Al palo della morte

Storia di un omicidio in una periferia meticcia

Roma, nella testa di molti abitanti del centro, finisce al Pigneto. Per questo capita di sentire domande come: «Per andare a Tor Pignattara faccio il Raccordo?». Tanti romani non hanno idea di dove sia Tor Pignattara, non sanno che si trova proprio a due passi dal Pigneto e dai suoi aperitivi. Ogni quartiere col nome di una torre è già al Palo della morte.
Il Palo della morte. Così il personaggio interpretato da Carlo Verdone in Un sacco bello chiama il luogo di estrema periferia dove ha appuntamento con un amico titubante, per partire alla volta di Cracovia. Oggi, nel multiforme slang della capitale, indica un luogo remoto, in un imprecisato hinterland.
Tor Pignattara è un quartiere romano di confine, frontiera non soltanto urbanistica e sociale, ma anche culturale e immaginaria. È qui che negli ultimi giorni dell’estate 2014 viene ucciso Shahzad, giovane pakistano. Lo ammazza a calci e pugni un minorenne romano. Pochi giorni dopo, viene arrestato il padre del ragazzo. È accusato di concorso e istigazione all’omicidio.
La morte di Shahzad è il prologo di una stagione, quella dei pogrom razzisti nelle periferie romane, delle scoperte su Mafia Capitale, delle convulsioni politiche che scuoteranno a lungo la città. Come un artificiere con una bomba lasciata sul marciapiede, Giuliano Santoro fa brillare la vicenda di Shahzad – l'arrivo a Roma, la vita di stenti, la ricerca di conforto nella religione, il fatale giro in tondo che lo porta all'incontro col suo assassino – e ne insegue le schegge in ogni direzione. Da un caso di cronaca, seguito mentre refluiva nel tran tran di una città che ogni giorno rumina ben altro, si allarga un vortice che trascina nelle pagine migranti, sottoproletari, giovani precari, ronde per la “sicurezza”, neofascisti di ieri e di oggi, un'opinione pubblica ossessionata dal “degrado” e dal “decoro”... ma anche formidabili esperienze di meticciato e solidarietà.

 

Alle 23.43 di quel 18 settembre 2014, il 113 riceve una delle chiamate da via Pavoni: una signora alla finestra invoca l’intervento della polizia. «Per favore venite all’altezza del civico 80... 78 C... gli hanno dato botte a un ragazzo e perde... ha perso...». Questa telefonata contiene un dettaglio che consente di focalizzare meglio il quadro d’insieme. L’operatore risponde, e prima ancora che la persona che ha telefonato cominci a parlare sente «vociferare animatamente», poi distingue chiaramente la voce di un uomo che urla «A Cretino! A comunista di merda! A comunista di merda». […] È l’uomo che chiameremo Enzo, rivolto a Fiorenza e Ruggero, colpevoli di essersi intromessi e di aver intimato a suo figlio di smetterla di colpire Shahzad «Ci diceva che non era come noi, che non era una spia come noi, che noi siamo dei comunisti di merda e delle zecche e che saremmo dovuti tornare ai Parioli».