Pozzi#6 (La mamma killer)

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Nacque così a Bitonto la storia del «mostro» o dei «mostri» che vanno in giro a buttar bambini nei pozzi. Ad ogni modo pare che la terribile Maria Giuseppa, sorellastra di Arcangelo (attualmente in carcere per l’ultimo delitto) intuì la verità e mise alle strette Maria. Un paio di giorni dopo Arcangelo attaccò frontalmente e costrinse la moglie a dirgli come erano andate esattamente le cose. Non accadde nulla, comunque, salvo una bastonatura coi fiocchi, e tutto restò un segreto in famiglia.

 

(Italo Del Vecchio, La Gazzetta del Mezzogiorno, 19 giugno 1972)

 

Partigiano, aristocratico, pazzo, proletario, bandito messicano, dittatore, pittore, in calzamaglia rinascimentale, nudo, col capello da cinese o nei panni di Erode, non c’è ruolo e costume d’attore che Tomas Milian non abbia vestito a pennello, al cinema e a teatro. In Italia lo ricordiamo solo come lo sbirro buzzurro, nella mia mente finisce sempre per identificarsi con Andrea Martelli, il sagace cronista di nera di Non si sevizia un paperino. Martelli lavora per una testata che è tutto un programma, La Notte, ha l’aria (e i baffi) di chi ne ha viste tante e conosce ogni segreto del più torbido dei mestieri, il giornalista specializzato in morti ammazzati.

 

«Vi faccio vedere io chi è Martelli de La Notte!».

 

Al quarto tentativo di interpretare la sua battuta d’entrata nel film di Fulci la mia faccia è ancora poco convincente. Gli occhiali scuri a goccia, il capello castano e la camicia sbottonata sulla collanina dorata offrono la replica fedele del personaggio dello schermo, eppure non basta. Forse è meglio riprovare con una presentazione neutra: «Sono Martelli, de La Notte di Milano». Non suona tanto credibile, «Martelli, de La Notte di Bari?», uhm, inventare un quotidiano locale potrebbe rivelarsi azzardato.

 

Ultima prova, apertura secca del portafoglio, un secondo di esposizione della tessera ferroviaria, quindi battuta lampo condita da spacconeria: «Stampa!».

 

Dovrebbe funzionare...

 

Raggiungo la questura di Bari con andatura zoppicante. Ho assunto più forme di quante possa ricordare, un travestimento umanoide per me è la norma, non implica particolari difficoltà. Lo indosso senza nemmeno provare disagio, in fondo le persone, che credono di essere tanto speciali, si assomigliano tutte.

 

Stavolta mi sembra di sentire le scarpe scricchiolare, anche se sono le mie, ho il timore che i mustacchi, non posticci, ma ancorati alla mia faccia un bulbo pilifero alla volta, penzoleranno sul più bello per poi staccarsi. «Ti credi tanto furbo, Esselio?», mi dirà l’agente di pubblica sicurezza, smascherandomi. Per la prima volta mi sento un impostore, ho rubato una faccia (e che faccia!) per coprire la mia, che nessuno conosce, che nemmeno io ricordo più.

 

Sforzandomi di ignorare i tanti particolari che potrebbero denunciare il mio inganno arrivo al bar vicino alla questura di Bari. Un luogo strategico per iniziare l’incursione programmata.

 

Dal momento in cui spalanco la porta sento inchiodati su me gli occhi di Ezio, il corpulento proprietario assiso dietro al bancone. Gli avventori di metà mattina annusano la tensione nella postura del barista, lasciano appese le carte e le bestemmie, i corretti e le Peroni, per vedere chi è la novità e quale contributo sarà in grado di dare a una giornata già arrivata alle soglie del mezzogiorno senza particolari emozioni.

 

Scopro i denti nel modo più benevolo: «Un caffè?».

 

«A me lo chiedi, giovane?», Ezio ridacchia facendo sobbalzare i bottoni della camicia non più candida stressati dai rotoli di ciccia, «dalla faccia che tieni io direi che ne vuoi uno doppio, almeno». Tra i tavolini serpeggia un brusio allegro, tiro su le dita in segno di approvazione. Ezio sbatte un canovaccio macchiato sulla macchina del caffè e inizia ad armeggiare.

 

«Hai una faccia rivista...», i peli lungo la schiena scattano sull’attenti. Ruoto la testa verso sinistra. Con la coda dell’occhio inquadro calzoni a zampa rossi a quadretti e un paio di scarpe di cuoio bianche. Più su una polo giallo ocra attraversata da una banda nera, a fasciare un torace sghembo e magro. «Me lo dicono spesso», minimizzo, puntando il volto verso la bottigliera davanti a me.

 

«Sei uno del giornale?», un paio di lenti da vista doppie e squadrate amplificano iridi acquose, incorniciate da mono sopracciglio monumentale, «perché se sei uno del giornale te ne puoi andare che qui siamo gente tranquilla».

 

La manona di Ezio mi salva sbattendomi sotto il naso un caffè fumante. «Lascia in pace il ragazzo, Antò, tanto uno più uno meno. E poi il lavoro è lavoro, no?».

 

Brindo alla saggezza di Ezio con il mio amaro fluido bollente. Antonio si risiede ma si volta a intervalli regolari: “Ti tengo d’occhio, capo...”.

 

Sfoglio il giornale, aspettando che la temperatura sociale del bar si normalizzi. Una divisa entra rimandando all’aria il lungo liscio e busso di Antonio, che sbuffa: «E che è, non c’è pace stamattina».

 

«Ispettore bello», il barista si toglie un cappello immaginario, «pausa pranzo anticipata o colazione tardiva?».

 

«Eh, oggi non si capisce niente, in questura stanno sentendo due genitori, quelli del bambino affogato».

 

«Trusciant?» Antonio è già sul pezzo, «lo sapevo che erano stati loro ad affogare la creatura». Il suo compare di gioco, Carmelo, lo sostiene: «Bestie quelli», sentenzia con un rapido segno della croce, «mica cristiani come noi!».

 

«Il papà e la mamma di Adolfo sono in stato di fermo, dunque?», la butto lì, sperando di scucire qualcosa. L’ispettore Franco mi squadra, anche lui incapace di mettere a fuoco dove ci siamo già incontrati. «È presto, ma ci sono elementi, dichiarazioni, persone che hanno riportato fatti».

 

«Infami!», prorompe Antonio, dissimulando con lo schiocco della carta sul tavolino.

 

Franco si protende verso di me, dimezzando il tono di voce: «Qua non siamo a Bitonto, eh, però pure a Bari la gente vuole farsi i fatti suoi, e in un certo senso la capisco».

 

Mi profondo in un muto “ovvio” per non spezzare il filo della confessione.

 

Franco ha voglia di parlare e quindi parla senza curarsi del segreto istruttorio: «Ma come si fa a stare zitti con un piccino affogato in casa e altri quattro al camposanto dopo di lui, morti allo stesso modo...».

 

«Tra le stesse quattro vie», finisce Ezio, in apparenza impegnato ad asciugare i bicchieri.

 

«Pensa che i familiari di Adolfo abbiano responsabilità in tutti e cinque i casi?», piano piano sto carburando il giornalistichese.

 

«Eh, non corriamo. Io posso dire che la madre e il padre per molti mesi hanno tenuto un segreto grosso sulla morte del figlio, Adolfo. Per quanto riguarda gli altri...».

 

«Tempo nel tempo», sentenzia Antonio, che ha orecchie dappertutto.

 

«Insomma si sono seduti davanti al Capo, che li aveva mandati a prendere, e noi pensavamo: “Ora passiamo sei ore per tirare fuori mezza parola”. E invece pareva avessero fretta di addossarsi la responsabilità. Cioè, di addossarla alla donna».

 

«A Maria!». la sorpresa sgorga con le sillabe, non posso trattenerla.

 

«Sì, quella. Il marito, Arcangelo, le ha servito la storia e lei ha confermato ogni punto. È andata a prendere l’acqua per il bucato e ha lasciato soli due dei figli piccoli. Com’è, come non è, il neonato è finito nella vasca dei panni mezza piena in sua assenza».

 

«Beato chi ci crede». Antonio ha già formulato la sua ipotesi investigativa: «Mamma sciagurata esce di capa e ammazza il figlio, poi dà la colpa al fratellino, poi alla nonna, a Gesù Cristo e alla Madonna».

 

Lo ignoro: «Quindi era già morto quando la madre l’ha trovato e messo nel pozzo? Perché ha mentito?».

 

«Arcangelo ha detto di averle strappato la confessione a forza di legnate. Maria non lo voleva dire a lui ma soprattutto a Maria Giuseppa».

 

«La nonna terribile», come la chiamano i miei colleghi.

 

«A gendarm’»,[1] aggiunge Ezio, che dal suo osservatorio privilegiato sulla questura ha seguito ogni aspetto del caso e conosce il soprannome paesano della nonna, pure lei sospettata, per un altro dei cinque delitti.

 

«Maria ha confermato la confessione con voi poliziotti?».

 

«A domanda ha risposto, parole testuali: “Sì, è vero, buttai giù nel pozzo Adolfo, avevo paura di quello che mi avrebbe fatto mio marito”».

 

«Paura di cosa?».

 

«In pratica il piccino le è caduto dalle braccia e ci è rimasto secco. Sentendosi colpevole, ha pensato al pozzo per fare credere a una disgrazia».

 

«Arcangelo, in tutto questo?».

 

«Lui è stato il primo accusatore della moglie».

 

Sento la rabbia avvamparmi il viso: «Di Michele non ha detto nulla?».

 

«Come?».

 

«Michele, il figlio che si è preso la colpa, che è finito al correzionale. Maria non si è preoccupata di rovinargli la vita? E Arcangelo, quando ha scoperto come stavano le cose, per quale motivo non è corso a scagionarlo?».

 

«E chi lo sa, intanto ieri sera intorno alle ventidue è stato spedito a Bitonto. La moglie, invece, è rimasta con noi per altre domande e poi l’abbiamo fatta riposare. Stamattina, punto e a capo, dichiarazioni, verbali, tiene la lingua gonfia, poveretta, a furia di parlare».

 

Franco si accende una sigaretta e guarda l’orologio: «Mo’ devo rientrare», Ezio rifiuta il pagamento del caffè: «Ha fatto il giornalista qui»,

 

Franco mi invita a seguirlo. «Io non ti dico altro, ma se stai dentro vedrai che qualche cosa per te esce. Non fare chiasso, intendiamoci, orecchie aperte, bocca chiusa».

 

Resto nella scia del giovane ispettore, varcando la porta della questura percepisco elettricità. Tra i sorrisi aleggia aria di svolta, dopo tante false piste finalmente qualcosa va a segno. C’è la verità sul primo dei cinque bambini morti a Bitonto, un masso iniziale, su cui costruire la soluzione del giallo. Lo pensa Franco e anche il collega Donato che lo accoglie, sussurrandogli all’orecchio cose che solo io, col mio udito speciale, riesco a carpire.

 

«Con Maria abbiamo finito, di nuovo. Lasciamole qualche ora, per decantare».

 

«E il marito?».

 

«Poche domande ancora e poi lo scortano a Bitonto».

 

«Senti ci sta questo mio amico giornalista», Franco fa segno di avvicinarmi, «è un tipo a posto, magari se ne sta qui, così quando arriva l’avvocato della signora gli strappa una dichiarazione».

 

Donato mi sbudella con gli occhi eppure non vengo cacciato a pedate. «Se ti permetti di dire una sola parola al Pm ti faccio passare la notte lì», mette in chiaro, indicando la sala di contenzione.

 

«Quindi aspettate il magistrato?».

 

«Ecco appunto, vai di là, vai, in sala d’aspetto, che mi farai sicuramente pentire».

 

Trovo un angolo con visuale perfetta e inizio l’anticamera, quasi fossi davvero un giornalista. Il tempo si slabbra, affondo nella puzza di chiuso e nazionali senza filtro, galleggio nell’attesa scambiando due parole con i poveracci fermati, un borseggiatore pizzicato in centro, un operaio che ha rifilato un paio di cazzotti a un militante neofascista, una lavoratrice del sesso che ha avuto l’ardire di battere in pieno giorno vicino a una chiesa.

 

Intorno a me le porte si aprono e si chiudono senza fretta, in un lento triiick e traaack di perni malmessi, cigolanti all’andata e al riorno, lasciando trapelare discorsi a metà, cazziate e risate. Scartoffie passano di mano, caffè vengono bevuti, posacenere tracimano. Il caldo pomeriggio lungo di inizio estate finisce risucchiato nella sera appiccicosa, popolata di zanzare. Per un’altra ora accade poco o niente, dormo sulla panca sognando una mano che emerge dall’acqua. Sboccia livida, tesa nello sforzo di raggiungere un cielo di pece, fiore di morte, promessa di ecatombe. La mia? Qualcosa mi urta, sobbalzo sulle chiappe, gli occhiali da sole stile Milian volano per terra, è l’ingresso del Pm con lo staff al completo.

 

Una girandola di attività febbrile rimette in moto la questura, richieste di acqua e cicche piovono dalle scrivanie e ognuno si da da fare per sembrare indispensabile. Poi, di nuovo, risacca, replica di abbiocco generalizzato.

 

Il cambiamento si annuncia con un ritmo più incalzante degli stipiti, solo un breve trick precede lo scaraventare della porta, uno sbam! nervoso, sostituto del traaack proprio della chiusura accompagnata in relax.

 

Nessuno indugia tra le stanze, chi può si nasconde nel suo ufficio, i telefoni squillano e se tacciono è un preludio ad alzate di voce e cornette sbattute sull’apparecchio. Franco si materializza e scompare, le labbra un lungo arco sottile piegato all’ingiù. Donato esce a fumare sottobraccio al Vice Capo e mi fulmina sul posto: «Fuori dai coglioni!».

 

Qualcuno ha rovinato la festa al suo apice, poco dopo l’arrivo dell’ospite d’onore, il grande tessitore dell’inchiesta sui pozzi di Bitonto.

 

«Maria ha cambiato canzone», sputa a bocca stretta un ragazzo dalla fronte piatta e il naso schiacciato, affacciandosi dalla guardiola. «Con questo ci fa il botto», assicura porgendomi il telefono.

 

Lo prendo tra le mani, trastullandolo incerto. La guardia freme, è delusa. «Be'? Che aspetti? Guarda che l’informazione la passo a un altro giornale, sai? Ho la fila...».

 

Infilo l’indice in uno dei buchi del disco. Lo faccio ruotare a caso in un ostentato gesto automatico. Replico in cinque numeri, sempre improvvisando, e attendo, chiedendomi chi risponderà dall’altra parte. In una dimensione parallela esiste davvero una redazione de La Notte in attesa del mio scoop?

 

Passato un congruo intervallo squillo a pieni polmoni: «Sono Martelli, fermate l’edizione, a Bitonto è successa una cosa incredibile, la mamma assassina ha ritrattato». Vi detto il sommario: «È stato un macabro scherzo, la mamma del bimbo annegato a Bitonto manda all’aria i piani del pm. In questura era tutto pronto per formalizzare il fermo, ma dopo quasi due giorni di interrogatori Maria ha ritrattato la confessione. Tra cinque minuti vi richiamo con il resto del pezzo...».

 

Il giovane sbirro annuisce soddisfatto: «Macabro scherzo, si vede che sei un professionista».

 

Metto giù facendomi promettere di restituirmi il telefono a breve. Il giovanotto suggerisce di aspettare almeno trenta minuti.

 

«Sta arrivando di nuovo il marito, li mettono a confronto, tipo film americano!».

 

Arcangelo varca il portoncino portandosi dietro una vaschetta di plastica verde. La tiene in grembo in attesa di entrare, le mani sui manici per evitare chissà quale incidente. Apoteosi del banale è, all’improvviso, un oggetto prezioso, che interessa a gente importante. Non l’aveva mai toccata prima, è una fatica, il bucato, riservata alle donne della casa.

 

Butto l’occhio dentro, come a valutarne la capienza.

 

«Quaranta centimetri», declama Arcangelo, indicandomela con il capo ricciuto carico di brillantina, «l’ho misurata per bene: quaranta di altezza, ottanta di lunghezza e cinquanta di larghezza».

 

«Sono sicuro che sarà un’informazione importante».

 

«Lo voleva sapere il “Dottore”, ma io mi sono detto: “E se poi prendo le misure sbagliate?”. Che ne so come si capisce se in una vasca ci può stare tanta acqua da farci annegare un bambino. O No?».

 

«Meglio essere previdenti», lo rassicuro.

 

Franco lo strappa a questa conversazione epica con un gesto imperioso del capo. Arcangelo vorrebbe correre dentro, non fare incazzare il Dottore, cioè il Pm. La vaschetta si mette di traverso, deve inclinarla, armeggiare, prima di passare nel buco della porta.

 

Resto impalato, valutando l’idea di varcare la soglia con altri mezzi, sotto nuova forma. Un piccolo animale, un insetto? Rischioso quanto inutile. Mattoni e intonaco non trattengono i momenti più drammatici dell’interrogatorio. Arcangelo si difende, attacca, piagnucola, supplica: «Non sapevo niente, ha fatto tutto lei».

 

E allora lei viene fatta entrare, mi passa davanti strascicando i piedi, infagottata nella blusa migliore, abbottonata stretta, troppo aderente sui fianchi larghi. Trentatré anni, ognuno dei quali conta per due, gli occhi piccoli e neri persi sul fondo della sala, i capelli castani legati sulla nuca.

 

Chissà cosa le passa per la testa nel vedere Arcangelo con la bagnarola sulle ginocchia. Uno spicchio di casa, quel poco che è suo, in un ambiente ostile, dove è prigioniera dalla prima mattina del giorno addietro. “Perché l’ha rubata, che se ne fa mio marito? Ha mai lavato un misero calzino, un fazzoletto?”, Maria ripensa al peso dell’acqua gorgogliante dal secchio. Perde sempre un po’ quando lo devi portare da sola, bagnando i piedi, spaccando i polpastrelli. Sente le mani rattrappite, immerse nel sapone o nella cenere, a sfregare, senza sosta, smacchiare, sciacquare, strizzare e stendere. E cercare altra acqua, di nuovo alla fonte, la schiena che strilla, la bocca chiusa. Vestiti miseri, ma a modo. Lavati con cura per poter dire: «Se non è pulito, è fresco».

 

E ora questi uomini portano la sua vasca per dire che Maria non è buona. A guardare i figli e forse nemmeno a fare loro il bucato.

 

«Dillo», la strilla Franco, «meglio se lo dici», la blandisce Donato, «hai fatto finire Adolfo in mezzo ai panni e poi giù nel pozzo, vero che è successo così? E allora, dillo, liberati dal peso».

 

Maria sente addosso il peso della terra intera ma non lo dirà, perché non è vero. Non è vero e se ha dichiarato il contrario è stato perché la lasciassero in pace, libera di tornarsene al suo buco da trusciante, dove nessuno la guarda con orrore, perché dietro a ogni uscio sono pari suoi.

 

«Non ho buttato io Adolfo», grida in faccia ad Arcangelo. Inizia una rissa, panni sporchi volano sul ring della bagnarola, vecchi fatti dimenticati, cattiverie nuove di zecca.

 

In mezzo a quello spettacolo il Pm si alza in piedi: «Uscite fuori, tutti».

 

A mezzanotte Maria è dichiarata libera di rientrare nel suo ghetto. Cammina a piccoli passi, Arcangelo dietro, nelle strade umide. Li osservo scivolare verso la stazione, incapace di far loro le domande per cui sono venuto, l’interrogatorio atteso l’intera giornata.

 

Come il “team del Caso Bitonto” mi ritrovo con un pugno di mosche.

 

Se Adolfo non è morto per mano di uno dei suoi, il fratello Michele o la madre Maria, annegato per incuria, cattiveria o distrazione, cosa lo ha ucciso o chi?

 

La mamma assassina era la risposta alle preghiere di tutti: dei truscianti, liberati dall’idea del maniaco seriale, e della gente per bene, rassicurata dall’ennesimo dramma del degrado incarnato nella genitrice degenere. La sua esistenza metteva in discussione la teoria del mostro, l’orrore di una sola mano per cinque creature affogate.

 

Senza di lei ogni cosa ripiomba nell’oscurità. Inchiesta da rifare, gli inquirenti brancolano nel buio, se mi è concesso l’ultimo strillone da cronista.

 

Annaspano dentro a un pozzo. E noi con loro.

 

Titoli di coda

 

L’immagine di copertina è un fotogramma di Non si sevizia un paperino che ritrae Tomas Milian nei panni di Andrea Martelli.

 

Le riprese del film sono iniziate nel maggio del 1972, perciò il fatto che Esselio fosse a conoscenza del personaggio di Andrea Martelli (sapendo addirittura a memoria le battute pronunciate sul set) almeno tre settimane prima dell’ultimo ciak pone alcuni interrogativi di non facile soluzione. Esselio ha avuto accesso al copione in anteprima? Ha frequentato alcune delle location usate mentre Fulci girava? Nella seconda puntata di Pozzi dichiara di aver visto la pellicola al cinema per la prima volta nell’autunno del 1972. L’autrice non può né confermare né escludere che sia entrato in contatto con sezioni del girato o con l’intera pellicola prima del suo rilascio ufficiale.

 

La citazione iniziale è tratta dal pezzo “Fu proprio la madre a buttare nel pozzo il primo dei bimbi di Bitonto”, scritto da Italo Del Vecchio per La Gazzetta del Mezzogiorno del 17 giugno 1972.

 

La ricostruzione dei fatti innescati dagli interrogatori di Maria e Arcangelo (genitori del primo bimbo ucciso nei pozzi, Adolfo, e del primo sospettato di uno degli omicidi, Michele) tenuti presso la questura di Bari tra giovedì 15 giugno 1972 e la mezzanotte del venerdì successivo, è tratta da un altro articolo di Del Vecchio, “Prima confessa di aver buttato il figlio nel pozzo, poi ritratta”, consultabile su La Gazzetta del Mezzogiorno del 17 giugno 1972.

 

Le dichiarazioni di Maria sono riprese nel loro contenuto sostanziale dal riassunto fatto da Del Vecchio, che riporta anche l’episodio dell’arrivo di Arcangelo con la vaschetta verde da bucato, e da un pezzo della Gazzetta dell’11 dicembre 1975, intitolato “Altra insufficienza di prove per i pozzi maledetti di Bitonto”.

 

I pensieri dei soggetti coinvolti sono frutto dell’immaginazione dell’autrice.

 

I personaggi di Franco e Donato non hanno corrispondenza nella realtà. L’inchiesta sui piccoli uccisi a Bitonto fu il risultato del lavoro del maresciallo Emilio Di Maio, del maresciallo della Criminalpol Giuseppe Petracca, del maresciallo De Santis della Squadra di polizia giudiziaria di Bitonto, del capo della Squadra mobile di Bari Achille Bergamo e del vice Luigi La Sala, diretti da Vincenzo Maria Bisceglia, il pm assegnato al caso.

 

La conclusione dei tesi interrogatori del 15 e 16 viene così descritta da Del Vecchio: «Poi, improvvisamente, il giudice si è alzato e ha mandato via tutti». L’idea di ribattezzare “scherzo” la ritrattazione di Maria è di Del Vecchio. Cronista di esperienza, Del Vecchio chiude l’articolo del 17 giugno con un profetico «la storia non è ancora finita». E infatti, solo due giorni dopo, la sua corrispondenza da Bitonto ha questo incipit: «Avevano visto giusto i poliziotti, fu proprio la madre a gettare nel pozzo Adolfo, nove mesi, il primo dei bimbi morti nei pozzi maledetti [...]. La donna ha confessato di nuovo, questa volta definitivamente».

 

Invece al processo Maria si rimangia di nuovo la confessione. Adolfo non è scivolato dalle sue braccia, lo ha trovato morto rientrando a casa. Imputata per omicidio colposo, nella sua testimonianza in aula (si legge sulla Gazzetta del 15 dicembre 1975) «ha in pratica confermato lo “spirito” dell’imputazione, aver lasciato i figli incustoditi, di qui la responsabilità a titolo di colpa [...] c’era soltanto da accertare se ciò che era venuto era davvero preventivabile da una normale diligenza (a credito delle femministe va poi osservato: come mai se dei figli sono privi di vigilanza, a risponderne è solo la madre e non anche il padre?)».

 

Al termine della requisitoria il rappresentante dell’accusa, Michele De Marinis, chiede l’assoluzione con formula dubitativa.

 

Maria viene assolta per insufficienza di prove. Per la giustizia non è una mamma killer, solo una pessima madre.

 

[1] La gendarme.

 

#Pozzi è una web serie ibrida, nell’etere ogni maledetto venerdì. Una posata archivista ha domandato all’autrice: “Perché scrive di bambini morti, di cose orribili, che problemi ha?”. In questo link un tentativo di risposta.

 

Per leggere gli episodi precedenti:

 

Pozzi#1 (Il Diavolo a Bitonto)

 

Pozzi#2 (Non si sevizia un paperino)

 

Pozzi#3 (Chi sono i Truscianti?)

 

Pozzi#4 (Angeli, mostri e mostriciattoli)

 

Pozzi#5 (Le tre morti di Adolfo)