Pozzi#4 (Angeli, mostri e mostriciattoli)

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Ora Malvina va in paradiso, mamma, va in paradiso con gli angeli. Non è per me che lo faccio, è per loro. Non posso lasciare che mi fermino, io li amo come fratelli. E non abbandonerò i miei fratelli.

 

Crescono, sentono lo stimolo della carne, cadono in braccio al peccato. Bisogna impedirglielo. E ancora sono peccati che Dio perdonerà facilmente, ma domani!

 

Quali sordidi atti commetteranno, quali colpe non verranno più a confessarmi. Allora sì che saranno morti, morti per sempre.

 

(Marc Porel, Non si sevizia un paperino, 1972)

 

Il Santo domina la chiesa illuminata a penombra da ceri tremolanti. Sotto di lui distese di nuche testimoniano la devozione costruita su paura, obbligo e superstizione. Un alito di aria viziata e carica d’incenso ne agita il saio scuro, attraversa le orbite vuote, provoca una vibrazione bassa e sgradevole rimbalzando tra il cranio e i seni nasali.

 

Nessuno osa sollevare lo sguardo e incontrare i pozzi minacciosi che offre al posto degli occhi. Perfino la più invasata delle bizzoche rifuggirebbe la benedizione delle sue dita fatte di sole ossa, intrecciate in un gesto di potere che sconfina nell’empio.

 

«La vostra vita mi appartiene, riesco a stringerla tra le falangi». La parabola muta del beato scheletro penetra nelle orecchie arrossate dall’umidità del luogo, eterna, quanto l’anima, rimbomba tra i banchi di legno antico. «Io vivo in voi, siete morti, come me».

 

I bambini pregano sussurrando rumorosamente. Sono gli unici testimoni del rito. Accendura è un paese al contrario: fuori, al sole, ridono le vecchie, a zonzo tra i muretti bianchi; dentro, genuflessi, i cuccioli snocciolano liturgie che non capiscono, ingurgitate col latte.

 

Hanno facce affondate nelle mani giunte, ultimo schermo a bocche storte di noia e pensieri d’impura tenerezza. Le iridi di Bruno fanno capolino a piccole dosi, tra l’anulare e il medio aperti a ventaglio. Incapaci di andare verso l’alto, cercano intorno nel campo visivo permesso dal collo inchiodato sotto un capo immobile. Cercano Michele. La macchina da presa scova al posto loro la zazzera del ragazzino e poi la sezione del suo viso tra l’orecchio e l’occhio, scoperta con un movimento all’indietro e di nuovo celata. Michele torna a curvarsi sul poggiagambe, le guance, coperte di perle di sudore, risucchiate nell’oscurità.

 

«Mio dio mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati», la voce di Bruno si perde nelle altre, una e trina, appartiene anche ad Antonino e Michele, che attraversa la navata per sedersi alle sue spalle, «perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso Te...».

 

«Bruno?».

 

Bruno si volta al richiamo dell’amico, la faccia puerile trasfigurata in un volto da Cristo. Interrompe l’invocazione per i peccati commessi, ma ogni sua giovane cellula è già un atto di dolore.

 

«Infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa...».

 

«Jamm’!».[1] Michele rotea gli occhi da un lato e dall’altro, verifica l’assenza di testimoni alla fuga. Dimentica di controllare sopra la propria testa, dove il patrono del purgatorio lo guarda con mistica malignità.

 

«Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato».

 

Bruno scatta in posizione eretta, si inginocchia in un rettangolo di luce, quindi indietreggia in direzione dell’uscita. Una sagoma nera che affonda in una forza ultraterrena, lattiginosa.

 

«Signore, misericordia, perdonami!». Anche io ho recitato molte volte quella preghiera. Questo non fa di me un credente. Esselio senza fede, senza dio, mescolato agli altri la domenica, in processione per il quartiere con la statua della Madonna, ai funerali dei cinque innocenti trovati nei pozzi di Bitonto. A suo modo, di nuovo, un paese alla rovescia, con gli adulti che sopravvivono ai figli, le donne che rinnegano il frutto del loro ventre, i fratelli che portano la morte ai fratelli. O ai cugini carnali, che da queste parti è un po’ lo stesso.

 

Eppure Accendura è a malapena una parte di Bitonto, Bitonto sfugge ai confini di Accendura. Non è solo questione di realtà, le città di celluloide sanno essere più vere di quelle rintracciabili sulla carta geografica. Se Accendura non esiste, l’ha costruita Fulci unendo almeno cinque luoghi diversi del meridione, Bitonto emerge agli occhi del mondo nella sua versione mediatica (“la Città del diavolo!”), che ha finito per avvilupparla, e nella mente di chi la abita si è spaccata in due. Il piccolo centro moderno “che non ha niente da invidiare alle grandi città” contro il Cicciovizzo, l’antichissimo nucleo normanno destinato a essere ghetto, degli ebrei prima, dei truscianti poi.

 

Una lacerazione che brucia il doppio a una popolazione che, tra le tante teorie sull’origine del nome della propria cittadina, predilige quella latina. Bitonto verrebbe da bonum totum, cioè “tutto buono”, per l’abbondanza e la qualità dei suoi raccolti. Le umane messi non possono fare eccezione. O forse la presenza di una parte malata e corrotta ha trasformato il paese in un malum totum? Cicciovizzo, con i suoi bassi abbandonati all’incuria e occupati da disperati, ha finito per inglobare anche le palazzine smaglianti post boom economico, i viali dello struscio e le ville in campagna?

 

Impossibile, perciò nell’altopiano della Murgia si ergono due Bitonto. Quella oscura dei truscianti deve restare solo un’ombra, da attraversare per curiosità, col brivido del cinematografo. I suoi abitanti ridotti a eco del rione, sineddoche nella sineddoche negata, miserabili persino nella pietà delle loro creature falciate, nate col peccato originale della povertà, purificate dal delitto, consacrate nell’edizione speciale della sera.

 

Se una mano crudele non le avesse annegate in acqua di latrina sarebbero venute su tal quali ai genitori, colpevoli più dei padri e dei padri dei padri. Creature allucinanti come è allucinante «l’ambiente in cui sono maturati i delitti e in cui possono maturare altri delitti del genere se non si corre presto ai ripari». Del resto i primi responsabili degli annegamenti sono stati altri bambini, di pochi anni più vecchi degli uccisi. Michele, che ha confessato tra le lacrime di aver fatto cascare in acqua il fratello, Giovanni e Francesco, con la loro verità confusa sulla morte del cuginetto, fatta di scherzi finiti male e vendette per un piatto di minestra.

 

Hanno ritrattato? Sono bugiardi, in ogni caso. Mostriciattoli all’altezza dei mostri adulti che li hanno seguiti e sostituiti nel ruolo di colpevoli perfetti, gli è mancato il sacramento del delitto per essere riaccolti a braccia aperte, battezzati col nome di vittime, eletti piccoli angeli di Nostra Signora del Telegiornale. Sono usciti dalla chiesa prima di compiere l’atto di dolore, proprio come Bruno, Antonino e Michele nel film che racconta la loro storia e insieme mille altre.

 

Vorremmo offrirgli la nostra pietà, con tutto il cuore, ma non riusciamo. Nel finale di Non si sevizia un paperino c’è una sequenza che spiega questa contraddizione, meglio di come potrei fare io. Mentre la persona responsabile degli omicidi dei bambini di Accendura precipita da una rupe, essi appaiono vivi un’ultima volta, vestiti di bianco, impegnati in un gioco con il pallone che riporta a un’infanzia pulita, perfetta. Difficile riconoscere gli stessi ragazzi che abbiamo visto con le gauloises appese alle labbra, la fionda tesa contro animali indifesi, le mani pronte a toccare tette e culi mercenari, le lingue sciolte a fustigare i freak del paese. Bruno, disseppellito da un mucchio di terra e di foglie, Antonino, trovato immerso, occhi sbarrati sul nulla, dentro un lavatoio, Michele, strangolato sotto una pioggia battente, riemerso in un canale di scolo, Mario, la testa fracassata da un sasso, riverso bocconi, a braccia aperte, in una pozzanghera torbida.

 

Brutti, sporchi e cattivi, dobbiamo ripulirli per farne i nostri spiriti custodi, cancellare ciò che sono stati in vita, abbellire il loro cadavere col cerone dell’ipocrisia, fotografarli in un santino. Fulci li ha voluti più cresciuti delle loro controparti di Bitonto. Per evitare di tirare troppo la corda con la censura, visto l’alto tasso di scabrosità del film, e per disinnescare la molla del pietismo a buon mercato. Ad Accendura, tra vittime e carnefici, mancano le anime innocenti. E a Bitonto?

 

Salgo nel punto dove le mura si affossano. Pronuncio ad alta voce il nome antico, imparato a Cicciovizzo nell’evo buio, come Hesselius, l’israelita: «Beth-hanot».[2] Le lettere rimbalzano, una, tre, cinque volte. La città risponde al suo odonimo.

 

Reclamo i loro nomi: Adolfo, Giuseppe, Concetta, Incoronata e di nuovo Giuseppe. Nell’aria tiepida di mezzogiorno nessuna replica. Persi per sempre, l’unica eco che di loro resta si ode in un paese gemello che a Bitonto neanche somiglia eppure ne custodisce la memoria.

 

Ritorneranno per sempre nella storia di bimbi ammazzati che mai hanno calpestato la terra.

 

Li abbiamo voluti uccisi per riconoscergli il diritto di esistere. In nessun caso concederemo loro di essere vivi.

 

Titoli di coda

 

Esistono molte versioni della preghiera “Atto di dolore”. Nel testo (come nella versione cinematografica di Lucio Fulci) compare la formula tradizionale «perché ho meritato i tuoi castighi» che oggi è spesso sostituita da altre in cui l’accenno alla punizione divina scompare e si parla, per esempio, di «fiducia tradita». La versione è di certo più compatibile a una narrazione fondata sul rapporto tra peccato e omicidio, colpa e dolore, tipica della cronaca giornalistica dei fatti di Bitonto (e della nera tout court) anche nel momento in cui l’artificio retorico delle “vittime innocenti” sembra negarla. Il merito di Fulci è di aver messo in primo piano, senza scorciatoie, l’orrore dell’assioma degrado-indegnità che ha caratterizzato la vicenda mediatica e processuale dei “bambini dei pozzi”.

 

L’odonimo “Cicciovizzo” (come spiegato qui) deriva dal termine normanno Checkeraise (scacchi), perché presumibilmente indicava una piazza, nucleo originale del rione, in cui le persone si disponevano “a scacchiera” con posizioni fisse a seconda del ceto sociale e del sesso.

 

Le informazioni sull’origine del nome della cittadina di Bitonto sono prese da un post, “Etimologia di Bitonto”, pubblicato il 13 aprile 2016 da bitontourblog.altervista.org.

 

La definizione di mostriciattoli per i minori coinvolti nell’inchiesta come sospettati è presa dall’articolo di Italo Del Vecchio, “La ‘nonna terribile’ di Bitonto incriminata per omicidio”, pubblicato su L’Unità del 12 giugno 1972. Dalla stessa fonte la citazione precedente sull’ambiente in cui sono maturati i delitti. Nel testo Del Vecchio definisce Giovanni «mostriciattolo» e «mini assassino» e suo fratello Francesco «mezzo ebete».

 

L’immagine che accompagna l’episodio è un fotogramma di Non si sevizia un paperino. La pagina dell’edizione de La Notte sui delitti di Accendura è tenuta in mano dal giornalista Andrea Martelli, interpretato da Tomas Milian.

 

[1] Andiamo!

 

[2] Eco.

 

#Pozzi è una web serie ibrida, nell’etere ogni maledetto venerdì. Una posata archivista ha domandato all’autrice: “Perché scrive di bambini morti, di cose orribili, che problemi ha?”. In questo link un tentativo di risposta.

 

Per leggere gli episodi precedenti:

 

Pozzi#1 (Il Diavolo a Bitonto)

 

Pozzi#2 (Non si sevizia un paperino)

 

Pozzi#3 (Chi sono i Truscianti?)