorme animale, bisognoso continuamente di alimentazione. Gli uomini si davano il cambio freneticamente per non farlo morire di fame. Un animale strano, che ti alimenta nella sua pancia purché tu lo alimenti. Non era la fabbrica che produceva per noi. Non eravamo noi a muovere i macchinari. Erano loro a muovere noi e noi a produrre per la fabbrica.

I turni avevano un effetto totalizzante. Quando rientravo, avevo l’impressione di essere stato lì poco prima. Ho sempre cercato di combattere questa sensazione. Ogni volta che varcavo la porta sentivo l’odore acre delle materie prime, il brusio degli aspiratori, il caldo del vapore. Cercavo di ricordare cosa avevo fatto tra un turno e l’altro, chi avevo visto, perfino cosa avevo mangiato. Era l’unico modo per esorcizzare la sensazione di essere sempre stato lì. Il problema è che la testa era sempre lì. Non so se succedesse solo a me, eppure il turno mi accompagnava in ogni gesto della giornata. I tempi cronometrati avevano dato una forma matematica al mio pensiero. Quando facevo il primo, calcolavo quante ore mancavano prima di rientrare. Un conto era andare a letto a mezzanotte, un conto era andare a letto a 6 ore dal suono della sirena. L’ora era la stessa, lo stato d’animo profondamente diverso.

Mentre mi addormentavo pensavo all’interno della ditta. Mentre nella mia camera io sentivo silenzio e l’odore delle lenzuola, Razi o Salvatore erano alla pressa. La fabbrica non si fermava mai e qualsiasi cosa facessi lontano da lei non riuscivo a non pensare che lì si stava lavorando.

Scriverlo riporta alla mente questa sensazione. Mentre scrivo e nel momento in cui leggerai, la pressa 32 sta scendendo con 120 secondi di distanza tra una pressata e l’altra. Pressata a 200 tonnellate, la temperatura invece deve essere compresa tra 175 e 185 gradi, altrimenti il pezzo si brucia o al contrario non cuoce. Nei 120 secondi di pressata devi preparare un materassino di poroso juta, uno di rextene e coprire con altro poroso juta. Oltre a preparare le materie prime devi sfridare con un coltellino i bordi del pezzo che hai precedentemente tirato fuori. Quando la pressa si riapre, il poroso deve essere pronto ed il cotto deve essere già nel contenitore. Altrimenti non avrai lo spazio per mettere il pezzo che tiri fuori dalla pressa. Appena tirato fuori, il pezzo è a 180 gradi. Muoviti in fretta ma non lo far sbattere contro il tavolino o per terra. Se ha il rivestimento in velluto, può sporcarsi ma soprattutto a quella temperatura è ancora molle. Può ammaccarsi. Se lo ammacchi, è uno scarto sicuro. Hai di fatto la possibilità di fare 2 o 3 scarti a turno. Sono già tanti. E verranno da soli, visto che nessuna pressa è perfetta. Se ammacchi il pezzo ti procurerai uno scarto gratuito. Puoi anche buttare via lo scarto quando non ti vede nessuno, ma poi dovrai recuperare per fare un pezzo in più. Altrimenti mancheranno 120 secondi all’appello alla fine del turno.

Non sbagliare. Dopo che hai adagiato il pezzo devi passare la mano nei punti più delicati per assicurarti che non ci siano mancanze, buchi, punti dove il pezzo non è cotto. Lo chiamano controllo. In realtà sai che il pezzo non l’hai controllato. Troppo poco tempo per un controllo degno di questo nome. Applichi l’etichetta sul pezzo. Applicala in bella vista e rapidamente, visto che quella è la tua firma. Dovunque vada quel pezzo, l’etichetta dirà chi l’ha fatto e quando. È una piccola spia. Le chiederanno perché c’è un buco che non deve esserci. Lei risponderà col tuo nome. Mi correggo, risponderà con la tua matricola. 255789. C’è chi a fine turno consegna la bolla col numero dei pezzi e scrive solo gli ultimi tre numeri della matricola. Io no. La scrivevo per intero. Almeno in questo volevo dignità. Non sono 789, sono 255789. Suona diverso.

Il cronometrista calcola che tu ci metta 3 secondi per muoverti dal contenitore dei pezzi cotti al tavolo delle materie prime. Sarà il caso di avvicinare il tavolo? Sì, sarà il caso. Al prossimo pezzo, se riesci a recuperare un po’ di tempo sulla preparazione delle materie prime, hai qualche secondo per spostare il  tavolo.

Tutto questo mi ha insegnato la paura di sbagliare. E solo oggi mi rendo conto quanto possedessero la mia testa. Allungavo il corpo tra due piastre roventi per stendere il pezzo, lasciavo la testa per cinque interminabili secondi sotto uno stampo di cento tonnellate da fermo e duecento in caduta, retto da 4 staffe che, per quanto resistenti, reggevano lo stampo in discesa e risalita 365 giorni all’anno, ventiquattro ore su ventiquattro, logore e sporche. Eppure avevo paura solo di sbagliare il pezzo.

Troppo e troppo poco è stato scritto sugli infortuni. Non aggiungerò né molto né poco. Fino ad oggi non mi sono mai infortunato. Ho sempre pensato che prima o poi sarebbe successo. Perché c’è qualche macchia d’olio per terra su cui puoi scivolare, c’è il coltellino industriale che può anche amputarti un dito, c’è quella volta che corri in bagno e il muletto sbuca dietro l’angolo. C’è il crollo della pressa chè è successo ben sette anni fa. È passato un po’, ma il fatto è che è successo. Come diceva l’ingegnere Roda: «noi facciamo di tutto per evitarlo, ma poi c’è l’imponderabile». Gran figlio di puttana. Sia Roda che l’imponderabile.

Ho avuto una certa incoscienza nell’affrontare tutti questi casi statistici. Paura non ne ho mai avuta. Per incoscienza, ripeto, non per coraggio. Ma l’infortunio mi salutava all’inizio di ogni turno. Mi presentavo di fronte al cancello, suonavo il clacson del motorino, si apriva il cancello e lui mi salutava. Mi dava il benvenuto. Forse era un monito o forse un presagio, fatto sta che era proprio all’entrata della fabbrica.

Il custode dal gabbiotto all’entrata mi sorrideva e alzava le braccia. Gesto istintivo, di saluto, un’abitudine dura a morire anche per chi ha due moncherini al posto delle braccia. Non aveva mani, non aveva gomiti. Solo due moncherini. Ho pensato per un po’ di tempo che fosse un dipendente assunto nella quota delle “categorie protette”. Avevo sottovalutato la fabbrica. La nostra fabbrica era all’avanguardia. Se aveva bisogno di qualcosa se lo produceva. Ed era anche in grado di produrle da sé le categorie protette.

Aveva appena diciannove anni, quando il cancello della pressa decise che era l’ora di abbassarsi. Se si abbassa il cancello esterno, la pressa non dovrebbe comunque scattare. A volte hai diciannove anni nel momento sbagliato. E alla fine degli anni Ottanta il meccanismo di sicurezza di blocco pressa non esisteva. Oggi esiste, magari non funziona, come alla pressa 32. Al crollare della pressa fece appena in tempo a levare il tronco del corpo e la testa. Le braccia rimasero lì e, come mi ricordavano spesso in mensa, «quello oggi non più andare nemmeno al bagno da solo». Non ci ho mai scambiato una singola parola, ma mi sollevava comunque il suo saluto. Quando suonavo il clacson e apriva il cancello senza alzare le tendine del gabbiotto per salutarmi, morivo dentro. Morivo a saperlo dietro quelle tende con i suoi moncherini, disperato per una vita che non è più tale, con due moncherini che ti accompagnano in ogni gesto. Comunque ha una casa, ora. Proprio dietro il gabbiotto. Mentre la pressa 32 scende, mentre scrivo, lui è lì. Ventiquattro ore su ventiquattro, come la fabbrica desidera, quasi a cullare quel suo lugubre cimelio.

L’ultimo giorno che ho lavorato lì era il 30 novembre del 2004. Non ho accettato il rinnovo contrattuale di altri tre mesi e me ne sono andato. Non ho staccato alle 14. Ho staccato alle 10. Le ultime quattro ore corrispondevano con lo sciopero generale indetto da Cgil, Cisl e Uil contro la Finanziaria del governo Berlusconi. Per la prima volta da quando ero entrato, la fabbrica era silenziosa, le presse erano ferme. Nella mia testa è stato come l’interrompersi di un piccolo incubo che mi aveva accompagnato durante tutta la mia permanenza. L’animale poteva essere lasciato affamato, poteva anche essere addomesticato.

Furono tutti stupiti dalla mia partenza. In poco tempo ero diventato parte della fabbrica. Il dispiacere con cui accolsero le mie dimissioni lo dimostrava. Evidentemente apparivo già come una “cosa” della fabbrica. Forse è stato meglio che mi abbiano tirato fuori di lì, forse no. Forse avrei dovuto continuare la mia discesa nell’inferno proprio in quella fabbrica per poter dare l’assalto al cielo.

Questo effettivamente non lo saprò mai.
Ma questa è un’altra vicenda, con i suoi incontri e con i suoi titoli. È l’augurio, la speranza, la convinzione scientifica che la storia, in realtà, si nasconda proprio dietro a quel continuo susseguirsi delle stesse diverse identiche operazioni di un lavoro in fabbrica. Lì dove nessuno la cercherebbe. Se non tornerò lì, spero che ci tornino le idee che in altri luoghi ho deciso di continuare a coltivare.

Perché quegli ingranaggi tornino ad essere uomini.