Only Leosini can judge me. Perché dobbiamo smetterla di guardare (e retwittare) Storie Maledette

guarda anche: 

Franca Leosini è tornata. I leosiners pure. La rentrée stagionale di Storie Maledette arriva col botto, la doppia puntata sul Giallo di Avetrana.

 
 
Dal carcere di Taranto un incontro che per una volta parrebbe tenere fede al titolo, declinandosi al plurale: Franca Leosini incontra Sabrina Misseri e contemporaneamente, con una struttura a mosaico, come nelle serie tv moderne, ma senza montaggio raffinato, Franca Leosini incontra Cosima Serrano.
Il doppio, del resto, è da sempre la cifra stilistica di questo format. Più che offrire allo spettatore elementi inediti su casi famosi, Storie Maledette sforna il doppelgänger televisivo di mostri masticati e sputati dalla macchina narrativa di nera.
L’obiettivo è spiazzare il pubblico con una versione Leosini reloaded dei personaggi in questione.
 
Vi ricordate Rudy Guede con il felpone da rapper e la postura da gangsta perfezionata dal collanone? Franca ce lo ha restituito con i maglioncini girocollo e gli occhialetti da nerd.
Non un innocente, non lo sono per definizione processuale i protagonisti della trasmissione, bensì una nuova persona, degna di avere una seconda occasione, di poter raccontare la propria versione della storia. A patto di accettare l’intermediazione sapiente e onnisciente della giornalista, l’unica in grado di assegnare la nuova identità.
 
Sabrina la strega nell’episodio dell’undici marzo diventa «babbalona» con i capelli raccolti troppo in alto, «questuante dell’amore», «sentimentalmente genuflessa». Cosima, la matrona primordiale che avrebbe avallato il delitto in rispetto al più arcaico dei valori, l’onorabilità agli occhi dei compaesani, evolve nella «donna del tremila».
La Leosini si dichiara sorpresa per le dichiarazioni di apertura della Serrano verso il sesso e l’autogestione del corpo femminile? Non c’è bisogno di essere Cal Lightman per leggere sul suo volto espressioni di compiacimento.
Sabrina che balbetta imbarazzata quando la giornalista ne enfatizza la mancanza di autostima, rinfacciandole l’alto di numero di sms al pizzaiolo Ivano Russo e l’autodefinizione di «cozza», è l’appiglio ben oliato per le tirate moralistiche nascoste dietro al bonario rimbrotto che sono il pezzo forte di Storie Maledette.
Di fronte a quella Sabrina la Leosini può palesare comprensione, empatia non disgiunta da perculamento.
Guai, però, a tirare fuori la testa dal format.
«I più grandi amori si annunciano in un modo solo. Appena lo vedi dici: “Chi è questo stronzo?”».
«Sabrina lei lo ha pensato quando ha visto Ivano?».
«No».
«E si vede che non era un grande amore...».
 
Citazione, finto contraddittorio, fulmen in clausula, la formula ternaria che scandisce il ritmo narrativo leosiniano. Perfetta per essere spesa sui social network, dove i meme, che in teoria dovrebbero nascere per libera iniziativa della fandom, sono serviti predigeriti dal profilo ufficiale della trasmissione.
 
 
Purtroppo Franca non può interpretare allo stesso tempo sé stessa e l’interlocutrice (viene il sospetto che potendo lo farebbe in scioltezza) e talvolta le tocca contrastare timidi tentativi di riappropriazione della storia dal punto di vista del colpevole che lo show vende, senza mai mettere in pratica. Così la Misseri azzarda: «Non ho mai detto che fosse un grande amore», puntando dritta a uno dei nodi cruciali della narrazione del colpevole che le è stata assegnata da una sentenza passata in giudicato, l’inconsistenza del movente passionale.
 

Una porta da cui non si passa: la Leosini è brava – di quella bravura che scavalla il mestiere e diventa super potere, con annessa super responsabilità – e la stoppa subito: «Ci arriveremo per gradi». Che tradotto dal leosinese significa più o meno, “te lo farò dire solo quando e se io lo riterrò opportuno”.

Perché la Sabrina che rende credibile lo story-telling di Sarah scazzi-quei venti minuti per morire non è baldanzosa o puntigliosa, come lei stessa si è definita, solo patologicamente insicura, votata al «Dio Ivano».

Quella parte di lei ancora illusa di essere seduta davanti alla telecamera per poter offrire un diverso punto di vista ci prova. Racconta come è nata la storia del pizzaiolo-divinità, un cazzeggio, una presa in giro, un modo garbato, forse da infatuata non ricambiata, di dire al giovanotto (com’è, Franca, che quando uso io questo termine suono così blasé?) “non darti troppe arie”. Siccome ti credi chissà chi allora ti chiamerò “Dio Ivano”. Il particolare a chiunque altro sembrerebbe ghiotto, eppure Franca Leosini lo fa cadere, con un disappunto che manda Sabrina in smarrimento. Non ha capito, la Misseri, le regole del gioco, un rimprovero che in passato pare le abbia fatto anche la madre, rinfacciandole di aver pianto in aula.

 

Ci sono due modi di sottrarsi alla narrazione imposta dalla macchina del giallo: o la rifiuti, ti opponi, la sconfessi a ogni occasione, oppure la abbracci offrendo ciò che ti si chiede. Che non vuol dire restare fedele per sempre all’immagine originaria, piuttosto saperla cambiare a seconda dell’evoluzione del racconto che si è sviluppato attorno a essa. Neanche a dirlo solo in un caso sopravvivi.

Basta guardare gli scambi tra Franca e Cosima per comprendere il meccanismo: insomma, suggerisce la prima, tutto il processo ci ha fatto pensare che lei fosse la tipica donna brutale della Puglia («terra dolcissima e dura») e invece qui abbiamo una che pare uscita da genitori in Blue Jeans?

«Per come porto i capelli», incalza la seconda, «Io ho sempre detto: “Non voglio essere schiava della tinta”». Con un gesto fugace la Serrano sottolinea la capigliatura, fotografando il mood scelto dalla conduttrice e creando un ossimoro evidente: da un lato la modernità ideale della ragione e della misura, incarnata dal tipico look finto demodé della Leosini, dall’altro la razionalità terra-terra della condannata, che fa la moderna, offrendo l’ennesimo esempio della furbizia contadina che per l’accusa è alla base del suo coinvolgimento nel delitto.

 

La puntata sul giallo di Avetrana, come quasi tutti gli episodi della serie, potrebbe essere analizzata solo sulla base della contrapposizione degli outfit, del codice di abbigliamento.

Con il suo spezzato casual-basic Cosima può giocare quanto vuole alla mamma del terzo millennio, è un cambio-abito temporaneo, per offrire pepe allo spettatore e lasciare inalterata l’immagine che la Leosini ha scelto per lei.

Se la “sfinge di Avetrana” rivendica una sana vita sessuale con il marito Michele («non eravamo malati o senza forze»), Franca chiosa deliziata: «Beh la vita inizia e comincia a letto». Una schermaglia pura e semplice, alleggerimento per aprire la strada ad affondi macabri a effetto.

Storie Maledette viene presentato come l’antidoto alla tv spazzatura dei processi mediatici ma ne contiene la versione più estrema. Se in Quarto Grado assistiamo alla pantomima del contraddittorio, con gli esperti che duellano e la contrapposizione tra colpevolisti e innocentisti, qui non si va oltre il processo inquisitorio. Franca Leosini è accusa, difesa, giudice e giuria.

Le storie che promette di restituire alla voce di chi le ha vissute, dalla parte del cattivo, restano sempre nelle sue mani.

 

 

Scolpite nel librone che sfoglia con consumata teatralità. Rilegato con gli anelli, sottolineato in mille colori fluo, sembra uscito dallo zainetto di una matricola universitaria eppure nelle mani di Franca diventa ciò che nel gergo degli sceneggiatori è la “bibbia dei personaggi”.

Tutto ciò che i protagonisti di Storie Maledette possono e devono essere è lì, dove la conduttrice va a pescare, mescolando in maniera furbesca elementi fattuali e interpretazioni, citazioni dalle carte giudiziarie e sciarade linguistiche che mandano in visibilio i fan e sono ormai elemento imprescindibile del format.

 

«Al di là di spianare crateri di cellulite sulle cosce delle belle signore di Avetrana, che vita faceva lei? [Sabrina Misseri, n.d.r.]».

«Sembra che a muovere le mani con efficacia terapeutica fosse anche Ivano Russo...».

«Suo marito [Michele Misseri, n.d.r.] non dà l’idea di un acuto pensatore».

«Lei [Cosima Serrano, n.d.r.] con quattro dita di una mano, ha messo a tacere Michele. Lo ha spento come si spegne un moccolo di candela».

«Vivere nella stessa cella con sua madre [e con sua figlia, la stessa domanda è stata fatta a Cosima, n.d.r.] è un conforto o un aggravio di pena?».

 

 

Umorismo ammiccante che sdogana informazioni non confermate e pura e semplice crudeltà, attraverso un modus interiorizzato tanto dalla conduttrice quanto dal pubblico: con l’ironia e l’autoironia si può dire tutto senza assumersene la responsabilità, immergersi in ogni contraddizione evitando il dovere di affrontarla o, – giammai! – di sanarla.

 

 

Umiliazioni gratuite non diventano più accettabili perché pronunciate con garbo, senso dello spettacolo e perfetta scelta del tempo comico.

Il fatto che siano riservate a uomini e donne che hanno sperimentato o inflitto grandi dolori e impensabili violenze le rende solo più gravi.

Nella puntata a lei dedicata, Sarah («con l’h perché fa elegante e piaceva alla mamma che è devota di Geova») viene dipinta fin dai primi fotogrammi come il piccolo angelo che aveva biondi perfino i sogni e che è volata su «così leggera che nemmeno sono servite le ali per sistemarsi tra quegli angeli che sono certo biondi e puri come lei».

 

Ha perso il diritto a una storia personale ed è un’icona vuota, di cui chiunque – e quindi anche la Leosini – ha il diritto di appropriarsi.

La sua storia è impensabile senza la nera vicenda delle donne che per la giustizia l’hanno uccisa, Sabrina e Cosima. Nella battaglia tra storyteller chiamata processo penale, dove testimoni, esperti, avvocati – e solo in ultimo l’imputato – offrono il proprio racconto, le loro sono storie maledette perché sono le storie di chi ha perso. Eppure restano persone che hanno diritto a raccontare e raccontarsi, come la giornalista-giudice e noi che facciamo parte del pubblico.

 

Della prima parte dell’episodio già cult su Cosima e Sabrina non riesco a superare il passaggio in cui la Leosini, con un sorrisetto ammiccante, dice a una ragazza condannata al fine pena mai: «Mi piace che lei parli al presente».

Non trovo né buffo né ironico che Sabrina Misseri si comporti come se ancora fosse una persona reale, che conserva desideri, piaceri e persino quelle abitudini che, dall’interno di una cella, non può esercitare e nemmeno estirpare, in quanto fanno parte del suo modo di essere.

Esiste ancora nel carcere di Taranto una giovane donna e quella giovane donna odia i posti affollati e ama andare al pub.

Vive, anche i “maledetti” vivono, non solo nell’ora d’aria televisiva che amiamo concederle, nella retorica della speranza e della “luce nel buio” con cui, nel finale, la conduttrice di Rai3 cerca di prospettarle una redenzione a venire, dove il futuro avrà bruciato «i migliori anni della sua esistenza».

Quando retwittiamo le “perle di Franca Leosini” cerchiamo di ricordarlo.

E, già che ci siamo, #diciamo una volta per tutte: i tweet sull’italiano stentato di Cosima Serrano o le cotte senza speranza di Sabrina Misseri sono la pietra tombale della nostra capacità di analisi. Mentre assistiamo alla ricostruzione di uno dei processi più mostruosi degli ultimi anni, che getta una luce sinistra su tutta la macchina penale, l’unica cosa che ci preme è fare a gara di simpatia.

 

Una risata (a denti stretti) ci ha già seppelliti vivi.

I killer siamo noi.

Franca, manchi solo tu.