Pozzi#1 (Il Diavolo a Bitonto)

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Una cupa atmosfera grava da mesi nei vicoli e nelle case di Arco Pietrogianni, il ghetto nel ghetto della Bitonto Vecchia.

 

Cinque bambini, dal 7 settembre al 5 giugno, sono morti annegati nei pozzi e nelle cisterne per l’acqua piovana che sono in quelle case, uccisi in un ripetersi incomprensibile del più atroce, forse, dei delitti.

 

Bitonto è a quindici chilometri da Bari, all’interno del suo più antico quartiere, abitato da poveri, c’è l’Arco Pietrogianni, dove vivono isolati e discriminati i più poveri di tutti. Li chiamano “i truscianti”, sono poche centinaia. Bitonto conta quasi quarantamila abitanti, e sono, quindi, una piccola minoranza. Di lontana origine nomade, si stabilirono ottanta, forse cento anni fa, nel dedalo di viuzze dove ancora vivono.

 

Le famiglie, i clan più estesi sono cinque: i Sicolo, i Saraceno, i Modesto, i Semeraro e i Mena. Ed è proprio tra queste famiglie che si è abbattuta la strage dei piccoli innocenti e insieme il sospetto che al loro interno si muova, colpevole o malato, l’assassino o gli assassini. Due adulti sono, per ora, trattenuti in arresto dagli inquirenti. La loro posizione non è chiara, essi negano e non c’è ancora l’indicazione di un preciso movente che li ha indotti a commettere questi delitti:

 

Maria Giuseppa, una specie di matriarca, di capoclan, e Raffaele, straccivendolo. Due figli di quest’ultimo, Francesco e Giovanni, di 12 e di 10 anni, avrebbero ammesso di aver gettato nel pozzo Giuseppe, di quindici mesi, una delle cinque vittime. I due ragazzi sono ora in un istituto di rieducazione, ma anche sulle loro confessioni, sulla loro ammissione, esistono dubbi.

 

La morte dei cinque bambini e la stessa ricerca di un movente o dei moventi per questi delitti restano ancora nel buio più profondo e la difficoltà di portarvi almeno uno spiraglio di luce è ancora maggiore proprio per la condizione di isolamento in cui vivono ancora i truscianti.

 

(Ennio Mastrostefano, Az-Un fatto, un perché, Rai Uno, 16 giugno 1972)

 

Vito fa scorrere la mano paffuta lungo il bordo della carrozzina. La scuote avanti e indietro piano. Dondola con essa il corpo da cinquenne, uniformandosi al ritmo del pugno più piccolo, svettante sotto la copertina. Il resto del bambino è nascosto da un velo bucherellato, giallastro e traslucido come il latte scaldato nel pentolino, il cui odore galleggia ancora sulla cappa umida della stanza a ogni ora senza sole.

 

Prova a concentrarsi sulle dita minuscole, alla ricerca di un cenno di cedimento al sonno che spalanchi per lui la porta a un tramonto arioso, ancora capace di regalare luce e giochi. Sul più bello, ogni volta, l’arto capriccioso sussulta, portandosi dietro il petto, scatenando singulti ora brevi, ora trascinati al limite del pianto.

 

Trova conforto nell’idea di spingere la culla con le ruote all’aperto. Correre a perdifiato intorno a via di Arco Pietrogianni, spaventando le vecchie sugli scalini, attirando bestemmie e maledizioni bonarie. Figura nella mente volti duri e sdentati trasfigurarsi nell’incitamento: «Svinn_, Vitù, ka ven_ la pulimm_!».[1] E lui corre, infilandosi tra le mura strette, il nodo al posto del cuore si allenta, non sente più il peso del poppante, potrebbe spiccare, emergendo sopra i tetti sbilenchi, uscendo per la prima volta dal quel quartiere che è una prigione senza sbarre. Una fuga dall’alto, imprevista, impossibile. L’evasione che vale una vita. Sente mulinare le gambe, l’istinto lo porta a mollare le mani dall’impugnatura stirando in fuori le braccia.

 

Perde aderenza sulle strade di ciottoli, raccoglie il corpo per il salto decisivo. Il manubrio rincula sul suo stomaco. La sgommata è fragorosa e umiliante. Manca spazio per il decollo, my day, my day, scarpe rotte, moccio dal naso risucchiato dall’ansimare. Il passeggero ulula, comandante, attivare le procedute di salvataggio.

 

«Abbozz_!, Va a pputrí».

«Abbozz_!, Va a pputrí».

«Abbozz_!, Va a pputrí».[2]

 

Le lacrime impastate in bocca sono di Vito però.

 

Nocche bianche, polsi dolenti, sensibilità sfumata a forza di stringere il manubrio arrotondato, chiazzato di macchie di ruggine.

 

Il pavimento senza piastrelle è solcato da righe sfalsate, dove i mozzi, privi delle ruote anteriori, si sono conficcati scavando secondo un movimento ondulatorio diventato furioso.

 

Nessun cielo. Il soffitto del basso, annerito dal fumo di cucina, schiaccia la piccola figura china su una carrozzina mutilata, passata chissà da quante madri prima di precipitare in quel quadrilatero di disperazione condiviso dai familiari di Giuseppa. Bimbi di ogni età, nipoti, figli di figli disgraziati andati alla deriva, un marito con residenza fissa all’unico bar, una figlia dallo sguardo triste e lei. Dodici anime, tre letti da spartire e la carrozzella non più semovente di Giuseppe.

 

Giuseppe che deve dormire, lo ha detto sua nonna a Vito.

 

E a nonna Giuseppa non bisogna far dire le cose due volte.

 

Miše-miše / Toke Bbevelle

Umm-a umme / Mostreme mangelle[3]

 

Vito canta accarezzando il petto del fagottino, ha paura a scoprigli il volto, teme di trovare i suoi occhietti sbarrati. Tira su col naso, nettandosi con il polso il viso mezzo incrostato. Pensa a quello che gli ha raccontato un vicino di casa quando è iniziato il fatto. Lo hanno trovato che galleggiava a faccia in giù. Troppo tardi per chiudergli le palpebre. Aveva quindici mesi, si chiamava Giuseppe, proprio come il bambino che gli tocca cullare adesso. Portava pure lo stesso cognome. Chissà se piange, dove sta ora, se non vuole dormire, dormire sempre.

 

Abbozze abbozze! / U gagg_ akkamoff

Va putrì / N_ skartann_ loff_[4]

 

Piacerà la canzone a Giuseppe? Deve chiudere gli occhi questo Giuseppe. Starsene bravo nella stanza sempre affollata che ora è gremita della paura di Vito. Succedono cose brutte ai piccoli dell’Arco, meglio che restino in silenzio, senza pianti e lagne ad attirare i diavoli. Così riprende a dondolare con lo sguardo fisso al pavimento. Accadono cose brutte ai piccoli, ma lui è grande, ormai. L’anno prossimo andrà dal Mastro a faticare in officina, riparando biciclette. Suo cugino già lo fa, mille lire alla settimana.

 

Allarga le spalle e alza il tono della voce. Intona alla maniera dei grandi. Canta per far dormire un bimbo. O per far scappare un lupomino, il lupo mannaro, così dicono per bene gli attori del cinema.

 

U gagg e ššut a sgranggi / Portaccì a pil imbett

Murgell a tté / ka venn_ piedipiatte[5]

 

Un rumore lo fa trasalire, molla la presa dalla carrozzina per poco. Quel tanto che farà strillare Giuseppe? Tende le orecchie al massimo, senza girarsi, spalle alla porta. Dritto sulle gambe conta le sedie alla sua sinistra, avanti e indietro, di nuovo e da capo. La base del collo pizzica forte e la canotta addosso diventa zuppa. Eppure ha freddo, un freddo che sembra sprigionarsi dal pavimento, straripare da un punto che non può vedere eppure conosce assai bene. Fiato gelido, liquido e fetente, verde di muschio e vita putrida sale da sotto alla cucina. Vito si gira di scatto e gli sembra di cogliere un movimento, come se la macchina del gas si fosse impalata dopo un improvviso saltello. Sforza gli occhi per osservare il pavimento e spera di non vedere ciò che, in effetti, non scorge. Un buco. Un pozzo che lo aspetta. Acqua sporca che lo chiama.

 

C_ v_dim_ o r_trös_ / Ggess_ l’álb_r_ d-i pinn_

Miše-miše ndome / O T-agga manná a Sanrem_[6]

 

Le ultime parole sono una cantilena di pianto. Il silenzio riprende possesso della stanza. Un tappeto steso di fretta, sotto il quale si sentono strisciare cose senza nome. Vito si tocca le gambe, alla ricerca di esseri del buio. Ma loro sono scappati, perché il pozzo non sussurra, chiama forte. Il pozzo vuole i bambini. I bambini che piangono più di tutti. I bambini che rifiutano di dormire, per primi.

 

E se gli desse ciò che chiede? Lo lascerebbe in pace?

 

Forse andrebbe in prigione. Sarebbe brutto e freddo, in ogni caso mai quanto il pozzo. E poi i bambini un po’ grandi, ma non così grandi, non vanno proprio in prigione.

 

Pensa a Michele, che ha detto di aver fatto scivolare il fratello Adolfo nella cisterna perché smettesse di singhiozzare. Anche lui ha sentito la voce del sotto? Ha dovuto scegliere tra la sua vita e quella di un altro? Adolfo a nove mesi non si sarebbe potuto salvare, per Michele ancora si apriva una via di fuga. E forse lui l’aveva presa.

 

I cuginetti Francesco e Giovanni avevano davvero fatto scivolare per sbaglio Giuseppe, l’altro, il primo, dritto nel pozzo, mentre giocavano?

 

Il divertimento era finito male, non per loro, però. Loro che non avevano quattordici anni, erano solo finiti al correzionale per un po’.

 

E lui cosa farebbe se il buco infine si aprisse e le parole chiedessero il prezzo che teme di essere in grado di pagare?

 

Vito avvicina il naso a Giuseppe, percepisce la calma calda attraverso la stoffa, la profondità del sonno. Il tepore della vita ignara stordisce, la voce lo prende a tradimento.

«Vito, o Vitoo, vieni?».

 

Passi a scroscio riempiono la coltre del silenzio con impronte inzaccherate, nenie e risate tremolanti confondono le orecchie, frammentano la voce del pozzo.

«Vito, essì fòri!».[7]

 

Maria, in strada, lo chiama. Ridacchia. Tra poco scapperà via e lui sarà di nuovo solo. Solo con un neonato che ha il nome di un bambino morto.

 

Vito rimbocca la carrozzina. Respira tanto da farsi dolore al petto. Giuseppe è fermo. “Non si muove, dorme”, si dice Vito e lo sforzo di non pensare che così deve apparire un piccino che è sottoterra da tempo gli fa esplodere i capillari del naso.

 

In un movimento unico si volta e spicca tre passi. Oltre la porta che sbatte e pazienza se non sarà ben chiusa. Chi ruberebbe a casa di truscianti? Niente c’è da portare via.

 

Solo i bambini.

 

(1. Continua...)

 

Titoli di coda

 

La citazione iniziale è la trascrizione letterale dell’apertura del servizio sulla “Strage degli innocenti a Bitonto” andato in onda all’interno del programma Az - Un fatto, un perché il 16 giugno 1972 con la conduzione in studio di Ennio Mastrostefano.

 

L’esperienza di Vito, cinque anni, ultimo ad aver visto viva la quinta vittima, Giuseppe, un mese di vita, trovato morto il 5 giugno 1972 nella casa della nonna, Maria Giuseppa, è ispirata al racconto fatto dal bambino stesso al giornalista Giuseppe Marrazzo, autore di un lungo reportage a Bitonto assieme a Tina Lepri, montato all’interno dello stesso episodio di Az.

 

Nello spezzone dell'intervista andata in onda nel 1972, Vito racconta a Marrazzo di aver cullato il cuginetto fino a farlo addormentare, come chiesto dalla nonna, e di essere poi uscito a giocare richiamato dalla voce di “Maria” che gli intimava di uscire in strada.

 

Tutto ciò che si muove nell’animo di un bimbetto lasciato solo con la responsabilità di un neonato in una casa segnata dall’ombra di quattro minori morti in pochi mesi è frutto dell’immaginazione dell’autrice.

 

La filastrocca cantata da Vito a Giuseppe per farlo addormentare è opera di fantasia, costruita sulla base del “dizionario” dei Truscianti pubblicato da Romano Nando nel 1974/75 (Il gergo dei truscianti di Bitonto e Foggia, in «Rassegna di Studi Dauni», Anno 1, n. 1, Ottobre-Dicembre 1974; Romano Nando, Il gergo dei truscianti di Bitonto e Foggia, in «Rassegna di Studi Dauni», Anno 2, n. 3–4, Luglio-Dicembre 1975).

 

L’immagine di apertura è la riproduzione fotografica dell’articolo “Il diavolo a Bitonto”, tratto dal numero 1.133 del settimanale Epoca.

 

[1] Corri, Vituccio, che viene la polizia!

 

[2] Stai buono! Vai a dormire.

 

[3] Piano, piano / bel bambino / di nascosto, di nascosto /dammi l’elemosina.

 

[4] Stai zitto, Stai zitto / L’uomo vero capisce al volo / Vai a dormire /Non parlare troppo.

 

[5] L’uomo è andato a rubare / Portagli i soldi in tasca / Stai zitto / che arriva il piedipiatti.

 

[6] Ci vediamo al nascondiglio / Mandalo agli alberi pizzuti / Zitto, zitto, scemo / O ti faccio finire al cimitero.

 

[7] Vito, esci fuori!

 

#Pozzi è una web serie ibrida, nell’etere ogni maledetto venerdì. Una posata archivista ha domandato all’autrice: “Perché scrive di bambini morti, di cose orribili, che problemi ha?”. In questo link un tentativo di risposta.