Pozzi#3 (Chi sono i Truscianti?)

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Con questo termine dialettale — che non ha un corrispettivo preciso nella lingua italiana ma che potrebbe essere tradotto con “gente che vive di stracci” — vengono indicati qui a Bitonto gli abitanti di questa parte della città vecchia. Si tratta di persone e di famiglie che vivono una vita irregolare, raccogliendo e poi rivendendo stracci vecchi, andando in giro nei paesi vicini a vendere “la fortuna” specie di piccoli foglietti riproducenti oroscopi sorteggiati da un pappagallo. Gente che vive comunque alla giornata, di espedienti più o meno leciti.

 

Si tratta, inoltre, di famiglie quasi tutte imparentate fra di loro, come risulta dai cognomi delle piccole vittime e che prendono alloggio nelle abitazioni di questa zona di Bitonto abbandonata dai proprietari. Per questo non pagano nemmeno il fitto “i truscianti” sono una categoria a sé della città di Bitonto perché non hanno collegamenti e rapporti con il resto dei cittadini e vivono in una sorta di ghetto. La vita dei “truscianti” si svolge nel chiuso di Bitonto vecchia molto spesso avvelenata da rancori e da odi che si tramandano di generazione in generazione.

 

(Italo Palasciano, L’Unità, edizione del 7 giugno 1972)

 

Le parole sono pietre, il fluire dei giorni le incastra con perizia le une nelle altre. Strati diversamente erosi dall’uso delimitano nel tempo e nello spazio le lingue dell’uomo.

 

Capita che sassi isolati precipitino senza danno, a volte la caduta di un piccolo masso determina il crollo di intere sezioni. Nel muro a secco eretto da generazioni di parlanti manca il collante, perciò non è possibile restauro a meno dell’intervento di qualche anziano manovale, esperto di costruzioni dimenticate.

 

Arduo risalire al momento esatto dello scollamento, soprattutto se il danno è antico. Più fattibile rintracciare il punto in cui un ciottolo ha fatto la sua comparsa, riconoscerlo dalla forma e dalla capacità d’innesto, giudicarne il successo dalla proliferazione di nuovi livelli rocciosi sulle sue spalle o carpirne il fallimento dalla creazione di un buco, dall’assenza intorno. Attività che, in ogni caso, richiede competenze non proprio comuni, talmente rare da essere affidate ad architetti delle parole, armati, fino a qualche decennio fa, di strumenti esoterici chiamati carta e inchiostro.

 

Secoli di stratificazioni murarie sono stati catalogati nei dizionari. Studenti senza alcuna vocazione per la materia possono così scoprire l’anno e il luogo in cui un termine è comparso, l’epifania del sasso e persino le forze che lo hanno plasmato, l’etimologia.

 

Le parole sono pietre, costruiscono muri, intrappolano chi le usa all’interno di confini invisibili.

 

Faccio scorrere il dito sulle pagine sottili, respiro a fondo l’aroma polveroso. Vago tra le sezioni alfabetiche, mi avvicino al sasso che cerco con studiata lentezza. Già lo vedo, in bilico, tra “truschino” (parola che indica un arnese meccanico) e “trust” (forestierismo parecchio usato in ambito finanziario). “Trusciare”, riporta il vocabolario, verbo transitivo che significa “rubare con abilità” o anche “chiedere l’elemosina”.

 

Di etimologia incerta, ha fatto la sua comparsa nel 1972. Un dialettismo che deve aver goduto di improvvisa ma non duratura fortuna, destinato a sbriciolarsi nell’incuria, ripiegando nel vernacolo d’origine. Il tipico sasso solitario a perdere.

 

Non capita di leggere sul quotidiano di povere turiste trusciate a bordo dell’autobus, tantomeno di sindaci in guerra contro il trusciare nelle vie del centro. Eppure se il verbo e chi lo applica, il trusciante, hanno ricevuto l’onore di una voce se pure poco consultata, il merito è delle patrie testate giornalistiche che li hanno ripescati dai pozzi di Bitonto, assieme a cinque bambini morti, per poi dimenticarli.

 

Tracce della improvvisa curiosità per il trusciante — espressione in odore di onomatopea, il truscio richiama il suono di una mano furtiva che si insinua nelle tasche altrui, per sfilare orologi, portafogli e spiccioli — restano nella sequela di articoli-fotocopia presenti oggi nella memoria di pochi e sulle pareti della mia casa.

 

Chi sono mai questi truscianti (italianizzazione di trusciant) che hanno fatto irruzione nei tavoli da lettura della brava gente? «Venditori, ambulanti, zingari, accattoni» riassume con rara efficacia l’inviato speciale del Corriere della sera, Carlo Galimberti.

 

«Vivono di espedienti dall’accattonaggio alla raccolta di stracci e di rottami di ferro», spiega l’Avanti approfondendone il profilo socio-economico, «poco più di 500 persone per lo più legate da vincoli di parentela e “comparaggio”».

 

Antonio Amendolagine, corrispondente per La Gazzetta del Mezzogiorno, li definisce «zingari insediatisi nell’antico quartiere abbandonato dai benestanti» e ne traccia l’organizzazione semi-tribale, pervasa da una funesta anarchia dopo la morte del sovrano della comunità, «un uomo robusto, dall’aspetto così imponente e dominante da essere soprannominato “U tramoute”», cioè il Terremoto.

 

Se il Terremoto, deceduto nel 1957, fosse stato ancora in vita, azzarda Amendolagine, forse Arco Pietrogianni non avrebbe pianto vittime così giovani e innocenti. Sotto il suo pugno di ferro i truscianti restavano confinati nel ghetto e nessuno aveva motivo di interessarsi a loro. Vivevano separati, riconoscibili non tanto per la manifesta miseria quanto per l’incapacità di modulare la lingua nazionale e persino il dialetto utilizzato nel resto di Bitonto.

 

I truscianti, con il loro idioma rozzo e il loro assurdo re, potevano essere additati ovunque andassero e tutte le strade li riportavano alle piccole grotte dell’Arco Pietrogianni, incasellandoli, al modo delle giumente in allevamento, lungo un dedalo infernale aperto in una sola direzione. Imprigionati in un labirinto che si spalancava non appena aprivano bocca, contribuivano a innalzarlo di giorno in giorno, ammonticchiando le parole del loro isolamento ormai secolare in una cinta che li privava della luce.

 

Ho attraversato spesso quel muro, con la facilità di chi ne ha visti altri sorgere, splendere e crollare, amico dei ruderi ed entusiasta istitutore di nuove cinte. Ero lì all’arrivo delle avanguardie truscianti, prima che sbocciasse sulle bocche schifate il nome che ha inchiodato l’uscita del loro quartiere.

 

Nessuno si chiedeva come fossi entrato, perché nessuno oltre me voleva entrarvi. Mi hanno preso a battesimo, Sesè, uno dei tanti, uno di loro.

 

Si meravigliavano, i bambini, quando mostravo loro la magia delle lettere e dei numeri. Sedevamo insieme e io leggevo di cronache calcistiche e guerre lontane, i faccini indecisi tra seguire sulla carta grafismi incomprensibili o perdersi nell’enfasi delle mie parole. I pochi che erano andati a scuola o che ancora la frequentavano, prendevano a volte il mio posto. E allora li ascoltavo sdraiato a occhi chiusi, mostrandomi ora sorpreso, ora indignato dai resoconti dei signori della stampa.

 

Quando i corpi avevano preso a galleggiare nei pozzi, la favola nera dei truscianti era diventata la più richiesta. Impossibile leggere altro. Le parole dialettali sciorinate sulle colonne provocavano risate, dacché le leggevo storpiandole, con voce da padrone o da professore, fino a renderle straniere. Nel riconoscerle restava però nei miei uditori una punta di orgoglio, la soddisfazione di chi ritrova nell’opera di pregio un tassello che gli appartiene e nessun altro può dire proprio. E con esso la vergogna di non poterne ignorare, in mezzo a file ordinate di sassi levigati, il taglio modesto, il sudiciume negli angoli.

 

Salivamo sulle punte dei piedi per sbirciare oltre il nostro muro, in mezzo a pagine di testate che nel quartiere non erano mai arrivate e in poco tempo volavano sotto forma di aeroplani o calzavano a pennello teste di manovali sotto il metro e quaranta.

 

«Sesè, dove le hai prese?».

 

«Una magia! Silenzio, però…».

 

Lasciavo che portassero via dalle mie sacche i ritagli piegati con cura, custodivo il segreto dei sassi trafugati per giocare lontano dalle orecchie dei grandi, aprendo per un po’ uscite di emergenza dal quartiere, vestendo i panni dei giornalisti che si avvistavano a ogni ora del giorno tra i vicoli.

 

Scorrendo i titoli e i testi dell’archivio di cui mi sono fatto custode sono di nuovo in strada, in mezzo a loro.

 

Minguccio smarca Lello con il petto all’infuori, accompagnando l’azione con piglio radiofonico: «A Bitonto un altro bambino morto...». Con mezza piroetta passa la palla a Pino, lui, lento ma inarrestabile, la schianta sulla parete alle spalle del portiere Aldo, per poi raccogliere il testimone della cronaca con voce tonante: «Il quinto ucciso in un pozzo, la strage degli innocenti continua!».

 

Nello stesso slargo Annina porta in giro due uomini dall’aria sperduta. Uno ha una grossa macchina fotografica e suda in abbondanza.

 

«Qui è dove hanno trovato annegate Concetta e Incoronata», indica la mini guida alla Bitonto diabolica, «se volete entrare fanno cinquecento lire. Mille se vi faccio fare la foto dove stava il pozzo. So fare la morta benissimo, volete vedere?».

 

Si lancia all’indietro con le mani giunte al petto, a piombo, il fotoreporter l’acchiappa all’ultimo dalle spalle ossute. «Gesùcristomadonnamia», rantola, rimettendola in piedi. Vorrebbe dire di no, ma sa che non può tornare in redazione senza immagini. Pensa alla sua di bambina, con identica frangetta, alla quale non lascia ascoltare le cose brutte al telegiornale.

 

L’altro, con un grande bloc-notes che spunta dal borsello, sembra nutrire meno dubbi. Ha già tirato fuori il portafoglio.

 

Annina pregusta la transazione, non immaginando la scena che sta per farle saltare il guadagno. Annunciato da un vociare furioso, un gruppo di donne si riversa nel vicolo, puntando oltre l’Arco.

 

Annina fa per seguirle. La faccia paonazza di sua madre, spuntata in mezzo alle altre, la induce a battere in immediata ritirata. Minguccio, Lello e Aldo, invece, si lanciano a conquistare la testa del corteo, avendo cura di portarsi dietro l’ammasso di stracci usato per fare gol.

 

Una chioma bianca si sporge da un basso gracchiando acutissima: «Ggeramí! De cè se tratte?».[1]

 

Le fa eco un coro stridulo, trascinato in crescendo: «Iäme da u Professor’!».[2]

 

Il professore è quell’Antonio Amendolagine che scrive per La Gazzetta del Sud. A Bitonto, dove è preside della scuola e titolare di una tipografia rinomata in tutto il meridione, è l’uomo di lettere per eccellenza. Se vuoi farti strada nel muro delle parole, devi passare attraverso la sua macchina da stampa a manovella, che campeggia nel laboratorio come una ruota panoramica alla fiera del santo.

 

Bambini al collo piangenti, mocciosetti trascinati per mano, io e Minguccio a guidare la fanfara cantando, isolato per isolato, «Uò, uò, iäme da u Professò!», troviamo Amendolagine impegnato a controllare le lastre tipografiche.

 

Non ha bisogno di chiedere il motivo della manifestazione. Al suo cospetto si presentano le mamme dei truscianti al gran completo, tutte le più giovani, perlomeno, quelle con i figli troppo piccoli per non rischiare di finire in un pozzo.

 

«Calme signore», le anticipa assumendo postura istituzionale, «fatemi mettere via il lavoro e sono a disposizione».

 

«Professòooo», sgridazza un’ultima volta Aldo, accompagnato dagli ululati dei suoi amici. Stringo i monelli intorno a me, chiedendo a gesti meno confusione. Si fa avanti una ragazza, alta e gonfia, si chiama Adelina.

 

«Ndrik ke bbella miú!»,[3] commentavano al suo passaggio le nonne e i ragazzotti, schioccando baci immaginari. Sono passati tre anni e una gravidanza, nell’opificio carico di calore Adelina porta le maniche arrotolate sulle braccia flosce. Amendolagine è quasi ipnotizzato dalle sue dita che si agitano, mettendo in mostra falangi invecchiate precocemente.

 

«Professor’», stavolta non c’è nulla del coro canzonatorio che ha scandito la marcia, «voi siete una persona di tutto rispetto».

 

«Vi ringrazio», il serio pubblicista si accomoda sulla sua poltroncina, in modo da non apparire né sussiegoso né tracotante, ma non è ancora giunto il suo turno di parola.

 

Adelina avanza di un passo lasciando la truppa a farle da sfondo.

 

«Vi portiamo rispetto. Pure se in questi giorni sul giornale ci avete pittati[4] male! Vi mostriamo rispetto e chiediamo la vostra protezione. Perché abbiamo paura. Qua, se non è stasera, sarà domani sera, qualche altra cosa ha da succedere. Qua finisce che i bambini ce li ammazzano tutti».

 

Ruggera, vicina di casa di Adelina, la scavalca portandosi le mani ai capelli: «Fanno una carneficina, professò!».

 

«Ci dovete aiutare», mormora Concetta, cugina di entrambe, aggrappandosi alla giacca di Amendolagine, dove sgocciolano le sue lacrime, «siamo gente buona».

 

L’uomo indietreggia, nel suo sguardo si alternano paura e sincero turbamento.

 

«Io vi voglio aiutare, ma non è in mio potere farlo. Ci sono le autorità per questo».

 

«Le autorità...», gli fa eco Ruggera con il movimento circolare della mano che indica a livello universale “stiamo freschi!”.

 

«A pulimme!»,[5] si sbellica Minguccio di fianco a me, scatenando una ridda di insulti.

 

Adelina si fa strada in mezzo agli improperi mettendo i sassi in fila come meglio può per aprire una strada di comunicazione con la persona istruita che ha davanti. Recupera la prima postazione, faccia a faccia con il giornalista.

 

«I poliziotti? Quelli, quando arrivano, la prima cosa che fanno? Ti accusano. Anche se non ti hanno mai visto in faccia, dicono che hai fatto questo e quello. Che sai quello e quell’altro, ma non lo vuoi dire».

 

«Quelli hanno bisogno loro di essere protetti», si insinua Minguccio, aprendo le corifee a una risata liberatoria.

 

Amendolagine sorride di rimando, solo con la bocca, meccanicamente. Promette che continuerà a scrivere dei bimbi annegati, assicura che tutta l’Italia sta guardando con orrore e pietà a quello che è successo a Bitonto.

 

«Voi dovete fare la parte vostra, però. Se sapete qualche cosa che sia utile a trovare l’assassino...».

 

«O gli assassini», gli fa eco il cronista che ha seguito la scena dalle retrovie assieme al fotografo.

 

«Chiunque sia stato», riprende Amendolagine seccato dall’intrusione, «se conoscete il nome o i nomi, dovete parlare».

 

«Parlare?», Adelina dà le spalle all’uomo che possiede una frombola meccanica, capace di scagliare tutte le pietre che a lei mancano, ma non la userà, se non a favore di chi sta dall’altra parte del muro.

 

«E chi le vuol sentire le parole nostre?».

 

Titoli di Coda

 

La definizione del verbo trusciare viene dal Dizionario della lingua italiana di Tullio De Mauro, consultabile su internazionale.it.

 

La citazione di Galimberti è tratta dal pezzo “Si vendicano uccidendo i bambini nel quartiere maledetto di Bitonto” pubblicato sul Corriere della Sera del 7 giugno 1972. Quella dell’Avanti è estrapolata dall’articolo “Terrore a Bitonto. Affogato in una cisterna un bambino di un mese”, presente nell’edizione del 7 giugno 1972.

 

Anche l’articolo di Amendolagine è del 7 giugno 1972, pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno con il titolo: “Da quando morì il ‘re’ non c’è stata pace tra i ‘trusciant’”.

 

L’abitudine dei bambini truscianti di giocare a fare i cronisti e di improvvisarsi guide per i tanti giornalisti venuti nel “ghetto” per un degrado-tour, iniziata sull’onda del clamore mediatico, viene segnalata da Antonello Ambruosi nella medesima edizione della Gazzetta, nell’articolo “L’uomo rinchiuso in carcere sa chi è la belva assassina”.

 

La visita delle mamme di Arco Pietrogianni ad Antonio Amendolagine è realmente accaduta: una ricostruzione dell’evento (che comprende, quasi alla lettera, i dialoghi qui inseriti nel testo) viene fatta dal corrispondente da Bitonto per Il Corriere della Sera, Dino Maffia, nel pezzo “Terrore fra le donne di Bitonto. Chiedono protezione per i loro figli”, uscito nel numero del 13 giugno 1972.

 

[1] Mamma mia! Che cosa succede?

 

[2] Andiamo dal Professore!

 

[3] Guarda che bella ragazza!

 

[4] Dipinti (lett.), raffigurati, descritti.

 

[5] La polizia!

 

#Pozzi è una web serie ibrida, nell’etere ogni maledetto venerdì. Una posata archivista ha domandato all’autrice: “Perché scrive di bambini morti, di cose orribili, che problemi ha?”. In questo link un tentativo di risposta.

 

Per leggere gli episodi precedenti:

 

Pozzi#1 (Il Diavolo a Bitonto)

 

Pozzi#2 (Non si sevizia un paperino)