Il ritmo interno dello scoop

«Ti ho lasciato le prime otto pagine vuote, da riempire con i grandi classici: Yara, Elena, Guerrina, Trifone & Teresa. Non ho la minima idea di cosa scriveremo, ma tanto qualcosa ci inventeremo…»

 

Ecco come si chiudeva la consueta riunione di redazione telefonica con Senpai, il mio “caporedattore informale”, colui che mi ha insegnato a scrivere ad altezza tabloid. Un’enorme voragine nella sezione portante del timone, vissuta da entrambi con relativa tranquillità.

 

Non è il redattore a scegliere i grandi classici, nemmeno uno esperto come Senpai. S’impongono da soli e se il pubblico li brama occorrerà trovare il modo di raccontarne gli sviluppi. Ogni maledetto numero, anche se non c’è uno straccio di fatto-notizia nuovo a disposizione. In questo il format fa da salvagente, perché permette di affidarsi a una serie di griglie narrative rodate, per trasformare un caso senza colpi di scena in una miniera di nuove ipotesi investigative. Basta inserirlo in un contenitore già conosciuto dal pubblico – “piccoli angeli”, “mamma-mostro”, “zio orco”, “rom-rubabambini – e sfruttarne le regole interne. Per dire: il piccolo angelo, sette volte su dieci, è vittima di una mamma-mostro, ma nemmeno l’ipotesi dell’orco nascosto in casa è da sottovalutare, ma prima, per sicurezza, meglio fare una visita al campo nomadi più vicino. E così via, ogni format un nuovo scoop passeggero. Almeno quattro edizioni scritte senza battere ciglio.

 

Cambiano i personaggi, variano leggermente le trame, ma il ritmo interno dello scoop resta costante. Avete presente il senso di nauseante déjà-vu che prende alla gola quando in televisione parlano del giallo del momento? La sensazione di sentir replicare mille volte la stessa storia, con l’immutato corredo di inutili polemiche? Non si tratta di una reazione soggettiva. Le storie sono miliardi, il racconto è sempre lo stesso e segue il metodo investigativo classico. Si parte da una pietra miliare, «non lasciamo intentata nessuna pista», procedendo per esclusione. Nella mia esperienza l’agenda dei colpi di scena ha uno sviluppo preciso, si dipana dal pianerottolo al complottismo su scala globale, in ordine di visibilità mediatica decrescente. Basta individuare quale puntata è in corso per capire se un giallo che sembra furoreggiare stia arrivando al capolinea o debba ancora raggiungere il top.

 

Quando aprivo un nuovo file nella sezione grandi classici partivo sempre dalla porta di casa. Nei gialli televisivi i familiari delle vittime sono i primi sospettati e niente solletica di più il lettore di un parente addoloratissimo che sotto sotto non la racconta giusta. Anche quando l’evidenza dei fatti suggerirebbe il contrario, una ravanata nei panni sporchi del nucleo familiare è una tappa obbligata. Il vantaggio della pista domestica sta nel non dover mai approfondire il movente. Basta citare qualche litigio di troppo orecchiato dai vicini impiccioni, insinuare il dubbio del tradimento o l’ipotesi di tensioni legate a questioni economiche irrisolte. Tutte situazioni che fanno parte del vissuto di ogni famiglia, persino della più armoniosa.

 

Alcuni casi si prestano meglio di altri all’indagine dal buco della serratura. La scomparsa della madre di famiglia e il rapimento o l’omicidio di minori sono tra questi. Prima di diventare un dramma familiare, il caso Scazzi si era strutturato come un reality talk, dove la gente va a discutere vicende private di fronte a mezza nazione. Era già disponibile un corposo faldone pubblico di scheletri nell’armadio dei Misseri e degli Scazzi, pronto per essere intestato alla voce “parenti assassini”.

 

La riservatezza dei Gambirasio, sempre restii a concedere informazioni sensibili sulla figlia e la vita in casa, ha reso difficile la penetrazione del sospetto domestico nell’omicidio di Brembate. Nonostante ciò a intervalli regolari qualcuno ha provato comunque a sfondare il muro del movente familiare. L’ultimo è stato Giuseppe Bossetti. Al processo ha raccontato il suo incontro con il padre di Yara, Fulvio Gambirasio, avvenuto nei primi giorni delle ricerche della ragazzina, all’interno di un cantiere dove entrambi si trovavano per motivi professionali. «C’erano ancora le gazzelle dei carabinieri in giro a cercare la figlia e lui era al lavoro» ha ricordato Bossetti, con uno sviluppo narrativo inappuntabile. «Io sarei andato in giro con i carabinieri e la protezione civile a cercare mia figlia. Mia figlia è mia figlia, al diavolo il lavoro. Ho pensato: “Questo non è un papà normale”».

 

Al suo posto io mi sarei mossa allo stesso modo, utilizzando il know how trasmessomi da Senpai: «Se vuoi che le nonne si sollevino contro un padre di famiglia, non puntare troppo in alto». «Hai bisogno che pensino che sia colpevole? Non devi dire: “Ha fatto queste cose brutte” anche perché quello ti fa causa, ti rovina. Prendi di mira comportamenti banali, ma che presentano qualche stranezza. Le signore perdonano un omicidio, ma non sopportano l’originalità. “Se non si prende il disturbo di sembrare normale in pubblico” pensano, “se nemmeno si sforza, come noialtre, di stare dietro a quello che pensa la gente, allora è un uomo capace di tutto, anche di uccidere la moglie o la figlia”». Perchè chi può credere che le tapine siano davvero fuggite da sole?

 

In Italia è difficile accettare l’idea che una donna abbandoni il marito e i figli rinunciando alla sua missione da focolare. D’istinto pensiamo alla mamma come a colei che porta il peso della casa. Se c’è una frattura, la prima ipotesi è che l’abbia subita, non cercata. Roberta Ragusa ed Elena Ceste, per esempio. Entrambe erano imprigionate in un matrimonio infelice, con un marito che le tradiva o le faceva sentire prive di valore. Tagliare i ponti e dire addio ai loro uomini sarebbe stato sano, saggio, salutare. Eppure sono rimaste sotto il tetto coniugale. La cosa più normale, nella loro situazione. Quando sono scomparse nessuno ha creduto che fossero andate via di casa di loro volontà.

 

Le donne di casa – e le mamme da noi lo sono tutte – hanno molte più probabilità di cadere vittime della violenza dei loro legittimi compagni che di incontrare un infausto destino per mano di un estraneo conosciuto fuori. Lo dicono le statistiche, ma non sono i numeri a convincere. Ci piace pensarle rannicchiate nel lettone, mentre combattono l’ennesima emicrania avvolte in un vecchio accappatoio (l’ultima immagine di Elena, secondo il marito). O alle prese con una pila di panni da stirare a tarda sera (l’attività di Roberta prima di svanire nel nulla, in base alla testimonianza del consorte), con l’unica compagnia del russare dell’uomo con cui si deve stare in “ricchezza & povertà”, stravaccato sul divano.

 

Passivo-aggressive, forse, di certo non avventurose. In questo simili alle bambine rapite, come Denise e Angela, o alle ragazzine assassinate, rappresentate da Sara e Yara. Sognavano di fuggire lontano, restavano sempre un passo troppo vicino ai loro orchi. Più forte della paura era il desiderio di una famiglia e di una vita come quella di tutti. Per questo la versione di Michele Buoninconti non ci ha mai convinto. Nonostante il suo gran parlare dei presunti amanti di Elena, tutti potenziali assassini, e le ripetute dichiarazioni d’amore per la vittima, si ostinava a ostentare un comportamento sopra le righe.

 

Nelle intercettazioni ambientali e nelle interviste ai giornalisti si mostrava aggressivo e rigido e questo si poteva anche perdonare. Non appena osava toccare le corde del sarcasmo si aggiudicava subito l’aura del colpevole. Nessuno dovrebbe definire la moglie morta «un mucchietto d’ossa». Perlomeno nessuno che speri di farla franca. Buoninconti – su questo l’accusa ha ragione – si è sempre fregato con le piccole cose. Ho scritto molti pezzi basati sul profiling psicologico di Michele e analisi dettagliate che lo inchiodavano come colpevole in base alle perizie telefoniche e scientifiche. Niente si è rivelato efficace come il racconto di lui che bussa alla porta della vicina, implorandola di aiutarlo a cercare la moglie sparita. Dopo aver trascinato la signora in ogni angolo della casa le mostra, di sua iniziativa, il bagagliaio della macchina: «Vedi? Non è nemmeno qui!». Una deviazione dalla normalità che, se pure non vale un indizio in tribunale, brilla nell’agone mediatico.

 

E che dire del marito di Roberta Ragusa, Antonio Logli? Per la corte d’assise delle nonne ha firmato la condanna all’ergastolo nel momento in cui è andato a convivere con la sua giovane amante nella casa dove ha cresciuto due figli con la consorte scomparsa. Un plotone di attempate Cal Lightman, l’esperto di comunicazione non verbale della serie Lie to me, si è infervorato davanti all’espressione sfoggiata da Logli mentre veniva letta la sentenza di non luogo a procedere per la sua imputazione nell’omicidio della Ragusa. Non lacrime o gioia incontenibile, che sarebbero state comprensibili, ma un ghigno degno dello Stregatto di Alice nel Paese delle meraviglie, che a stento sembrava trattenersi dal gridare a giudici e giornalisti: «Ve l’ho fatta!». Più che una micro espressione, tratto di mimica facciale rivelatore che spunta non trattenuto all’interno di un’espressione studiata, una maschera al contrario, portata con baldanza.

 

E non c’è peggior bugiardo di chi non vuol mentire.

 

Le bugie non dette pesavano come quelle smascherate. Inventare, per me e Senpai, era sostanzialmente questo: lavorare in negativo, partendo dalle prove che non avevamo, dalle verità che non erano state dette. La ragione era figlia del sistema produttivo della Rete, il nostro network professionale autogestito. Non avevamo contatti da chiamare per accedere alle carte dei processi o alle perizie, magari in anteprima. Non eravamo pagati abbastanza per andare in giro a cercare storie, intervistare testimoni e persone coinvolte. Per ovvie ragioni non potevamo scopiazzare gli scoop delle riviste con più mezzi. Dovevamo essere diversamente giornalistici, lavorare di inventiva.

 

«Sento che sei a disagio, invece devi essere orgogliosa di ciò che facciamo» mi ricordava a intervalli regolari Senpai. «Non siamo spacciatori di bufale, come tanti altri. Siamo più bravi degli altri a trarre deduzioni incredibili dalla piatta realtà dei fatti». Suonava bene ed era persino vero. Tra le informazioni circolate su un delitto scovavamo quella più trascurata e ne traevamo il numero limite di ipotesi investigative. Il codice prendeva un dato inutile e grezzo e lo faceva brillare, in un’esplosione narrativa che non era gemella dell’indagine giornalistica, ma perlomeno una cugina di secondo grado con una remota somiglianza.

 

Siccome a questo gioco del codice eravamo sempre in partita, le nostre invenzioni venivano prese maledettamente sul serio… (1. Continua…)

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Tabloid Inferno. Confessioni di una cronista di Nera è un saggio sotto forma di autofiction, il diario umano e il vademecum professionale di una giornalista freelance al servizio della stampa nera & scollacciata di serie Z. Questa lezione è la prima di tre tracce extra, complementari alla narrazione principale che arriverà in libreria il 22 settembre 2016. La prossima traccia, Volevo essere Rob Brezsny, sarà rilasciata la prossima settimana.