Pozzi#5 (Le tre morti di Adolfo)

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A Polignano Nicola, di 14 mesi, è annegato in una cisterna piena d’acqua. La disgrazia si è verificata in un podere situato in contrada «Baggiolaro». Le cause non sono state accertate, si sa soltanto che il bambino era stato lasciato solo dai genitori che erano intenti a lavorare nelle vicinanze. Raccolto e trasportato dagli stessi genitori all’Ospedale Civile di Conversano, il piccolo vi è giunto cadavere.

 

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 13 settembre 1971)

 

Quante volte si può morire? Il numero massimo di scommesse sugli ultimi istanti in vita di una vittima manca all’appello. I presunti assassini, poi, non bastano mai. Più ce ne sono, più cresce la nostra fame di giustizia. Una lòpa[1] che sfida qualsiasi abbuffata, a prova di sazietà. Ogni possibile colpevole porta con sé una diversa storia, una pista investigativa tutta da battere. Nei gialli (Non si sevizia un paperino di Fulci rientra nel genere) questo dispositivo automatico per la creazione di killer serve a mantenere viva l’attenzione del fruitore con una serie di colpi di scena a tempo determinato, destinati a essere sovvertiti e sconfessati. Il primo sospettato è sempre il meno credibile, per un patto di muta intesa con lo spettatore, il quale già sa che sarebbe un errore prenderlo per buono, c’è ancora un’ora sana di pellicola da guardare!

 

Barra, lo scemo di Accendura, apre le danze, antipasto per i forconi che chiederanno (e otterranno) la testa della ammazza-creature numero due, la strega del paese, la maciara. Patrizia, la ricca belloccia annoiata e “drogata”, interviene come diversivo, la madre nerovestita del parroco prepara il terreno al villain finale. Cinque colpevoli per quattro piccoli cadaveri, uno in meno che a Bitonto.

 

Adolfo è il primo dei bimbi truscianti a essere ritrovato annegato. Il primo e quello che è morto il maggior numero di volte.

 

Non gli basta il destino tragico per finire sul giornale, la sua storia individuale deve essere in grado di catturare il lettore, fargli pensare che sia l’elemento di un dramma più vasto, che magari potrebbe toccare anche lui (ma sarebbe disposto ad ammetterlo? No ed è ciò che lo spingerà a leggerne e leggerne ancora).

 

Così Adolfo nella prima morte viene infilato in un duplex: la sua dipartita è potenziata dalla concomitanza di un altro piccolo deceduto a Polignano, Nicola. Età simile (quattordici mesi invece di nove), stessa causa del decesso, annegamento. Differente solo la location: un pozzo per Adolfo, una cisterna per Nicola.

 

«Come possono morire dei pargoli in questo modo?», si domandano, col quotidiano in mano, tante mamme e papà nelle loro tiepide case, «e non nel terzo mondo o in periodo di guerra, bensì in Puglia nel pacifico e moderno 1971...».

 

Già, com’è accaduto?

 

Entrambi i bambini sono stati lasciati soli dai genitori. Quelli di Nicola, gente modesta ma “pulita”, dovevano lavorare nel campo vicino. Quando l’hanno trovato si sono lanciati in un viaggio disperato pur di salvarlo. Non c’è stato nulla da fare. Li immagino correre a perdifiato verso l’ospedale, fermare le macchine, il corpicino stretto al petto, gli occhi già svuotati di lacrime. Poveretti, che indicibile offesa della sorte li ha colpiti! Hanno perso un figlio, una volta sola.

 

Adolfo arriva sul quotidiano e la sua è già una vicenda col finale sospeso e il mistero incorporato. E ancora s’ignora che il mistero diventerà più fitto, costellato di altri cadaverini.

 

Pure i suoi sono fuori. Nella stanza misera dove dorme c’è il fratello Michele, che ha sette anni. In un angolo pulsa un pozzo coperto, profondo quattro metri. Michele gioca da solo, si trastulla per passare il tempo nel tugurio di Cicciovizzo, una grotta che sarebbe troppo onore chiamare casa. Manca la luce, non c’è l’acqua corrente. Bisogna uscire e andare alla fonte, mille volte al giorno, con il sole e con la neve. «Ma come?», si domanda la brava gente, «e il pozzo?».

 

Be', quelli dei truscianti mica somigliano ai pozzi veri, lindi a vedersi, con la loro copertura di sassi, il secchio attaccato a una corda robusta e la manovella per farlo risalire pieno di acqua buona. Sono buchi, piuttosto, dove scorrono liquami insalubri. Quando hai sete o bisogno di lavarti restano inutili. Il residuato di un tempo più felice del quartiere antico. Guastati, come gli abitanti.

 

Michele saltella da un piede all’altro. Il silenzio fischia, di un sibilo strano che suona antico e minaccioso. Le voci di sotto se parlano fanno così. Hanno perso la lingua.

 

Dovrebbe aver paura e invece prova una strana eccitazione. Si china a fissare la pietra che lo separa dai sussurri. Sembra pesante, un sigillo sicuro lasciato a protezione di quelli di sopra. Ma lui è forte. “Se sono gente di sotto, che vengano!”, mente a se stesso, “gli farò vedere e poi lo racconterò in strada, si rizzeranno i capelli ai ragazzi grandi”. Chiappe a terra fissa le braccia sul pavimento e spinge con i piedi. Il sasso non cede, se continua così se la farà sotto per lo sforzo prima che dalla paura. Prende a calci la vasca con i panni poggiata sulla lastra, sparge intorno maglie inzuppate e pantaloni stinti. Ora è calmo. Ritenta, riesce. Il pozzo è un segreto spalancato apposta per lui.

 

“Però non posso usare parole nostre, per chiamarli”, si dice. E quindi fischia, con le dita infilate nella bocca, un richiamo da bestiame, sentito una domenica in campagna.

 

Aspetta, ascolta. Fischia di nuovo, tre volte a intermittenza, avvicinandosi al pozzo. Gli pare di udire risposta quando Adolfo si mette a ululare. Michele, già con i piedi sull’orlo, decide di tornare alla culla. Prende su il bambino, mezzo convulso dagli strepiti, sballottandolo in braccio si riporta a fissare il buco.

 

Il pianto non smette, anzi, aumenta. Adolfo si agita da indemoniato. Michele è preoccupato che la voce del pozzo rinunci e vada via, con tutta quella confusione da poppanti. Si sporge in avanti, ascoltando con ogni parte del corpo. Si sbilancia ancora, Adolfo pesante incastrato tra l’addome e le braccia. «Senti, Adò? Non avere paura, sono venuti per noi». Il neonato scalcia con furia, ci vorrebbero cento arti per tenerlo. Michele è quasi tuffato nella voragine melmosa del pavimento. La testa pesa, il fratellino è un macigno, la voce intima: «Lasciati andare. Lascialo andare».

 

Sta per precipitare, le mani si aprono, l’istinto prevale. Uno schizzo d’acqua verde lo mitraglia sugli occhi. A sollevarlo è il corpo di Adolfo. Affonda subito, scatenando un gorgoglio di soddisfatto.

 

La ragione impone di inseguirlo, pochi secondi senza respirare sono niente, anche per un bimbo appena nato. “Metti le mani dentro, metti le mani dentro, metti le mani dentro. E tira”.

 

Le mani, umide di un liquido viscido, simile al sangue di un orco, tremano e restano di pietra. I secondi si fanno minuti. Troppi, soprattutto per un bimbo appena nato. Il fratello maggiore attraversa la camera, palmi in alto, in segno di resa.

 

Lo ritrovo un’ora dopo. Parto dal quartiere, già sconvolto dalla notizia. Adolfo è annegato, Michele è sparito, i vicoli brulicano di domande e commenti, i ragazzini e gli anziani sempre in strada vengono interrogati dai parenti.

 

A me, Esselio, non servono soffiate. Nei panni di Sesè, il più invisibile tra gli invisibili truscianti, vedo tutto, so tutto. Mi arrampico sulla cima del basso, cerco il battito del cuore nel delirio di grida e passi. Si diffonde la sirena di un’ambulanza nel momento in cui le mie orecchie si ritirano, sparendo nella testa all’improvviso piccola, coperta di piume. Respiro a fondo e ogni cosa è dolore e cambiamento. Le braccia affondano nell’addome, le scapole si squarciano nel parto di due ali scure. Sotto il peso dell’amorfo abbozzo che sono diventato, le gambe rinsecchiscono ad artigli. Sbatto gli occhi e subito focalizzo particolari lontani, colori sottovalutati.

 

Manca il tempo di adattarsi alla nuova forma. In volo punto all’ospedale, compio lunghe ricognizioni aeree intorno alla struttura prima di vederlo. Un movimento tremolante dei cartoni abbandonati accanto alle mura. Spazzatura che respira, in affanno o in pianto. Atterro a pochi centimetri dal piede di Michele. Non posso dirgli: «Guarda che faccia strana, peggio del solito, il tuo amico Sesè», perciò zampetto in tondo, lo aiuto a distrarsi, fino a che una mano lo afferra, strattonandolo via.

 

«Sei tu? Stai bene? Perché sei scappato?».

 

«Quello piangeva, io mi sono stancato e l’ho gettato nel pozzo».

 

«Quello chi?».

 

«Mio fratello...».

 

Michele scompare dalla mia vista per essere interrogato. Imbocca la strada che lo porta al commissariato e al correzionale. Così finisce, ma non per molto, la prima volta che è morto Adolfo.

 

Per ritrovare la seconda bisogna fare un salto in avanti nel tempo lungo dieci mesi. Fino a una storia che comincia con una mamma e un bambino in piedi davanti a un microfono.

 

Giuseppe, l’ultima vittima inghiottita dai pozzi dei truscianti, è morto da nemmeno tre giorni. Sua nonna Giuseppa si trova in stato di arresto. Per tutta Italia è diventata la “nonna terribile”.

 

«Quella donna voleva giocare un brutto scherzo a mio figlio», la voce di Maria incespica nell’italiano poco usato, ma non esita, «voleva farlo andare nella sua abitazione».

 

«Aveva un piano, lei dice...», la interrompe il cronista.

 

«Be', mi pare chiaro», la donna sospinge il ragazzino magro verso il fotografo al seguito dell’intervistatore, che metta bene a fuoco l’esserino senza macchia che ha provato a infangare, quella là. «Lo voleva mandare a casa sua dopo aver ucciso Giuseppe, farlo trovare vicino al corpo».

 

Il flash esplode in faccia al piccolo. Il risultato è uno scatto che strappa una tenerezza pietosa, fa venir voglia di girare lo sguardo. Il ragazzino ha faccia smunta e capelli sottili, con la camicia psichedelica, chiusa davanti con un laccio incrociato, pare il sopravvissuto a una malaria del sabato sera.

 

Il cronista gli accarezza una guancia. «Come ti chiami?».

 

«Cristino», risponde lui impettito, anche se dalla bocca gli esce un sussurro.

 

«Cristino, davvero hai incontrato la nonna Giuseppa prima che morisse il nipote?».

 

Cristino si guarda i piedi. «Mi ha detto di recarmi a casa sua e aspettarla. Ma io non sono andato!».

 

Scappa prima che gli venga domandato altro. Colta alla sprovvista dalla fuga, Maria chiama a gran voce il suo secondo testimone.

 

«C’è l’altro mio figlio, pure lui me lo hanno accusato ingiustamente. Miché, vieni!».

 

Michele accorre docile. Oramai ha una certa esperienza di interrogatori e sa come ci si deve comportare con quelli dei giornali. Si mette in posizione e inizia l’arringa. «Mi ricordo quando morì il mio fratellino Adolfo», l’attacco va subito al cuore, gli occhi illuminati da una emozione indecifrabile, «tutti credevano che ero stato io ad ucciderlo».

 

«E tu, non ti sei difeso?».

 

Michele fa un verso con la bocca, che al sud suona tsch e significa “no” e insieme “che vuoi farci”. «Me ne dissero tante che non riuscivo più a negare. I poliziotti erano sicuri che ero stato io il mostro».

 

«E ora, lo pensano ancora, secondo te?».

 

Michele sorride nel modo che ci si aspetta da lui, offrendo il titolo perfetto per l’edizione dell’indomani. «No, ora hanno capito che non sono cattivo».

 

Suo papà lo spiega anche all’inviato più importante di tutti, quello della Rai Tv. «Il bambino si è preso la colpa solo per tornare a casa».

 

L’inviato si chiama Giuseppe Marrazzo e lo interroga sulla porta di casa, cioè la scena del delitto. L’uomo ricostruisce le fasi precedenti all’uccisione del figlio, almeno secondo il proprio punto di vista. È andato al cinema per svolgere il lavoro di maschera. La moglie Maria l’ha raggiunto per aiutarlo, però si è trattenuta poco, il tempo di prendere in mano una scopa e pulire il bagno. Il nipote è arrivato ben presto con la cattiva notizia: «Zio, il bambino sta nel pozzo». Tutti e tre insieme sono tornati a casa, dove hanno trovato Adolfo già morto.

 

«Cosa ha fatto Michele quando è uscita la mamma?», lo incalza il giornalista, quasi con noncuranza.

 

«Michele ha dato il latte al bambino e lo ha messo a letto. Poi è andato in piazza, a giocare con i fratellini. Quando è rientrato non ha trovato più Adolfo. A quel punto è andato a chiedere alla zia: “Hai visto il bambino, sai dove è andato?”.

 

“E che ne so”, ha risposto mia sorella, “il bambino di nove mesi può mai camminare?”».

 

«E cosa è successo, allora, ad Adolfo? Com’è finito nel pozzo?», domanda candido Marrazzo.

 

«Abbiamo trovato il pozzo scoperto».

 

«E di solito non lo era?».

 

«Stava sempre chiuso con un lastrone così», Arcangelo allarga le braccia, «e sopra il sasso ci stava una bagnarola, piena d’acqua e con dentro i panni».

 

«Poteva un bambino spostare il sasso, la bagnarola e i vestiti?», Marrazzo non riesce a trattenere un’intonazione dubbiosa.

 

«Credo che non ce la facevo nemmeno io!», scuote la testa il padre di famiglia.

 

«Quindi il sasso è stato spostato mentre Michele era in piazza», puntualizza il cronista, alla ricerca di una cronologia certa, «e da chi? Avete dei nemici, sospettate di qualcuno?».

 

«Non abbiamo nemici e nemmeno sospetti», giura a mani giunte il trusciante, «chiedete in giro che ragazzo sono io, non ho mai litigato con nessuno!».

 

La storia della seconda morte di Adolfo finisce con questa verità banale: Michele non lo ha ucciso. Ha confessato l’infanticidio per la pressione subita, in quel commissariato dove a fargli le domande è stato un forestiero che non parlava «a uso di Bitonto», bensì in romagnolo. Michele è innocente, i suoi genitori non hanno colpa. Di mezzo c’è un insondato e insondabile mistero o forse la terza morte di Adolfo.

 

Ascoltiamola riavvolgendo il nastro, torniamo al Cicciovizzo e a quel basso dove il padre è assente e la madre troppo indaffarata, un bimbo dorme nella culla e l’altro gioca. Quel bimbo, però, non è Michele.

 

Si chiama Ernesto. Mentre i fratelli più grandi sono in piazza a giocare, sgambetta sul pavimento intorno alla mamma Maria e alla culla di Adolfo.

 

Maria sta in ansia, deve fare il bucato, l’acqua che ha in casa non basta. Rovescia la poca rimasta dentro la vaschetta di plastica verde, ne fissa interdetta il livello, a malapena capace di coprire il primo strato di vestiti. Ernesto batte le manine e ride da solo, strappandola alla sua riflessione. «Stai buono tu che mamma esce?», gli domanda con voce allegra in eccesso, sollevandolo da terra. «Io scappo alla fontana e torno. Tu, che sei l’ometto della casa, resti qui, col fratellino». Fa sedere Ernesto ai piedi della culla di Adolfo, gli mette in bocca un pezzo di pane, che lui inizia a sbocconcellare avido.

 

«Toke, toke bbevelle...»,[2] le dita della donna pizzicano le gote, nettandole con la saliva in cerchi concentrici, «neanche ti accorgerai che me ne sono uscita». Ernesto solleva gli occhi dal tozzo umido in tempo per vedere la sottana che scivola oltre l’uscio. Deluso, non sorpreso, dalla solitudine. Si rizza sulle gambette appendendosi alla culla. Prova a sbirciare dentro, seminando molliche sbavate. Non ce la fa e indispettito scrolla il lettino malconcio. Adolfo si sveglia urlando, Ernesto prova a zittirlo con un secondo strattone. Il pianto sale di tono, così spinge la culla con tutta la forza che ha. La carrozzella si accascia, poggiandosi di lato sulla bagnarola del bucato. Adolfo rotola in basso, l’impatto con l’acqua fresca lo fa trasalire. Cerca di rizzarsi sui polsi, perde la presa, scivolando oltre. Il mento, il naso, la fronte coperte di liquido. I pianti finiscono, Ernesto torna ad accucciarsi, l’alluce destro in bocca, la mano sinistra a stropicciarsi istericamente l’orecchio.

 

Spalancando la porta Maria lo trova con l’indice puntato verso la vaschetta. «Adolfo, acqua», scandisce con pronuncia infantile, «Adolfo, giù».

 

Maria urla il nome del figlio sapendo che è tardi. Quando lo gira è cianotico, la bocca aperta, gli occhi fissi e spugnosi.

 

Ernesto si allunga verso la mamma, terrorizzato, incapace persino di piangere. Lei lo agguanta con una mano, mentre con l’altra tiene la testa inerte di Adolfo premuta sul seno. Gli accarezza i capelli, sistemandoli bene sui lati, «non è colpa tua, sei piccolo, non ci potevi fare niente tu, bbevelline...».

 

Si solleva e tira via la bacinella con l’unico braccio non impegnato a trattenere Adolfo. Spinge a fatica la pietra, mezza incollata dal muschio, adagia il corpo esanime all’interno del pozzo, il suo Mosè che non verrà salvato dalle acque. Guarda i vestiti inzupparsi e trascinarlo giù, il corpo riaffiorare storto, con il dorso al soffitto. Un breve segno della croce piomba le lacrime nelle palpebre gonfie. Nel momento in cui si gira, trova Michele, congelato, sulla soglia.

 

Maria gli si avvicina lenta, il sangue del suo sangue la attende, incapace di fuggire o di entrare, occhi sul pozzo, mani nelle tasche. Supera Michele di lato, sbattendo appena la spalla sulla sua. «Tra venti minuti attraversa la strada, bussa dalla sorella di tuo padre, racconta che il piccino non si trova, poi scappa, all’ospedale, alla chiesa, scegli tu». Afferra il collo del ragazzino più grande con le dita gelide, il calore del fiato gli scalda il lobo con parole che Ernesto, muto a due passi, non può capire e tantomeno sentire. Lui annuisce, il capo che rimbalza come un giocattolo a molla.

 

Il tonfo della porta lo avvisa che è reale, sta succedendo davvero. Si volta verso il fratello minore, quello che ancora respira, ripetendo l’ultima frase che la madre gli ha detto: «Tu sei piccolo, non passerai alcun guaio...».

 

Titoli di Coda

 

La citazione iniziale è presa da un articolo de La Gazzetta del Mezzogiorno intitolato: “A Bitonto e Polignano. L’orribile morte di due bambini (di nove e quattordici mesi)”. Anche la prima morte di Adolfo si basa sulla ricostruzione contenuta in quel pezzo, che si chiude con il ritrovamento di Michele all’ospedale civile. I pensieri del bambino, levata la frase finale con cui giustificò l’annegamento, sono frutto della fantasia dell’autrice.

 

Della confessione di Michele, della sua ritrattazione e della conseguente riabilitazione come innocente si parla nell’articolo “È la nonna il mostro” firmato da Italo Del Vecchio su La Gazzetta del Mezzogiorno del 7 giugno 1972.

 

L’accusa rivolta dalla madre di Michele e Cristino alla nonna Giuseppa è riportata sulla Gazzetta del 9 giugno nella corrispondenza di Antonello Ambruosi “Hanno capito che non sono cattivo”. L’istantanea di Cristino è stata scattata dallo storico fotografo barese Michele Ficarelli, autore di una serie di ritratti dei protagonisti della “strage degli innocenti” di Bitonto.

Il racconto di Arcangelo, il papà di Adolfo, inserito nella seconda storia della sua morte è tratto (con lievissimi adattamenti) dall’intervista fattagli da Giuseppe Marrazzo per lo speciale sui fatti di Bitonto contento in AZ-Un fatto un perché.

 

La terza morte di Adolfo è ricostruita sulla base degli articoli pubblicati dalla Gazzetta il 17 giugno (“Prima confessa di aver buttato il figlio nel pozzo, poi ritratta”, di Italo Del Vecchio) e il 19 giugno 1972 (“Fu proprio la madre a buttare nel pozzo il primo dei bimbi di Bitonto”, sempre a firma di Del Vecchio).

 

L’imbeccata a Michele perché si autoaccusasse della morte del fratello viene riportata da Del Vecchio, con citazione letterale, nell’articolo sopra citato del 9 giugno. Chi abbia intimato al ragazzino l’ordine di tacere la verità e divulgarne una nuova non viene specificato in quel testo. Del Vecchio ritornerà sulle minacce a Michele il 14 giugno 1972 con il testo “Cercano ora di terrorizzare un ragazzino”. Ma quella è un’altra storia, la quarta, non l’ultima, su come è morto Adolfo. Parla di piccoli mostri e ragazzi terribili, in guerra con gli adulti.

 

[1] Fame da lupo.

 

[2] Bravo, bravo bambino...

 

#Pozzi è una web serie ibrida, nell’etere ogni maledetto venerdì. Una posata archivista ha domandato all’autrice: “Perché scrive di bambini morti, di cose orribili, che problemi ha?”. In questo link un tentativo di risposta.

 

Per leggere gli episodi precedenti:

 

Pozzi#1 (Il Diavolo a Bitonto)

 

Pozzi#2 (Non si sevizia un paperino)

 

Pozzi#3 (Chi sono i Truscianti?)

 

Pozzi#4 (Angeli, mostri e mostriciattoli)