Pozzi#7 (La smaterializzazione di Giuseppe)

«Giallo» a Bitonto, il più grosso centro della provincia di Bari. Il cadavere di un bimbo di quindici mesi, Giuseppe, scomparso nel primo pomeriggio di ieri, è stato trovato nella cisterna della sua abitazione, al centro della caratteristica «zona degli zingari» o, per dirla come la chiamano da queste parti, «de’r trusciant». Ieri sera il corpo del bimbo non c’era nella cisterna, scandagliata dalla polizia.

 

«R’ trusciant» sono gli zingari pugliesi. Grossi gruppi di gente che sfugge ad ogni anagrafe, molto simili alle carovane del Bresciano e del Monzese. Da secoli si sono insediati nella parte vecchia di Bitonto e, di generazione in generazione, vivono di elemosina o di piccoli affari non sempre puliti. Hanno un modo particolare di vivere, loro riti, loro tradizioni, loro cerimonie. È brava gente, in definitiva, ma non vuole «fastidi».

 

In questo ambiente è scomparso il piccolo Giuseppe e in questo ambiente è stato trovato morto.

 

(Dino Martirano, Il Corriere della Sera, 21 ottobre 1971)

 

Sotto impietosi fari artificiali il corpo dell’uomo dovrebbe risplendere plastico, trasmettere vigore, atletica baldanza, sfida muscolare all’impossibile mistero di membra incatenate che si liberano dai lacci. Viene sollevato dalla macchina, infantile copia balocco di una scatola di tortura, persino stucchevole nell’esotica forma a pagoda. A testa in giù, il mago più famoso del mondo appare invece vitreo, fragile carne contornata dal costume ascellare. Fasci di luce attraversano la teca per esaltare l’acqua chiamata a battezzarlo ancora una volta re della fuga, Houdini il grande.

 

«Questa spettacolare forma di evasione non è stata mai tentata prima, da nessuno!», rassicura l’assistente a beneficio del pubblico in sala, «per vostra informazione la vasca contiene due tonnellate d’acqua». «E ora, presto, signori», si rivolge con entusiasmo ai due volontari scelti a caso dalla platea, «salite gli scalini, chiuderete i lucchetti non appena Houdini sarà calato nell’acqua. Siete pronto Houdini?».

 

Capovolto, affannato, il petto paonazzo, l’illusionista dà il segnale convenuto. La carrucola lo immerge, provocando brevi spruzzi violenti di acqua.

 

«Cinque secondi!».

 

Il protagonista dello spettacolo è totalmente concentrato, solo i capelli ondeggiano, il corpo è fermo, centinaia di volti lo fissano, è il loro pesce speciale nell’ampolla.

 

«Dieci secondi!», il telo cala dal soffitto a nascondere i piedi assicurati a un ceppo, a sua volta chiuso sulla vasca.

 

«Quindici secondi!».

 

«Le braccia distese non sono poco toniche?», iniziano a domandarsi gli spettatori agghindati, «è sforzo o disperazione quella che si legge negli occhi dell’attrazione principale attraverso la lente dilatata del liquido?».

 

«Venti secondi!», l’assistente continua a contare garrulo, il pubblico non fa una piega, attende ciò che ha pagato, la danza macabra e la tragedia a un passo, da scongiurare in un’esplosione applausi.

 

«Venticinque secondi!».

 

L’essere umano in acqua si agita, prova a issarsi, sbatte i palmi sul vetro.

 

«Trenta secondi!».

 

Le signore nelle prime file fanno trillare d’emozione i cappellini.

 

Nel retropalco corre disperata una donna in calzamaglia scura e tulle. Passa dall’ingresso in strada, irrompe tra le ultime file.

 

Cerca il suo uomo sigillato in una scatola d’acqua, lo vede. Lui si solleva e ricade, di nuovo e poi nulla, giace abbandonato, un tritone capovolto, senza vita, in una palla di vetro e neve.

 

L’urlo della soubrette bionda è il gong che cala il sipario sullo spettacolo che tutti si stanno godendo, cercando di dissimularlo.

 

L’assistente brandisce una gigantesca ascia, squarcia con furia il ventre di vetro della pagoda. Il silos da palcoscenico esplode e inonda il teatro in piedi, standing ovation per la morte a sorpresa che vale il prezzo del biglietto. Il mago smontato dalla sua croce viene disteso in terra tra le braccia di Bess, la moglie dolente.

 

«Ritornerò Bess, deve esserci un modo...».

 

Gli occhi splendenti di Tony Curtis scrutano già l’altrove. Quando si chiuderanno, lontano, per rispetto, dalla macchina da presa, si spegnerà la vita ma non la leggenda di Houdini.

 

L’uomo che ha combattuto contro l’inganno dei medium imbroglioni e le sedute spiritiche-truffa giura che se c’è una via tra la terra dei vivi e le lande postume lui la percorrerà a ritroso, per dimostrare che la comunicazione con le anime trapassate è possibile, ci vuole un mago che non crede nella magia per dimostrarlo.

 

Con questo inno alla ragione che s’inchina ai propri limiti ma non alla menzogna, all’illusione rafforzata dalla consapevolezza della maestria fisica e tecnica, finisce la prima versione cinematografica della vita di Houdini, firmata da George Marshall nel 1953. Eppure, come ogni rappresentazione filmica si tratta di un trucco maldestro, mistificazione degna di una fattucchiera che strappa piccole banconote a creduloni, disperati e creduloni disperati.

 

Houdini non è deceduto fallendo il celebre esercizio della tortura cinese dell’acqua (da lui chiamato “Il sottosopra”). Il solo pensiero avrebbe riportato sulla terra la sua anima immortale stanca di rigirarsi per cotanta offesa. Harry Houdini si è spento a causa di una peritonite, aggravata forse da un colpo all’addome ricevuto in camerino, ma solo dopo aver chiuso il suo spettacolo. Prima di arrendersi all’oscura signora ha portato la meraviglia nel mondo un’ultima volta.

 

Il trucco di Houdini immerso sottosopra nella pagoda è uno dei tanti messi a punto nel corso della carriera usando l’acqua, elemento magico, minaccioso e familiare, puro ma capace di confondere la vista, quindi perfetto per un inganno alla luce del sole.

 

Molti illusionisti, celebri e sconosciuti, si sono cimentati nel tentativo di replicarlo. Negli anni io ne ho costruito una versione fondata sull’imbroglio. Rovesciato, incastrato nella vasca, riuscivo a cambiare forma e sfilarmi, protetto da un drappo rosso issato e poi fatto cadere da un compare, a spostamento avvenuto.

 

«Et voilà, Esselié l’incroyable e la sua sma-te-ria-liz-za-zio-ne! Venghino signori, venghino a vedere come sparisce dalla vasca piena d’acqua e riappare dinanzi a voi bagnato come Giovanni al battesimo».

 

Ciccio, il mio fedele assistente, ha sfamato sei figli presentando quest’attrazione nelle peggiori giostre del centro sud. Si è molto rammaricato il giorno in cui ho deciso di mandare in pensione Esselié, assieme alla sua cassa d’acqua, il ventuno ottobre del 1971, dopo che è riemerso il corpo di Giuseppe. Il primo con questo nome a finire la vita breve in un pozzo, il secondo di cinque, iniziando a contare da Adolfo.

 

Il giorno venti ho visto Caterina, la mamma di Giuseppe, uscire per andare a festeggiare l’arrivo di certi parenti importanti con un pranzo “da signori”. Sottobraccio al marito, l’aria preoccupata per la chioma non abbastanza pettinata, le zone traslucide degli abiti lavati fino allo sfinimento delle trame.

 

«E Giuseppe? Non lo portate?», ho chiesto.

 

Il marito teneva uno sguardo truce e spazientito, lei, al solito, è stata gentile: «No, niente piccini oggi a tavola, sta con i cugini grandi, che si diverte tanto».

 

L’ho salutata con una mezza riverenza, facendola ridere piano. Ho fissato per un po’ la porticina al numero cinque di via dell’Arco Pietrogianni. L’istinto mi spingeva a bussare per vedere come se la stessero cavando con il pargolo Giovanni e Francesco. Quei “grandi” poco più che bambinetti, il secondo, con la sua mente rallentata, sotto il completo comando del fratello. Dopo la separazione dei genitori vivevano nello stesso palazzo di Giuseppe, nella casa di nonno Francesco, al pianoterra.

 

Mentre me ne stavo impalato donna Lucia si è affacciata dal palazzo di fronte per rovesciare un secchio d’acqua. Dopo il mio strillo seccato si è scusata «Uuuhhh bevelle mie perdonami non ti avevo veduto».[1] Ho passato abbastanza tempo qui al Cicciovizzo, il ghetto dei truscianti, per sapere che si trattava, invece, di un avvertimento: «Vai a farti i cazzi tuoi lontano dalla casa degli altri». Così ho ripreso la mia giornata, dandomi dello stupido per il macigno che sentivo sullo stomaco. Ogni tanto sono ripassato davanti al civico, senza cogliere particolari segni.

 

Nel pomeriggio inoltrato le grida delle donne dell’Arco mi hanno raggiunto al bar: «Non si trova Giuseppe, si sono rubati il bevelline,[2] correte, correte!».

 

Invece di precipitarmi da Caterina mi sono infilato in un vicolo. Aveva funzionato con Michele, perciò speravo che le mie speciali abilità mi avrebbero portato anche da questo piccolino. Due ore dopo, svuotato di ogni forza dalla trasformazione e dal volo ininterrotto, mi sono accasciato nei pressi del capannello intorno al basso, in quel momento spalancato e brulicante di personaggi in divisa.

 

Caterina piangeva in un angolo, stretta dalle donne del palazzo e del ghetto, tutto mobilitato per la seconda volta in quattro mesi intorno a un bambinello volato in braccio a chissà quale tragico destino. Il padre e il nonno, le facce bucate da fessure inespressive, restavano sempre un passo indietro al Maresciallo, indicando alle guardie dove trovare le cisterne nei palazzi vicini.

 

«Stanno cercando nei pozzi?», ho chiesto a nessuno in particolare.

 

«Dove è stato uno, possono essere due», mi ha risposto Lucia, uscita di casa dopo anni per l’occasione, mimando i numeri con le dita nodose sollevate al cielo. Un ragazzino rasato è arrivato di corsa per rivelarle l’informazione in esclusiva che l’aveva spedito a cercare: «Stanno arrivando pure r’ Karrubb’».[3]

 

«Gerramì»,[4] è scattata la vegliarda, sfoderando l’ugola ancora poderosa, «R’ Karrubb', r karrubb'!». Al suo grido la gente ha iniziato a defilarsi. Poliziotti e carabinieri a braccetto nel quartiere non si erano visti mai.

 

La processione di gendarmi a chiedere e frugare è andata avanti fino alle tre di notte. Nonostante il freddo e l’umido sono rimasto in terra a vegliare le ricerche. I bambini miei amici a farmi da corrieri, portando voci di corridoio, vino e sigarette. Il troppo rosso, alla lunga, mi ha regalato un sonno marcio. Alle sette sono stato scosso da Lucia, intabarrata nello scialle, pronta a offrirmi un pezzo di pane e un sorso d’acqua. Dagli occhi e dalle narici le usciva un liquido che non era dovuto al raffreddore o alla bassa temperatura.

 

«La Madonna lo protegga. La Madonna l’accompagni». Sputando il pane sono corso in casa. Giuseppe era posato sul letto, zuppo, i capelli sottili ridotti a massa, il faccino senza espressione, le membra bluastre. Le ginocchia hanno ceduto, un uomo mi ha messo una mano sulla spalla. «L’ho pescato io dal pozzo, il signore ci ha maledetti, si prende le creature». Mi sono inclinato in direzione della voce, incapace di elaborare le parole dello zio di Giuseppe. «Il bambino è annegato, pure lui, dentro casa, come Adolfo».

 

La gente è sbucata dalle abitazioni spoglie, si è sparsa intorno alla camera mortuaria improvvisata. Il Maresciallo, piombato con i suoi, si è stropicciato la fronte con rabbia davanti al cadaverino acchittato sul copriletto, preparato apposta. In mezzo alla via ha improvvisato un comizio.

 

«Vogliono farci credere che Giuseppe, che fino a poche ore fa non c’era, sia riapparso come per magia in quel buco con trenta centimetri d’acqua. Da solo, senza un perché, spostando un masso pesantissimo. Ci prendono per fessi questi trogloditi, come hanno già fatto con l’altra vittima. Ma stavolta no...».

 

Dopo essersi sfogato si è messo ad abbaiare ordini, ha fatto raccogliere tutta la famiglia per sentirli in caserma uno a uno, i grandi almeno. I famosi cugini che avrebbero dovuto badare alla vittima, spediti subito al correzionale minorile di Bisceglie. Qualcuno li aveva visti fuggire dal palazzo nel pomeriggio, con l’aria di chi l’aveva combinata grossa. E anche durante le ricerche erano rimasti nervosi, esagitati. Avevano molto da dire e separati dalla famiglia sarebbero crollati subito.

 

«Si portano via Francesco e Giovanni», ha strillato Lucianino, uno dei miei prediletti, attorcigliandomi la maglia, «niente facciamo?». Si è rivolto a me perché io sono Sesè e con i bambini dei truscianti parlo davvero, non come i grandi o gli altri, che non sono píkure.[5]

 

Senza rispondergli mi sono rimesso in piedi col ghiaccio in corpo, scivolando verso il mio buco. «Non c’era, nell’acqua, non c’era», ho mormorato, simile allo spettatore scettico che fa passare le braccia intorno all’assistente del mentalista sospesa a mezz’aria, cercando fili trasparenti che svelino l’arcano. Ho fatto il vuoto nei pensieri, impegnati a battere il cervello come un polipo su uno scoglio. Mi sono gettato sopra la branda, cercando il buio, desiderando il fondo del pozzo. Smaterializzato a me stesso. Esselio, non uomo, senza forma.

 

Da allora, ogni volta che ho sentito la nostalgia per il palco, le luci e il frac, ho riguardato il vecchio film su Houdini e chiesto al mago di perdonarmi. L’ho immaginato sussurrarmi la risposta con il sorriso splendente di Curtis: «Esselio la magia è nemica della menzogna, devi usarla per aprire gli occhi alla gente, mai per imbrogliarla!».

 

Nelle fiere mi sono arrabattato con piccole prestidigitazioni, onesti giochi di destrezza. Liberavo i polsi da manette di ferro, lasciavo che mi imbracassero nella camicia di forza e dondolandomi e strizzando il corpo liberavo il pazzo furioso che portavo dentro.

 

Sesè, il re delle piccole fughe. In mezzo ai truscianti, sono state importanti lo stesso, hanno acceso lo sguardo a uomini, donne e bambini imprigionati in una macchina infernale fatta di sassi e intonaco, a prova di evasione.

 

Non sono più tornato al mentalismo, la meraviglia era ed è prosciugata in me, ridotta al fondo melmoso di un buco nel pavimento.

 

Vagando tra i tendoni e le attrazioni mi è capitato di passare davanti alla vasca dove le donne-sirene attiravano gli astanti esibendo code di paillettes. E allora una domanda tornava a tormentarmi: «Dove vanno i bambini quando galleggiano?».

 

Non ho saputo rispondere, accontentandomi di osservare senza capire, stolido di fronte al segreto del mago. Posso solo pensare che ci siano altri mondi oltre a questo, altri pozzi dove sono caduti i nostri cinque piccoli. Che esista una via per raggiungerli e forse un modo per tornare indietro, come ha fatto Giuseppe. Non da vivi, però.

 

Perché la magia non vuole inganni.

 

Titoli di Coda

 

La citazione di apertura è tratta dalla corrispondenza di Dino Martirano per Il Corriere della Sera, pubblicata nell’edizione del 21 ottobre 1971 con il titolo: “Bimbo morto in una cisterna. Si ritiene sia stato strozzato”.

 

La ricostruzione delle ricerche di Giuseppe, levati i dialoghi che sono opera di fantasia, si basa sull’articolo di Martirano e su quello intitolato “Giocando strangolano il cugino (15 mesi) poi lo buttano nella cisterna”, scritto da Antonio Amendolagine per La Gazzetta del Mezzogiorno del 21 ottobre 1971.

 

Il personaggio del Maresciallo è solo lontanamente ispirato alla figura del maresciallo di polizia De Santis che fu il primo ad arrivare a casa di Giuseppe e a coordinare le ricerche del bambino. Nessuna delle frasi da lui pronunciate è associabile a De Santis nella realtà.

 

Il film di cui parla Esselio è Houdini di George Marshall (1953), con Tony Curtis nei panni di Harry Houdini e Janet Keigh in quelli di sua moglie Bess.

 

Sebbene nel finale del film appaia in punto di morte già sul palco dopo il fallimento del suo nuovo numero tenutosi il 31 di ottobre, nella realtà Houdini, accusato un malore dopo uno spettacolo il 24 ottobre del 1926, sopravvive per una settimana, spegnendosi nella notte di Halloween, come si legge in Houdini. Mago dell’impossibile di Massimo Polidoro, pubblicato dalla torinese Codice edizioni nel 2018.

 

Una peritonite fatale (conseguenza di un pugno ricevuto in camerino il 22 di ottobre) è indicata come causa del decesso del mago delle evasioni da Kenneth Silverman nel volume Houdini!!! The Career of Ehrich Weiss, pubblicato da Harper Perennial nel 1997 (p. 411), e citato anche da Polidoro (a p. 380).

 

Houdini, con una febbre altissima causata dalla perforazione dell’appendicite, decide di salire sul palco e sviene dietro le quinte tra il primo e il secondo atto. Ripresosi continua fino alla chiusura, quando una corsa disperata lo porta in ospedale. Secondo Bess Houdini il marito le giura di tornare da lei dall’aldilà.

 

Quando il medium Arthur Ford la contatta dicendole di aver ricevuto un messaggio da Harry, Bess, messa a dura prova da stuoli di ciarlatani, ha un sussulto: «Rosabelle, ascolta, credi, rispondi, parla». Come non riconoscere il codice stabilito tanti anni prima con il compagno per simulare la trasmissione del pensiero durante gli spettacoli?!

 

Purtroppo non si tratta della prova che il messaggio provenga davvero dallo spirito di Houdini. Da provetto creatore di illusioni, Ford ha pescato il codice da un libro su Houdini e l’ha usato come “gancio” per la vedova. Un classico da truffatore. Bess tra il 1927 e il 1929 organizza una seduta spiritica per evocare il marito la notte di ognissanti. Alla fine si arrende: «Per tre anni ho cercato di penetrare nell’oltretomba e comunicare con mio marito, ma ho ormai perso ogni fede in tale possibilità» (cfr. Polidoro, p. 404).

 

Per conoscere i segreti di Houdini e del mentalismo si consiglia la lettura di Polidoro e Silverman, ma anche di Mariano Tomatis, scrittore e illusionista che ha fatto da consulente per questo episodio, autore (tra le altre cose) di L’arte di stupire (Sperling & Kupfer, 2014) assieme a Ferdinando Buscema.

 

Sempre Mariano ha scritto sul suo blog del potenziale radicale delle fughe di Houdini intese come pratiche di evasione rivoluzionaria da riscoprire e diffondere anche oggi.

 

«Se è veramente possibile a qualcuno tornare dall’aldilà, Harry Houdini lo farà». Secondo la leggenda, sarebbero state le ultime parole pronunciate dall’illusionista.

 

L’autrice non sa se Houdini sia riuscito nell’impresa. O se altri siano tornati come spiriti dai loro cari prima o dopo di lui. Non può fare a meno di pensare che la nascita di un fratellino di Giuseppe, a un anno dalla sua morte, battezzato con lo stesso nome (e cognome, ovviamente) sia stata una sorta di ritorno. Purtroppo la vita e la morte hanno leggi crudeli, quanto gli uomini, e anche il secondo Giuseppe, a un solo mese di vita, è spirato in un pozzo di Bitonto.

 

[1] Ragazzo mio.

 

[2] Il bambino.

 

[3] I carabinieri.

 

[4] Mamma mia.

 

[5] Truscianti.

 

#Pozzi è una web serie ibrida, nell’etere ogni maledetto venerdì. Una posata archivista ha domandato all’autrice: “Perché scrive di bambini morti, di cose orribili, che problemi ha?”. In questo link un tentativo di risposta.

 

Per leggere gli episodi precedenti:

 

Pozzi#1 (Il Diavolo a Bitonto)

 

Pozzi#2 (Non si sevizia un paperino)

 

Pozzi#3 (Chi sono i Truscianti?)

 

Pozzi#4 (Angeli, mostri e mostriciattoli)

 

Pozzi#5 (Le tre morti di Adolfo)

 

Pozzi#6 (La mamma killer)