La sfida di Luca Pisapia ai luoghi comuni sul calcio - Lorenzo Zacchetti da "Affari italiani"

12 September, 2018 - 13:40
autore/i: 
Lorenzo Zacchetti
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Contestare il calcio moderno non ha senso, perché il calcio è sempre stato al servizio del capitalismo e dei poteri costituiti.

 

Questa è la tesi di fondo di Uccidi Paul Breitner, una posizione non calata dall'alto attraverso un approccio saggistico, ma che man mano avvolge il lettore e finisce col metterne in discussione le convinzioni. Il filo del discorso segue parabole che somigliano al “tiqui-taca” del Barcellona o, per restare nell’epoca dei classici, all’ordinatissima confusione del “calcio totale” olandese. Per poi andare a segno.

 

Questo perché Pisapia, pur essendo giornalista, sceglie un approccio narrativo particolare, raccontando fatti storici e in parte già ben conosciuti, ma attraverso lo strumento della finzione. Uno stile non nuovo, ma interpretato in maniera egregia attraverso tre campionati del mondo come pietre miliari nella storia del calcio moderno: Argentina 1978 è, ovviamente, lo spunto che meglio descrive il rapporto tra calcio e potere, USA 1994 ci introduce dei meandri della llaison tra calcio e media e Brasile 2014 diventa un lungo tunnel nel quale si collocano gli aspetti meno commendevoli delle relazioni pericolose tra il pallone e l’economia.

 

Si passa con disinvoltura da evidenti riferimenti a fatti storici, come i dissidi interni alla Fifa e i successivi scandali, a suggestioni lasciate in sospeso, come il fatto che la campagna “No al calcio moderno” potrebbe il frutto di una macchinazione dell’estabilishment, per nascondere i veri punti dolenti nella gestione dello sport che più di ogni altro è capace di genere consenso, guadagno e potere.

 

Il calcio d’inizio lo batte Arcadio Lopez, un misterioso protagonista delle vicende argentine che nell’avanzare dei capitoli svelerà la sua vera identità, poi entrano in gioco anche Italo Allodi, Bill Shankly e ovviamente Paul Breitner.

Quello che per molti è “solo” l’autore del gol della bandiera per la Germania Ovest nella finale che incoronato gli azzurri campioni del mondo 1982 è in realtà una figura-chiave nel complesso rapporto tra calcio e ideologia politica.

 

Un rapporto nel quale non tutto è quello che sembra, soprattutto in una visione iconoclasta come quella scelta da Pisapia, che nella sua partita contro i luoghi comuni assegna un ruolo particolare al grande campione tedesco che inneggiava a Marx e Mao, pur giocando senza problemi nel Real Madrid con la sua tradizione franchista e la sua tifoseria di estrema destra.

 

L’operazione è a volte difficile (come testimonia il quarto capitolo che funge in pratica da “guida alla lettura” dei precedenti), ma senza dubbio affascinante. Il bambino che esulta per il gol di Baggio contro la Nigeria in un contesto desertico racconta da un innovativo punto di vista una dei quelle immagini di scena date in pasto alle televisioni e già abbondantemente masticate dal pubblico. Il collante tra le varie scene sono però i “dietro le quinte” con agenti e faccendieri dei quali non si fatica ad immaginare una trasposizione cinematografica, essendo raccontati con una dignità pienamente romanzesca.

 

E, soprattutto, con una verosimiglianza che chiunque conosca un po’ il calcio - anche al di sotto delle sue facciate dorate - non può che cogliere.

 

Da Affari italiani