Mario non lo saprà

12 May, 2017 - 10:33
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Mario non lo saprà e forse è meglio così. L’avrà ascoltata mille volte quella traccia gracchiante incisa su una musicassetta, e ogni volta si emozionava. Occhi lucidi e sognanti persi tra le note.

Mario se n’è andato due anni fa. Sette giorni dopo l’uscita de Il tenore partigiano, tre giorni dopo averlo finito di leggere.

Era costretto a letto, novantaquattro anni e tanti acciacchi. La testa però sempre lucidissima.

Gli portai una copia del libro a casa, volle la dedica. Mi chiamò due giorni dopo: “Mi hai fatto commuovere, mannaggia a te”.

Non sapeva che tra le righe della vita del cugino Nicola Stame, cantante lirico e militante di Bandiera Rossa, comandante di zona a Roma durante l’occupazione tedesca, ci fosse anche un capitolo dedicato a lui che l’8 settembre scelse di svestire la divisa militare, aggregandosi ad alcune bande partigiane sull’Appennino marchigiano.

Da dieci anni aspettava paziente che il mio lavoro di ricerca potesse sfociare in una pubblicazione. Grazie a lui è iniziato il mio lungo viaggio sulle tracce di Stame. Non mi ha mai chiesto di leggere qualche bozza, soltanto mi spronava a far presto: “Oh! Io prima che muoio io lo voglio vedere ‘sto libro”, ripeteva a mo’ di rimbrotto e un po’ per esorcizzare quel pensiero.

 

La memoria umana è per sua natura fallibile. Nel ricostruire l’attività del combattente Nicola Stame è stato necessario filtrare in maniera critica ricordi e aneddoti familiari, di una memoria che non poteva e non può essere neutrale, soprattutto di fronte ad avvenimenti così laceranti e a scelte fortemente identitarie. La scelta dell’antifascismo militante, di appartenenza al consesso degli “uomini”, per citare lo scritto di Elio Vittorini.

Ma questa vicenda non ha a che fare con una monumentalizzazione della memoria legata all’eroe che paga con la morte l’adesione ai suoi ideali, né con una memoria che non ha passato il vaglio delle fonti. Questo nuovo capitolo del tenore partigiano è il frutto di una ricerca storiografica che mai deve fermarsi, come consiglia sempre lo storico Alessandro Portelli, autore de L’ordine è gia stato eseguito. Una ricerca che in molti casi segue percorsi non ufficiali o accademici. Questa è una vicenda che ha portato a scoprire a distanza di tempo che non era la memoria ad essere fallata, ma la fonte stessa: un disco a 78 giri con su impresso il nome di Nicola Stame, incise alcune arie del Trovatore di Verdi.

 

Il bel canto che emozionava Mario Napolitano non è del tenore nato a Foggia e morto nell’eccidio nazifascista delle Fosse Ardeatine. Innegabile il valore simbolico di una voce che riecheggiava dalla cave di pozzolana a distanza di oltre settant’anni, la sua grande forza emotiva, la capacità di produrre empatia.

La novità  arriva via mail, mittente un appassionato di musica lirica. Destinatario è Romeo, un pensionato del poligrafico di Foggia, curatore di un blog di storia locale. Mi aveva chiesto di poter pubblicare un capitolo de Il tenore partigiano, allargando la ricerca alle memorie legate ai bombardamenti che distrussero la città nell’estate 1943. Aveva anche montato un video con la voce fino ad allora attribuita a Stame, le immagini tratte da Rappresaglia, il film diretto nel 1973 da George Cosmatos, con interpreti Marcello Mastroianni e Richard Burton. La scena scelta è quella del tragico appello delle vittime designate, che scendono dai camion tedeschi per entrare nel budello delle cave di ardeatina. Tra i pochi nomi citati casualità vuole che nel copione e sulla pellicola c’è Nicola Stame.

 

“In realtà l'incisione della cabaletta Di quella pira che si sente nel video non è di Nicola Stame - si legge nella mail che riceve il gestore del blog Foggiaracconta - ma quella incisa da La voce del padrone (HMV - Gramophone) il 10 agosto 1928, con il tenore Aureliano Pertile nei panni di Manrico, affiancato dal soprano Emma Lattuada (Leonora) e dal tenore Giuseppe Nessi (Ruiz), con la direzione di Carlo Sabajno alla guida di strumentisti e coristi del Teatro Alla Scala”.

 

Aureliano Pertile da Montagnana, Padova classe 1885, definito “il tenore di Toscanini”, che lo volle per interpretare Mefistofele alla Scala, un sodalizio che proseguì negli anni. Non raggiunse il successo di pubblico di un Enrico Caruso o Beniamino Gigli, ma fu amato dalla critica per la sua eccelsa tecnica interpretativa e l’attitudine scenica. Un recitar cantando così unico che nel tempo è diventato un metodo di canto universalmente studiato. Per il tenore Placido Domingo, Pertile è “uno dei pochi artisti del primo '900 tuttora veramente moderni”. Mario del Monaco riteneva che - ancor prima che a Maria Callas - proprio a Pertile si dovesse la riscoperta dello stile recitativo. Lasciò le scene nell’anno della Liberazione per dedicarsi all’insegnamento nel Conservatorio di Milano. Morì a 67 anni. Sua era la voce che emozionava Mario Napolitano e erroneamente attribuita a Stame.

 

Nessuna fonte è muta, nessuna parla chiaramente, recita una delle regole della ricerca storiografica. Calza bene per descrivere la storia del 78 giri con su incise le arie del Trovatore.

 

 

A questo link è possibile ascoltare Aureliano Pertile che interpreta Di quella pira.