Pozzi#8 (I fratelli terribili)

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Corrono infatti voci secondo le quali molti ragazzi sbandati, abitanti nel ghetto e dintorni, avrebbero in corpo tanta di quella rabbia contro gli adulti da far ritenere possibile anche l’ipotesi di un loro spaventoso piano di vendetta. Perché? Questi ragazzi terribili, usati spesso come accattoni o come «topi» d’auto o ladri di motorini o borsaioli, riterrebbero di essere sfruttati dai grandi i quali non darebbero loro la «paga» o per lo meno la giusta paga per le prestazioni fornite. Alcuni di essi potrebbero aver avuto la triste idea di colpire gli adulti attraverso i bambini, cioè buttando i loro figli nei pozzi.

 

(Italo Del Vecchio, La Gazzetta del Mezzogiorno, 14 giugno 1972)

 

Le storie che ascoltiamo da bambini sono quelle che ricordiamo per tutta la vita. La rosa brilla tra le mie mani gelide, il sangue pulsa nelle vene all’unisono con la corolla. Al suo cospetto ieri e oggi si inseguono lungo un tocco di spago. Il filo tiene insieme i petali ritagliati nella carta crespa, si avvita sull’anima metallica fino a farne dimenticare l’essenza.

 

La rosa mai nata vive, è fragile e gigantesca, invincibile, simile alle dita sottili che l’hanno creata da un misto di ingredienti riciclati, sparpagliati su un cartone trai vicoli del Cicciovizzo. Mi basta guardarla e sono di nuovo nell’estate del 1972, coltivo fiori artificiali assieme alla famiglia che mi accoglie, ultimo di una fila di teste in ordine crescente. Chi taglia un pezzo di ferro filato, chi mette la colla, chi modella la carta del gambo.

 

«Sesè, dici che li tengono per sempre?».

 

«Chi?», replica interrogativa la mia faccia tosta, sfoderando le bugie che i grandi propinano ai piccoli, fino a crederci davvero. So bene che Lucianino non ha pensato ad altro dalla morte di Giuseppe e dal fermo dei cugini per il suo omicidio, anche se sono trascorsi nove mesi.

 

«Parlo di Giovanni e Francesco, quanto se li tengono al minorile?».

 

Luciano studia il fiore, dopo averlo sollevato in direzione del sole lo affianca al mucchio per vedere se somiglia ai tanti che l’hanno preceduto. Intercetto lo stelo, soppeso il manufatto e lo approvo con energia, ricambiando il bambino con una caramella.

 

«Dipenderà da quello che racconteranno al giudice».

 

«E che devono raccontare?».

 

«Dice che Giovanni si è preso la colpa», interviene Aldo, «ha urlato “L’ho buttato io Giuseppe nel Pozzo, Francesco non c’entra niente”».

 

«Che sorpresa!», Annina, è sempre quella delle opinioni definitive, «lo sanno tutti che Francesco è mezzo scemo non può avere colpa, pure se ha colpa».

 

Terminato il mio fiore provo a indossare i panni della ragionevolezza, dell’adulto che in mezzo a questi ragazzini dimentico di essere, nonostante i miei anni superino di molti lustri quelli dei loro genitori e dei loro nonni messi assieme.

 

«Nessuno di noi era presente, chi può dirci com’è andata veramente?».

 

Aldo e Lucianino esplodono: «Sesè lo sa mezzo quartiere cosa ha raccontato Giovanni in questura».

 

«Mo’ ti facciamo vedere noi», Aldo tira su il cartone creando una quinta teatrale, «va ora in onda lo sceneggiato giallo che ha fatto cacare sotto Bitonto. Titolo: Il cavalluccio mortale».

 

Ostento un rimprovero, mentre mi sono già accomodato a gambe incrociate, in prima fila. Aldo issa sulle spalle Tonino, fino a quel momento seduto sui ciottoli, a trafficare con i ritagli avanzati. Il mocciosetto non se la prende a male, anzi è contento, una volta tanto, di essere stato scelto dai grandi per giocare. «Era un tranquillo pomeriggio d’autunno...», la voce acerba da decenne si spertica alla ricerca di una profondità solenne, da cinegiornale che incontra il teatro dei burattini, «Giovanni portava suo cugino Giuseppe a cavalluccio».

«“Kaldu, moretto!”[1], gridava», Aldo saltella indemoniato, mentre Tonino sobbalza sganasciandosi, costretto a ripigliare fiato ogni due zompi, «lo faceva divertire assai. Le voci delle due creature si sentivano fino ai confini del ghetto, abitato da quelli che i bitontini rispettabili chiamano...».

 

«...R’ trusciant!». Annina gli ruba la battuta a effetto a decibel sparati.

 

«Truscian», ripete di slancio Tonino, guardandosi intorno per essere certo di averlo detto bene.

 

«Quand’ecco...», Aldo si gonfia nel petto, al massimo dell’estensione toracica si inchioda con l’indice puntato verso un orizzonte che Tonino ha paura a guardare, perciò si copre la faccia con le mani, mentre noi spettatori appizziamo le orecchie.

 

«Quand’ecco che Francesco...».

 

«...ooo scièm»,[2] sottolinea Tonino sempre più calato nel ruolo, strappando la serietà anche dalla mia faccia adulta.

 

«Lo scièm gli si acchiappa al collo», Aldo invita con i gesti Lucianino a vestire i panni del coprotagonista, «vuole portare lui a spasso il cuginetto».

 

Luciano spara a terra uno sputo carico di lacrime, pregno di rabbia: «No».

 

«E ja, Lucià», la voce di Annina lo carezza, la gonna di cotone della bambina gli solletica la spalla, «giochiamo un poco che ci passa la paura, gli vogliamo bene pure noi a Francesco e Giovanni».

 

Lucianino solleva il mento, infilza gli occhi neri nei miei. Quando penso che scapperà via piangendo (o bestemmiando) scatta a molla verso Aldo, mandando Annina lunga distesa. «Lo porto io il bevelline,[3] kattr’ vé ggamá».[4]

 

Luciano afferra Aldo all’altezza delle clavicole, acchiappando pure le cosciotte di Tonino. Aldo, subìto il primo impatto, reagisce incornando deciso, le guance sollevate da un sorriso di cuore per aver convinto l’amico: «Sta con me, invece!». Ondeggiano avanti e indietro, bizzarro gambero a tre teste. Intorno si catena il tifo, Annina infila una ruota dopo l’altra, la veste si apre e si chiude a compasso, seguendo la rivoluzione del corpo, accompagnando la canzone.

 

«Trotta trotta cavallin’, a chi appartiene il bevelline!».

 

Il bambino conteso strilla, spaventato di più a ogni passo di quella strana danza. Invece di placare gli animi sto battendo le mani al ritmo crescente della cantilena di Anna. Io, Esselio, non invecchio, rifiuto di crescere, ma la morte viene anche per la mia gente, la paura le porge il braccio. Nella mente le parole di Anna vorticano intorno a domande aperte, che grondano sangue: “Riuscirò a proteggere queste creature dai pozzi? E chi salverà me?”.

 

Al culmine della ridda Aldo si stacca, rovesciandosi in maniera plateale, attento nel procurare a Tonino solo una culata sonora, dolorosa però innocua. Annina va in apnea e il silenzio è un veleno, cala sulle note introduttive del pianto ululatorio del piccolo. Aldo, un mattatore vero, lo acchiappa mettendoselo in grembo, smorzando la paura e il dolore con la sorpresa.

 

«Si è rotto la capa, bevelline mie, è andato a Cristo», geme rivolto al cielo, suggerendo svelto nell’orecchio della sua vittima: «Fai il morto Tonì, il morto!». Tonino si abbandona più moscio che può da un lato, lingua penzoloni e palpebre sigillate. «Abbiamo ammazzato Giuseppe», piange disperato Lucianino aka Francesco lo Scemo, «ora Giuseppa a Gendarm’,[5] sua nonna, ammazzerà noi».

 

«Abbozz’!»,[6] intima Aldo nei panni di Giovanni, «mettiamolo nel pozzo, mandiamolo a fondo, dove sta Adolfo. Se lo diciamo ad anima viva finiamo a Sanreme,[7] chi parla se lo portano e’ Ggakk’».[8]

 

Luciano copre Tonino con un cartone, nascondendolo alla vista.

 

«E fu così, madama Pulimme,[9] signore e signori del pubblico, che abbiamo ammazzato a Giuseppe per sbaglio».

 

Aldo e Lucianino si inchinano insieme, da sotto il cartone spunta Tonino, applaudendosi da solo. L’ovazione è interrotta da Anna: «Vabbè, non sono cose di maschi, queste. Ma li leggete i giornali? Altro che capa squasciata[10] e incidente, Giuseppe è stato ucciso per vendetta da Francesco e Giovanni, i fratelli terribili!».

 

Aldo fischia, Luciano e Tonino scatenano una gazzarra, Annina prosegue il suo monologo, incurante. «La storia della caduta è stata una chiacchiera, roba che ci poteva credere solo a’ pulimme».

 

«E che fu, invece, Anna?», vorrei avere un tono allegro eppure deglutisco appena, annuso una verità gigantesca in arrivo da quel faccino a schiantarmi le spalle.

 

«Tutta una cosa pensata prima, un piano da malamente per uccidere Giuseppe sì, ma solo per far male ad altri».

 

«A chi?».

 

«Allo zio, alla famiglia, ai grandi che quel giorno riempivano la panza mentre Giovanni e Francesco si puzzavano di fame».

 

Aldo e Lucianino non ridono più, hanno smesso di agitarsi. Accucciati, Tonino attaccato alle caviglie, restano appesi alla storia di Anna, assieme a me e ad altri corpi magri e ridotti che stanno arrivando per sentirla raccontare.

 

«Giovanni non andava bene per sedersi a tavola con i parenti di fuori. Soltanto per fare la scimmia, per quello sì che era buono».

 

«La scimmia?».

 

«Sesè ma tu veramente dici? Certe volte mi sembra che sei cascato a Cicciovizzo da un altro mondo».

 

«In un certo senso...».

 

«Il papà del bevelline morto, Vito, campava con le rapine. Si portava appresso Giovanni, che era agile e mazzo, mazzo, una scimmietta».

 

«Vito cavava il buco Sesè», spiega paziente Lucianino, «portava i ferri per forare le pareti delle case, dei negozi. Per entrare, invece, era troppo grosso».

 

«Nu grosso strunz», commenta Annina, che sa sempre trovare le parole giuste.

 

«Allora nel foro ci andava Giovanni e Vito gli prometteva sempre: “Tu entra e prendi tutto, poi ti regalo e’ bbangasse”».[11]

 

«Però i soldi non arrivavano mai». Annina recupera la “sua” storia. «Quel giorno che c’è stato il pranzo, il giorno che gettarono Giuseppe nel pozzo, Giovanni andava ancora aspettando la mancia per un buco di qualche giorno prima. Lo avevano fatto a Bisceglie, a quell’istituto minorile che chiamano “la Casa del fanciullo”. Quando non ha avuto né i soldi né il piatto ha deciso...».

 

«Cos’ha deciso?».

 

«La vendetta», mi gridano i ragazzini in coro.

 

Annina tira fuori un pezzo di giornale. «Vedi sta scritto qua, leggi tu che sai. Il giornalista dice che non volevano colpire solo Vito, ma tutti i grandi».

 

Aldo abbraccia con slancio la versione di Anna: «Si sono messi in testa di buttargli i figli nei pozzi a uno a uno e hanno ammazzato le cinque creature. Sta bene dove sta Giovanni».

 

«E dove?».

 

«Alla Casa del fanciullo, solo che mo’ il buco lo vorrebbe fare per uscire», le labbra di Aldo si tendono in un ghigno che mi gela.

 

«E se lo hanno chiuso là da quando è morto il primo Giuseppe come ha fatto a organizzare tutta questa vendetta?». La voce di Lucianino arriva dritta, una freccia piantata nei muri. «Quelli vengono qua tutti bene vestiti, dicono che facciamo le scimmie, che siamo ladri, assassini, trogloditi, e noi abbocchiamo pure. Non è che, niente, niente, Annù sei stata tu la mente del piano diabolico?».

 

Il calcio di Anna si schianta supersonico sugli stinchi di Luciano. Aldo pronuncia almeno tre modi diversi per mandare gli amichetti a quel paese e si dilegua, lasciandoli al loro duello. Vengo risucchiato in un groviglio di capelli, unghie che sfilano la pelle, incisivi che disegnano solchi vermigli. Separarli è dura, la rissa è vera, non ha lunghi momenti di minacce a vuoto, come quelle degli adulti, la miccia è corta, l’esplosione dirompente. Quando infine ne vengo a capo entrambi ingoiano saliva e sangue, accasciati sui gradini del basso. «Tu sei scema, no Francesco», singhiozza Luciano, «lui è uno di noi e Giovanni anche».

 

«Ma noi mica abbiamo fatto male a qualcuno», risponde Anna, ancora lontana da una respirazione normale.

 

«E magari manco loro. Non è che una cosa è vera se lo dicono i gendarmi, i giornali e la televisione».

 

Passo un fazzoletto ad Anna, un gesto di defilamento che Luciano coglie alla perfezione: «E tu, Sesè, che pensi? Credi che sono stati i fratelli terribili? O magari Aldo, o io?».

 

«Oppure io, non è che perché sono femmina non posso essere stata!». Annina, per fortuna, si sta riprendendo.

 

«E come no», le riconosce l’ex avversario, «tu potresti essere a capo di tutta la banda. Ho pure il nome per giornali: A’ gendarmine!».[12]

 

In un attimo sono abbracciati, ne approfitto per tirare fuori dalla tasca sinistra un mazzo di carte con il dorso scarlatto, impreziosito da motivi dorati. Anna guizza al mio fianco, illuminata. «Sesè, sai fare i tarocchi, tu?». Lucianino finge disinteresse eppure scivola un paio di palmi nella nostra direzione. «Ovvio, Anna, quando vai a lavorare col dormos’[13] come Sesè devi leggere le carte alle zite, usare la palla del futuro, scrivere gli indovini di carta. Grandi fesserie, per fottere r’ndome».[14]

 

Metto a danzare le carte sopra i nasini protesi: «I tarocchi sono un modo per acchiappare le storie che vibrano intorno a noi. Ce ne stanno tante, aspettano che le facciamo nostre, trasformandole in quello che sarà. Il passato e il futuro sono meno distanti di quanto pensiate, il presente cambia mille volte al secondo».

 

Passo il mazzo a Luciano. «Vuoi sapere cosa succederà a Giovanni e Francesco?».

 

«Mi piacerebbe vedere il domani nostro, di tutti».

 

«Sempre che ci arriviamo e non finiamo dentro a un pozzo», Anna allunga una mano e pesca tre carte, come ha visto fare alle donne del rione, le dispone con calma una accanto all’altra, da sinistra verso destra.

 

Lucianino gira la prima. «La Torre!», sobbalza Anna.

 

«Porta male?», mi domanda Luciano, allarmato.

 

«La storia è nelle vostre mani, siete voi il destino che la manovra e non il contrario. Anna, vuoi iniziare a raccontarla tu?».

 

Anna respira a fondo, rincalza il caschetto castano dietro le orecchie. «La prima è la carta di ciò che è successo da poco. Vedete la torre, nera nera? Ci sono due cristiani a testa in giù, qualcuno li ha buttati di sotto. Giovanni e Francesco hanno passato un guaio, un guaio grosso, così grosso che lo stiamo passando anche noi assieme a loro. Solo che la torre ha una maledizione: ogni volta che ti butti finisci di nuovo in cima, magari ti fracassi, ti fai male troppo, ma sempre ritorni al punto di partenza».

 

«Loro due stanno incastrati», indica le figure sulla carta, «hanno la stessa condanna e manco si possono consolare tra loro. La torre li ha separati».

 

«E mo’, che succede? Nel presente, dico...».

 

«Volta la seconda carta Lucià, che lo scopriamo».

 

Luciano afferra il rettangolo di cartoncino da un angolo, liberando ai nostri occhi ansiosi la figura nascosta un millimetro alla volta. Quello che vede non gli trasmette granché: «Chi è questo?».

 

«Il matto», intervengo, «secondo te cosa è venuto a dire?».

 

La voce del ragazzino è esitante, all’inizio: «Ci sta un malamente che sta facendo brutto». Poi l’istinto lo guida, le parole si mettono in coda, sempre meglio allineate. «Ma non è che agisce per lui solo, è una persona e insieme è tanti. Il matto e la pazzia sono la stessa carta, la confusione che piglia quando tutti vomitano parole e quelle parole diventano un fiume e il fiume finisce nel pozzo, lo avvelena e fa ammattire più gente ancora».

 

Lucianino trema, Anna gira di scatto l’ultima carta: «E mica è detto che deve andare così». Sul gradino compare un animale. Ha occhi luminosi e attenti, vigili ma non torvi, incede tra il cielo e il mare, sicura e maestosa, a suo agio su entrambi i versanti. Il suo corpo riluce, le scaglie sembrano muoversi sotto l’effetto dei raggi del sole, ora verde scuro come uno stagno d’inverno, ora acqua marina da far invidia agli orecchini di una contessa.

 

«A Scettùsciue!».[15]

 

Anna è divisa tra entusiasmo e incertezza. Manda un’occhiata di sbieco prima al mazzo e poi a me: «Sesè ma che tarocchi sono? Io questa non la conosco».

 

«Perché le carte del futuro cambiano sempre, Annù. Mie, di Sesè, di Giovanni... Ci stanno milioni di miliardi di mazzi».

 

«E quindi che facciamo con questa mangialattuga?».

 

«Porta un fiore in bocca, una rosa rossa, come quelle che stavamo facendo noi». Luciano raccoglie un bocciolo di carta caduto in strada, lo ripulsice e lo sistema tra i capelli di Anna.

 

«Io non ho mai visto una tartaruga vera, però sento che pian piano le cose brutte passeranno. Noi staremo bene se sapremo restare vicini, sotto un unico guscio».

 

«Capito, Sesè, non devi piangere». Anna mi asciuga con la manica l’angolo degli occhi. «Scapperemo da qua in groppa a ra scettùsciue, una così grande da portare tutti i bambini del Cicciovizzo, pure i fratelli terribili». Mi bacia una guancia, sfila il fiore dalla testa: «Intanto tieni da conto la rosa, così quando arriva ce la dai, vedi come le piace?».

 

Chissà se Lucianino ha incontrato la testuggine. A me, lontano dai pozzi, dai bambini di Bitonto e dall’acqua che li ha inghiottiti, resta la rosa di Anna e un mazzo di tarocchi impolverato. Ero uno di molti, ora sono l’ultimo.

 

Lucianino aveva ragione, le storie che possiamo vivere sono infinite, quelle sentite da ragazzi hanno un potere speciale, possono mangiare le altre, divorarle senza sosta, finché restano uniche e non c’è carta che possa rimediare.

 

Abbiamo raccontato a questi figli una storia di sangue e vendetta, fingendo che servisse per tenerli buoni, farli restare nei loro lettini con mille sogni d’oro. Era una storia scritta per noi, invece, le carte del mazzo prigioniere di mani adulte.

 

A furia di ascoltare la favola nera dei piccoli mostri l’hanno imparata a memoria, recitata con con le preghiere, benedetta con la nostra approvazione.

 

Siamo tornati a dormire tranquilli, beati dalle menzogne spacciate per verità, convinti che i bambini dei pozzi non ricordassero più il volto dei mostri grandi, il volto dei loro padri.

 

Titoli di coda

 

La citazione iniziale è tratta dall’articolo “Cercano ora di terrorizzare un ragazzino” di Italo Del Vecchio, pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 14 giungo 1972, lo stesso articolo da cui Anna attinge per il suo monologo su “i fratelli terribili”. Un pezzo interessante perché mette a confronto i fatti di Bitonto con il delitto di Ermanno Lavorini, ucciso a Viareggio il 31 gennaio 1969, cioè più o meno due anni prima della vittima numero uno di questa vicenda, Adolfo. «Si montò tutta una storia di uomini drogati, viziosi», ricorda Del Vecchio, senza mettere in campo la parola al centro della caccia alle streghe di Viareggio, cioè “omosessuale”, «si capì finalmente che era stato solo il tragico gioco di ragazzi bacati».

«Una volta scoperti quei piccoli “mostri”», argomenta, «cercarono di addossare la colpa agli adulti, calunniando un sacco di persone, anche del mondo politico». Una lettura che secondo il giornalista de La Gazzetta «non è da sottovalutare» anche nel giallo pugliese, dove si carica di una sorta di lotta generazionale tra sottoproletari.

 

Tra parentesi il caso Lavorini è stato segnato, anche a livello processuale, da una sciagurata campagna di stampa incentrata su un format destinato ad avere un grande successo nelle narrazioni di nera dei decenni successivi, il “racket dei pedofili”. Pedofili che a Viareggio non esistevano e non avevano niente a che fare con la morte di Ermanno, ascrivibile a un gruppo di giovani del Fronte Monarchico Giovanile che avevano programmato un maldestro sequestro a scopo di estorsione finendo per uccidere il ragazzino. Non “ragazzi bacati”, dunque, ma neofascisti, il cui appeal mediatico era nell’Italia di allora pari a quello di oggi, cioè zero, invisibili come “la parola con la F” che dopo la caduta di Mussolini e i conti col fascismo chiusi in fretta è bene smettere di pronunciare.

 

A Bitonto l’assenza di segni di violenza sessuale sulle cinque vittime non ha materializzato lo spauracchio dell’associazione per delinquere di matrice orchesca. Invece la pista dei “mostriciattoli” è emersa a più riprese, sia nella versione degli omicidi scollegati tra loro, che in quella della vendetta seriale a danno di alcuni gruppi familiari o degli adulti più in generale. Michele, il fratello della prima vittima, si è sentito costretto a dichiarare di averlo gettato nel pozzo. La confessione, modificata, ritrattata e riproposta da Giovanni sembra inserirsi nel medesimo schema. Del resto all’epoca non si applicavano, come dovrebbe accadere oggi, protocolli di adeguata tutela nell’audizione dei minori nei procedimenti giudiziari.

 

«Troppe volte i bambini di Arco Pietrogianni in questi mesi hanno reso dichiarazioni contraddittorie, magari smentendole subito dopo averle fatte. E la stessa polizia sta occupandosi delle minacce e delle intimidazioni cui questi ragazzi sarebbero continuamente sottoposti, non si sa bene da chi. Ancora una volta i bambini sono le vittime di questa angosciosa vicenda». A dirlo è Ennio Mastrostefano, conduttore della puntata della trasmissione Az—Un fatto, un perché incentrata sul caso di Bitonto, andata in onda il 16 giugno 1972. L’immagine che correda il testo viene sempre da Az, è un fotogramma del servizio effettuato da Giuseppe Marrazzo a Bitonto, nel corso del quale due ragazzi che vivono nel ghetto dei Truscianti spostano una pietra per aprire uno dei pozzi, come secondo gli inquirenti avrebbe fatto chi ha gettato nella cisterna Giuseppe e gli altri.

 

A conferma delle parole di Mastrostefano la prima confessione di Giovanni viene smentita dall’esame autoptico sul corpo di Giuseppe: c’era acqua nei polmoni del bambino, era vivo quando è stato scaraventato nel pozzo. La storia della caduta durante il gioco non regge, come quella del corpo rimasto tutta la notte nel pozzo dove è stato trovato, lo stesso pozzo che alla prima perquisizione era apparso vuoto. Per il medico legale il cadaverino di Giuseppe è stato in acqua circa sei ore e non meno di quattro. Elementi presenti anche nella corrispondenza di Del Vecchio per La Gazzetta del 15 giugno, “Si rovista ancora nel passato per chiarire il giallo di Bitonto”, in cui la pista della faida “ragazzini vs adulti” è ancora presente, almeno a livello di ipotesi. Che dire allora della seconda confessione, in cui Giovanni dichiara di aver colpito Giuseppe per ripicca dopo il mancato invito a pranzo? Un movente labile, una ricostruzione fumosa che col tempo verrà accantonata, lasciando un segno indelebile nella vita di Giovanni e Francesco, non gli unici minorenni della medesima famiglia a essere sospettati nel corso dell’inchiesta. Ma per scoprirlo ci vorrà un nuovo giro di tarocchi e un’altra storia sui pozzi maledetti, quella di Angelo.

 

[1] Muoviti, moretto!

 

[2] Lo scemo.

 

[3] Il bambino.

 

[4] Vattene via da qua.

 

[5] La gendarme.

 

[6] Stai zitto!

 

[7] Al cimitero.

 

[8] I carabinieri.

 

[9] Polizia.

 

[10] Rotta, fracassata.

 

[11] I soldi.

 

[12] La piccola gendarme.

 

[13] Carrozzone da circo.

 

[14] I cretini.

 

[15] La tartaruga!

 

#Pozzi è una web serie ibrida, nell’etere ogni maledetto venerdì. Una posata archivista ha domandato all’autrice: “Perché scrive di bambini morti, di cose orribili, che problemi ha?”. In questo link un tentativo di risposta.

 

Per leggere gli episodi precedenti:

 

Pozzi#1 (Il Diavolo a Bitonto)

 

Pozzi#2 (Non si sevizia un paperino)

 

Pozzi#3 (Chi sono i Truscianti?)

 

Pozzi#4 (Angeli, mostri e mostriciattoli)

 

Pozzi#5 (Le tre morti di Adolfo)

 

Pozzi#6 (La mamma killer)

 

Pozzi#7 (La smaterializzazione di Giuseppe)