Al centro di una città antichissima

La storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise

Rosa Mordenti, Al centro di una città antichissima

Renato, partigiano e giornalista dell’Unità morto nel 1952 a trent’anni per mano della moglie Maria Luisa, è il nonno dell’autrice. Rosa ha amato molto sua nonna e non ha mai conosciuto suo nonno, anzi – proprio per questa storia indicibile – in famiglia non ne ha quasi mai sentito parlare.
Sessantacinque anni dopo, ne ricerca le tracce nei frammenti di memoria, frugando archivi, scrutando immagini, leggendo le carte di un processo che – proprio come sarebbe oggi – fu anche un processo mediatico. Colmando i vuoti con l’immaginazione e i sentimenti.
La sua è memoria familiare, ma non si trova dove di solito si trovano le storie dei nonni, cioè in casa, sta fuori: nelle strade di Roma, in qualche libro di quegli “strani comunisti romani” che furono protagonisti della Resistenza, in una scena del film Roma ore 11, nella storia di un giornale.
Una biografia incastrata dentro la Storia, di cui ci restituisce uno sguardo laterale e per questo più incalzante. Si tratta del percorso collettivo di una generazione di antifascisti che inizia nella guerra e nella dittatura passando per la lotta partigiana, la Liberazione e la Costituzione. Un momento in cui tutto sembrava possibile, fino alla sconfitta del Fronte popolare alle elezioni del ’48 e alla successiva normalizzazione, «che inizia sempre dal ritorno nelle case delle donne».
Quello che avete tra le mani – ci dice Alessandro Portelli nella prefazione al libro – è un lavoro «su come la memoria si rimuove e si confonde senza mai poterla cancellare del tutto, e su come il desiderio di conoscere e di conoscersi la resuscita e la ricompone (“rimembrare”) col cuore (“ricordare”) e con l’intelligenza (“rammentare”)».

 

Perciò ti ho visto correre con i tuoi compagni a rotta di collo lungo via Nazionale, inseguito dai soldati tedeschi che vi avevano fermato sulla strada; avevi le mani sporche di vernice e avevi vent’anni. Ti ho visto scavalcare quel cancello di ferro altissimo con la forza della disperazione, poi perdere la scarpa, nasconderti dietro un cespuglio o un albero o forse un muretto, aspettare il buio e che si calmassero il respiro e il cuore.
Ti ho visto, finalmente.
Perciò ora ti posso scrivere e ti scrivo per quello che posso. Seguo le tracce.