Corpi indocili assetati di passione - Alessandra Pigliaru da "il manifesto"

15 September, 2016 - 14:48
autore/i: 
Alessandra Pigliaru
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Il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa», così Susan Sontag nel 1979 in un libro ormai divenuto un classico, Malattia come metafora, definiva una condizione, anzitutto la propria, che a un certo punto capita di vivere. Zona oscura, lavorio umbratile che cammina accanto e che un giorno sorprende, oppure già un percorso, dipende e ci fa dipendere da qualcosa e qualcuno che è fuori di noi; molte sono state le scritture dedicate al tema della malattia, elemento scomodo o rimosso attraverso metafore di flagelli, vendette, scandali o anche narrazioni di sé e del proprio sentire privato. Sta di fatto che l’immaginario che viene costruito dal discorso pubblico intorno alla malattia è spesso mitologico e non fornisce la realtà.
 
Settantadue, il libro di Simone Pieranni edito di recente per Alegre (pp. 245, euro 16) e che porta l’eloquente sottotitolo di #dialisicriminale (in hashtag, quindi virale in potenza), vuole fare ritorno alla realtà e alla sua poetica dei contrasti. Settantadue sono i giorni che l’autore e protagonista del libro ha trascorso in dialisi nell’arco di tre anni, 1728 ore, dieci settimane. Tante o poche appartengono alla conta esatta che fa guardare il mondo in maniera diversa, non c’è un «prima», si può solo andare avanti.
 
«Dire, fare, baciare. Salvare la vita», l’incipit è veritiero a rappresentare ciò che l’autore ci autorizza a scoprire: si può afferrare il proprio lato notturno per calarcisi in profondità, fino a ciò che egli stesso chiama «origine»; mentre quella cittadinanza più onerosa che prima o poi chiunque acquisisce – secondo Sontag – resta qui come uno strappo ingiusto, in forma di nomadismo, per concedersi il privilegio di non essere più punibile, rintracciabile e perseguibile di quanto già lo sia.
 
Tra il memoir e il reportage, Settantadue è narrazione autobiografica con la precisione dell’inchiesta e la perfezione tenue di uno haiku. La posta in gioco è infatti alta: o tutto o niente, in un doppio passo che prima spasima per la forza di una ricerca delle proprie radici, e poi plana – lento – dopo tanto vagare in un approdo sicuro. I luoghi, principalmente tra Genova, Roma e Shanghai ma anch’essi mobili, si mescolano, così i piani sapientemente dosati e i registri linguistici. Se il rapporto con la macchina per la dialisi – con cui l’autore entra in contatto tre volte alla settimana – è balia asciutta che gli ricorda un’eredità senza sconti, i paraggi della perdita paterna – come i frammenti dei suoi discorsi amorosi – sono invece distopici. Mettere in scena il corpo allora è darsi la possibilità di osservare la propria anatomia, soggettiva e politica, i paradossi di un’allusione alla norma che si disfa continuamente, ai limiti della sopportazione.
 
Dalla fistola all’aneurisma alla descrizione di reni policistici con relativi livelli di fosforo e azotemia, creatinina e sodio, la maggior parte delle persone non ha la minima idea di cosa sia la dialisi, questo è il primo dato. Che l’autore sappia invece di cosa sta parlando, che descriva non una dialisi qualsiasi ma quella propria e di chi gli sta accanto è il motivo di una scrittura credibile, competente ed emozionante. La circospezione con cui Pieranni si ausculta mentre viene sottoposto alla «pulizia» dialitica diviene la disciplina di sé, di ciò che funziona o che bisogna tarare meglio ma è anche misura dell’abbandono che si ripete, talmente verticale da essere difficilmente integrabile.
 
La sete, argomento in apparenza banale per chi trova un legame scontato tra un bisogno e il suo immediato soddisfacimento, è languore centrale, ulteriore, che pervade l’intero testo. È l’acqua in più che l’autore – in quanto dialitico – non può permettersi di accumulare e tuttavia una scarsità, del quasi niente, che Pieranni trasla in un desiderio di giustizia che spesso emerge non per singolare deprivazione ma per quel che osserva fuori di sé. È forse un modo per rappresentare la peregrinazione di questo presente? Cercare dimora e trovarla solo in un’anomalia per poi invece un bel giorno avvertire che si può stare almeno in due? In Settantadue, l’essere insieme sta nelle mani di Mara, che sia una o molte ha poca importanza perché ciò che vede lo scrittore in lei fa da unico contraltare umano alla disinfezione macchinina, e tanto gli basta. Nella grande risorsa di riconoscersi vulnerabili, spesso inermi e sull’orlo di soccombere – per ciò che si ha e per quel che si ha quasi timore arrivi un giorno, un trapianto certo – Mara è tutti i nomi dell’amore conosciuto. Di qualcuno per cui, sembra esserne convinto Pieranni, si è disposti a crescere purché pensati con passione.
 
Amaro, fuori dai cliché attraverso cui sovente ci si autorappresenta sofferenti e quindi dotati di una sensibilità superiore alla media per non deludere la retorica della «docilità della malattia», il libro sceglie di dare invece voce alla rabbia e di farla fiorire, d’improvviso e senza compromessi, né morbosità. È chiaro che la sofferenza renda più edotti sulla condizione umana, tuttavia quel che si è imparato non lo si baratta certo a buon mercato, per questo il più delle volte resta al fondo, come un non detto da perlustrare per altre vie non esattamente esposte.
 
Ciò che invece si può fare è seguire il protagonista quando va alla ricerca di storie, recupera appunti, indizi e contatti che gli servono per il suo lavoro giornalistico di cui, al di là degli inserti di fiction, intendiamo il tenore. Fino a scoprire che a essere «fuorilegge» non è solo il reduce della banda della Magliana incontrato durante la dialisi e attraverso cui ricostruisce dinamiche urbane e malavitose ma – in senso più ampio – una intera comunità, che si mette in fila negli ospedali – qui come in Cina – per conquistare i margini sottratti da una ordinaria quotidianità. Gli intermezzi, frutto di invenzione o tratti da altre vicende letterarie, fanno il resto, per concludere che ciò che la pesantezza materica del corpo terrestre impone, la scrittura è capace di restituirci – trasformata in una liberazione che quando si inaugura difficilmente può essere arginata e arrestata. Allo stesso modo sembra che Simone Pieranni con Settantuade lo abbia intuito e per questo abbia trovato il posto per sé. Come dire, fare, baciare. E salvare la vita.