#Pozzi, perché leggere un ibrido narrativo a puntate

guarda anche: 

Il pozzo è un elemento tipico del nostro folklore. In ogni provincia d’Italia sopravvivono leggende sul pozzo che fa avverare i desideri e sull’antro liquido che ospita la strega del paese. Non si contano le storie sui pozzi senza fondo e le apparizioni miracolose legate alle cisterne di acqua, necessaria alla vita ma anche minacciosa, primitiva, impossibile da controllare.

 

I pozzi per secoli sono stati il centro delle relazioni nei piccoli centri, rurali e non. Oggi giacciono dimenticati, spauracchio per i bambini che si avventurano in zone poco battute.

 

Anche la cronaca ama i pozzi. La prima tragedia ad alta esposizione mediatica è nata con un bimbo, Alfredino Rampi, scivolato in un pozzo a Vermicino. Era il giugno del 1981.

 

Nove anni prima Giuseppe, che annegava nella cisterna della casa di sua nonna, nel quartiere più “degradato” di Bitonto, in Puglia. Il quinto minore a essere ripescato dai pozzi di quello che per la stampa e la “brava gente” è il ghetto dei truscianti, cioè persone dedite al furto e alle attività illegali di ogni genere.

 

Con i truscianti, gruppo indefinito di lontana origine nomade, stabilitosi cento anni prima nella zona meno appetibile del paese, il diavolo è arrivato a Bitonto. Solo il diavolo, infatti, può essersi macchiato del sangue di piccoli angeli innocenti.

 

Ma quali fattezze ha il diavolo? Il suo è il volto di uno zio-orco di statura nanesca, sempre ubriaco, o di una nonna severa e zoppa, forse la prima “nonna-mostro” della cronaca nazionale? Dietro il mistero dei bimbi nei pozzi c’è la mano di un serial killer, unica, o l’agire di molti, impegnati in una faida di sangue? I minori che si dicono coinvolti sono stati plagiati e da chi?

 

Per alcuni mesi Bitonto è eletta suo malgrado capitale della nera nazionale. Tra assoluzioni a sorpresa e colpi di scena, i bambini dei pozzi diventano emergenza, per poi essere rapidamente dimenticati.

 

Il loro ricordo sopravvive in un film di genere, una di quelle pellicole di serie Z destinate a diventare con il tempo oggetti di culto, Non si sevizia un paperino, il capolavoro del maestro dell’horror nostrano, Lucio Fulci.

 

A distanza di quarantasei anni la storia dei bambini morti nei pozzi di Bitonto, ripercorsa tra reportage lirici e sequenze filmiche ultra gore, con i mezzi del racconto giornalistico e della fiction orrorifica, offre una chiave di interpretazione lucidissima sulle narrazioni tossiche legate alla cronaca nera e alla loro manipolazione politica e propagandistica.

 

Per riviverla è necessario un viaggio attraverso gli specchi deformanti dell’immaginario.

 

Chiudere gli occhi e scendere nei #Pozzi.

 

Ogni maledetto venerdì su Quinto Tipo. Non abbiate paura di immergervi, quello che è morto, non muore mai…