Al centro di un inferno antichissimo

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«Il nonno partigiano? Bene, Rosa, è un inizio, però manca qualcosa, di questi tempi l’avo resistente è inflazionato, ce l’hanno un po’ tutti.

Raccontami di più di lui, chi era, cosa faceva?»

«Senpai, io, per dirla tutta, non l’ho mai conosciuto… Era un giornalista, ha inventato la pagina sportiva dell’Unità»

«Giornalista all’Unità? Vabbè, sorvoleremo, anzi può funzionare questa cosa che hai seguito le sue orme… Ma non sono ancora contento. Ha per caso salvato un soldato tedesco, magari ha assassinato qualche fascista per vendetta? Sai i giornali vanno pazzi per questa cosa dei crimini partigiani…»

«Veramente è lui a essere stato ucciso dopo la guerra. Mia nonna gli ha sparato.»

«Partigiano, comunista e assassinato dalla moglie? Ah, l’avessi avuto io! Fammi indovinare: lei gli ha sparato per gelosia. Anzi, meglio, perché aveva un altro. O forse era lui a essere geloso ed è stata legittima difesa da femminicidio del tempo che fu!»

«Nessuna di queste cose»

«E allora perché gli ha sparato? Che tipo era tua nonna?»

«Era una nonna. Hai avuto la nonna tu?»

«Si capisce!»

«Allora sai di lei tutto quello che hai bisogno sapere»

 

La cronaca nera è storia che ha rinunciato alla memoria. Vive di testimonianze shock e rivelazioni tardive, sempre a caccia di verità individuali che non devono nulla alla complessità del reale. Quando si rapporta alla storia sceglie stratagemmi narrativi utili a riportare le grandi figure del passato (e con esse i fenomeni epocali) alla curiosità da pianerottolo, all’indignazione viscerale, alla diaristica pacificatoria e revisionista: Hitler fuggito in sud America ad allevare bambine bionde, i cuccioli del Duce, il gobbo del Quarticciolo, il mostro di Nerola e così via.

A raccontarla sono giornalisti scafati e disillusi che mescolano volutamente i grandi fatti e gli avvenimenti minuti, smarmellando i particolari per renderli paradigmatici e rimpicciolendo i contesti a sfondo colorito, equivalente dei costumi d’epoca e delle pettinature antiche nelle fiction in due puntate alla tv della sera. Alcuni vantano un collegamento diretto con la cronaca vintage che si impegnano a scrivere. Alla guida di un bus turistico del tempo trasportano il lettore alla scoperta di storie nere e antichi delitti, mantenendo un piede sul freno del presente e l’altro sull’acceleratore del ritorno al passato. Vengono a dipanare grandi misteri per conoscenza diretta, perché c’erano o erano presenti in interposta persona, attraverso genitori, avi, consanguinei o amici di famiglia. Di solito questi testimoni sono i peggiori, spacciano il pettegolezzo per investigazione e affogano i dati concreti con minuzie psicologiche e scenari ipotetici, gonfiati per rivendere una nuova sconcertate interpretazione.

 

Di chi sono le storie?

 

Rosa Mordenti è una giornalista di grande talento, non ha mai scritto di cronaca nera. Incamminandosi verso i “tragici avvenimenti” del 23 aprile del 1952 che sono Al centro di una città antichissima ha il bagaglio sgombro dei ferri del mestiere, per fare spazio a tante domande. Saprò raccontare questa storia? Ho diritto a raccontarla? «Di chi sono le storie?».

Appartengono a chi ne tira le fila o a chi le subisce, ai protagonisti o ai testimoni, a chi sceglie di tramandarle affinché gli sopravvivano, alimentando una non fiction personale e familiare, o a chi le eredita sotto forma di segreto inconfessabile, a chi le racconta per primo o a chi viene dopo tanti altri, a mettere la parola fine e a stabilire la versione “originale”?

Il cronista risponde a questi complessi interrogativi con una replica automatica: “La storia, ogni storia, mi appartiene”. «La storia è di chi gli serve» direbbe Senpai, «perciò zero dubbi cara Rosa e gambe in spalla attraverso le decadi a reclamare il posto che ti spetta.  Sei una testimone ereditaria, perciò esercita il suo sacrosanto diritto a scovare e brandire “quella verità ignorata” sepolta tra gli scheletri di famiglia».

E invece la storia che un po’ appartiene a Rosa e un po’ no è una storia indicibile. Lei stessa ne è venuta a conoscenza per caso. «Quando tua nonna era in carcere…» ha buttato lì suo padre durante un viaggio in macchina. E Rosa ha impiegato un po’ di tempo a far combaciare quelle due parole così distanti, nonna e carcere, che a nessuno verrebbe in mente di mettere insieme. «Quella volta che la dolce nonna ha ucciso il nonno» ha chiosato Il fatto quotidiano per titolare una bella recensione al suo libro. Perché da un innesco così è questo che uno del mestiere s’immagina. Io lo capisco, è la prima cosa che mi ha insegnato Senpai: «Il dramma va bene, ma non troppo» il lettore non deve girare pagina per eccesso di tristezza. «Pompiamo sulla nonna assassina, torta di mele al ripieno di rivoltella, echi di scazzi familiari che tutti hanno avuto in casa, arma da fuoco compresa. Il sapore della vita vissuta che toglie le ragnatele a una vicenda che ha sulle spalle sessantacinque primavere. Il titolo strappa una risata, aggancia il lettore e poi lo stende a colpi di aneddoti macabri e commoventi».

 

Il povero marito e l’indegna uxoricida

 

Con buona pace di Senpai, quella volta e altre ancora di aneddoti familiari su questa brutta, indicibile storia, Rosa ne ha avuti assai pochi. Non se ne parlava a casa, qualcuno tra i compagni di partito e i colleghi sapeva, alludeva, si offriva di raccontare chi era stato davvero quel nonno partigiano e comunista morto sulle scale di uno stabile signorile. Perché, quando la memoria personale e familiare subisce l’abbraccio della cronaca scompaiono anche le storie individuali e quella della vittima per prima. Il nonno di Rosa si chiamava Renato Mordenti. Se si prova a cercarlo tra le colonne dei giornali che ne raccontarono la morte e seguirono il processo a carico della donna che lo uccise, sua moglie Maria Luisa F. non si rinviene traccia dell’uomo descritto con stima e calore nell’immediatezza del delitto.

Svanito il «compagno disciplinato che sapeva lottare e superare le difficoltà, che studiava con passione le vie per portare sempre più avanti il proprio lavoro, che resisteva serenamente, sia con lo scherzo ironico che con la stretta tra i denti». C’è un prima, positivo, eroico, dove è didascalicamente «combattente giovane, audace e ostinato, della classe operaia» e un dopo, dove gli tocca essere «il povero Renato», «l’infelice», «il povero morto ingannato e tradito da una moglie che non esitava a raggiungere il suo amante in un albergo, che tentava di impedirgli di vedere i suoi figli, che preferiva i divertimenti e le frivolezze all’affetto cieco e assoluto che le offriva».

 

A definirlo è il cono d’ombra proiettato da Maria Luisa «una donna, una moglie, divenuta un’omicida». La narrazione costruita intorno a questa mantide del dopoguerra non ha niente da invidiare, in quanto a ferocia e tossicità, a quella di oggi. Maria Luisa è la donna «desiderosa di condurre una vita brillante piena di divertimenti» che «non si contentava della vita semplice e dell’affetto delle sue creature», che tenta comunque di sottrarre al padre, convinta di «poterli educare meglio perché ella era ricca, mentre Renato viveva del suo stipendio di funzionario di partito». «L’uxoricida elegantemente vestita di nero» che ha messo in atto «sotterfugi e raggiri» per ottenere la separazione e ha saputo «calcolare freddamente» il delitto per «riacquistare la libertà». Maria Luisa «moglie e madre indegna, prima ancora che uxoricida». Una definizione che ha fatto grippare la mia macchina del tempo personale, aprendo un varco spaziotemporale su Santa Croce di Camerina e la mamma-assassina Veronica Panarello. Colpevole (si legge nella sentenza di condanna a trent’anni) di aver ucciso il figlio Loris «in un crescendo di inesorabile forza distruttiva, simbolo di oppressione e di morte, di distruzione di parte di sé, del proprio sangue, e, in conclusione, di sé stessa e del suo ruolo di madre e di moglie».

 

Narrazioni tossiche d’antan

 

Lo ammetto, dopo aver letto Al centro di una città antichissima mi sono persa nelle pagine della cronaca di Roma dell’Unità tra il 1952, quando avvenne l’omicidio di Renato e il 1956, anno della condanna definitiva. Il lato oscuro della forza scorre ancora potente in me, tra resoconti di scioperi e rivendicazioni sindacali ho riconosciuto il sapore infernale di rubriche di «Cronaca piccola» («la casa del compagno Mauro è stata allietata dalla nascita di una bella pupa»), annunci per «DISFUNZIONI SESSUALI di qualsiasi origine – visite e cure prematrimoniali», riempitivi di colore («Carambola di macchine in via nomentana») e storie moraleggianti («Pietosa scena: Ex alpino sviene sulla scalinata del Vittoriano»). La mia preferita racconta di un ragazzino che «Fugge dalla colonia marina perché maltrattato dalle suore». L’ho girata a Senpai per clonarla e attualizzarla. Ha tutti gli ingredienti giusti.

 

«C’è un ragazzino che sta in colonia a Riccione…»

«Al mare, beato lui!»

«Sì, ma è a convitto dalle suore»

«E che ha fatto di male?»

«Niente infatti una notte prende e scappa, senza manco un soldo in tasca, per tornare a casa sua, a Roma»

«E le suore?»

«Zitte, non chiamano neanche i genitori, per paura dello scandalo»

«Mamma mia, promettimi che va a finire molto male»

«Eh no, perché mentre questo ragazzino vaga da solo incontra un bravo camionista, padre di famiglia, di certo con una forte coscienza di classe, che lo carica a bordo e gli offre perfino il caffellatte. Grazie a lui Marco (nome di fantasia) arriva sano e salvo da mamma e papà.»

«E i genitori, non fanno causa alle monache?»

«No, ma in fondo al cuore già sapevano, e infatti loro avrebbero voluto mandarlo al campo estivo delle compagne democratiche dell’Udi!»

«E perché è finito in convento?»

«Colpa del sindaco»

«Maledetta politica…»

 

Un mix invischiante e bonario dove è facile non lasciarsi andare all’indignazione che produce narrazioni palpitanti e super tossiche. Il racconto dell’omicidio di Renato, per esempio.

«Maria Luisa aveva acquistato la pistola con l’intento di adoperarla contro il marito pur di liberarsi di lui e il 23 aprile, quando quello sventurato provava ancora a convincerla a rinunciare alla separazione, ella mise in atto il suo proposito».

Ci fu la “solita” discussione.

«Renato scese le scale fino al portone (…) Nel frattempo la donna preparò la rivoltella – che era di difficile funzionamento (…) Quando fu pronta a sparare richiamò il marito (…) Quell’infelice, sperando che forse la moglie si fosse ravveduta, salì di corsa le scale e fu colpito in pieno petto e si abbatté sul pianerottolo dove lo abbandonarono peggio che fosse stato una bestia (…) Pensarono soltanto a salvare l’uxoricida e a preparare la linea di difesa».

Premeditazione, fredda ferocia nel portare a termine il delitto nonostante l’arma difettosa, furbizia nel richiamarlo a una riconciliazione (perché quella speranza in Renato qualcosa doveva pur averla instillata, no?), omissione di soccorso e di pietà. L’immagine straziante di un innamorato che corre verso la morte.

Fine della storia.

 

Maria Luisa e le donne perdute in casa

 

O meglio, fine di una storia. Maria Luisa sostenne la tesi della legittima difesa, raccontando prima che il colpo era partito durante una colluttazione con Renato, poi che lui aveva tentato di aggredire suo padre. “Chissà se la sua versione è stata riscontrata con attenzione, se tra i tanti testimoni qualcuno l’ha sostenuta con le sue dichiarazioni e cosa diceva l’autopsia sull’angolazione del proiettile e l’origine dello sparo”. Alla mia postazione lavorativa casalinga, dove sconto, lontana da Rosa e in questo a lei ancor più sorella, la solitudine «prima di tutto il resto, la conseguenza più grave e insopportabile nella vita di ciascuno» della evaporazione del lavoro da giornalista, mi perdo nella infinita proliferazione dei dubbi. Mi faccio tante domande sbagliate, vagheggio per la “mia” Maria Luisa forme di riscatto, verità alternative che non sembrano trovare appiglio e sono per questo ancora più seducenti. In fondo io resto una cronista e gli attrezzi del mestiere pesano nella mia bisaccia.

            Faccio passare il tempo, lascio che le domande superflue decantino. Seguo il ritmo lento e preciso di Rosa, cerco nel suo sguardo la via d’uscita dalla solitudine del cane sciolto, disposto a qualsiasi scorribanda.

Tra le pagine di una narrazione asciutta e densa conosco Renato, raccontato non attraverso foto sbiadite e lettere personali, bensì rivissuto tra le righe dei suoi pezzi rigorosi e appassionati, che ti fanno desiderare di aver assistito a eventi sportivi di un’altra epoca e di uno sport che ha cambiato pelle e sapore. Entro guidata da Rosa nel suo mondo di lotta, case abitate da ragazzi e ragazze decisi a cambiare il mondo, con grandi idee e bimbi cullati nei cassetti del comò. Mi ritrovo nel lavoro da giornalista “gregario” che ti ruba le forze e il sonno e alla fine, ma non solo per quello, unito all’amore che si perde per strada ti vede diverso da quello che eri. Non il povero infelice schiacciato da una moglie virago, ma un uomo che ha conosciuto altre storie, proprio come Maria Luisa, altri dolori, altre vite rispetto all’unica che il processo sembra accogliere, perché consumata nello spazio della famiglia regolare.

Conosco Renato e gli voglio bene grazie alla penna di Rosa, che con delicatezza gli ha scrostato di dosso la figurina di marito afflitto, figlia dell’affetto dei colleghi ma anche di una morale che impone alle donne fuori norma di rientrare nei ranghi o subire la pena col massimo delle aggravanti. Un’immagine vittimistica che riporta alla mente certi racconti di Cesare Giulio Viola che mi hanno obbligata a leggere al ginnasio, dove i figli pagano il fio delle madri fedifraghe, ossessionate dalla felicità personale o dallo status economico, e i padri vengono abbandonati all’umiliazione e alla vergogna incolpevole. A uno di questi, Pricò, è ispirato il film I bambini ci guardano di Vittorio De Sica, e tra le sue pagine la mamma fuggitiva, che spinge il marito al suicidio, per giustificare a sé stessa e al mondo la scelta di un abbandono “inconcepibile” fa la più tragica delle ammissioni: «Ho perduto il senso della casa».

Maria Luisa, separandosi da Renato, dichiara l’inizio di questo smarrimento e la chiusura di un altro, iniziato con il matrimonio. Di famiglia ebraica e benestante ha sposato un comunista senza un soldo che ha persino rifiutato un posto di lavoro sicuro presso il suocero e che nella famiglia di sua moglie non è mai stato davvero accolto. Lasciandolo Maria Luisa è tornata nei ranghi, a casa, dove, sono parole di Rosa, «si nasconde il pozzo più oscuro». In cambio ha ricevuto «una stanza nuova con mobili eleganti e un bagno tutto per sé, e poi l’attesa rappresaglia familiare e quotidiana di riprovazione, lamentele, ricatti, rancore, vittimismo, accuse, insulti, bugie, maledizioni».

Al centro di una città antichissima, dunque, c’è la storia di Renato e dell’ombra che si portava dietro forse da prima di Maria Luisa, c’è lui morto, ma conosciuto quando era vivo senza la retorica greve della «vita piena di energie recisa a trent’anni» messa in campo dai cronisti che si sono appropriati della sua storia. Che sono capaci solo di vederlo assassinato o nei segni anticipatori della fine, indirizzati a trasformare «di colpo una dolorosa storia di dissensi e incomprensioni famigliari in una tragedia». Ma è anche Maria Luisa, rintracciata nei vuoti di una memoria familiare intermittente e dolorosa, a ritrovare la sua storia e a negarla a chi, come me, non aspetta altro che strappargliela via, ancora una volta. A farsi amare senza lasciarsi conoscere.

Maria Luisa dopo la guerra, «ferocemente viva», ricondotta dalla normalizzazione alle miti pretese di una donna per bene, poi, in seguito alla separazione, sola nonostante avesse un altro uomo, alle prese con le conseguenze della resa alle aspettative familiari e sociali, e infine in carcere, ad affrontare un altro orrore indicibile. «Non so come mia nonna sia potuta sopravvivere alla colpa, all’orrore, al processo, alla galera, al dolore, al rimorso, ai rimpianti, allo sguardo dei suoi figli».

«Lo ha fatto, per fortuna» scrive Rosa e in queste poche righe c’è la forza di chi sa mettersi al servizio di una storia senza pretendere di possederla. Scegliendo con lucida consapevolezza solo i mezzi necessari.

Nessuna immaginaria ricostruzione della vita in carcere, piuttosto affidata al mezzo cinematografico di Nella città l’inferno di Renato Castellani.

Porta sbarrata ai ricordi dei bambini, l’escamotage più triviale del cronista a caccia di pathos.

Fuori campo, se non per pochi accenni processuali, il terzo uomo, l’amante che avrebbe potuto attivare chissà quante narrazioni a discolpa o divagazioni giallo-rosa.

L’omicidio, nudo e crudo, privo di qualsiasi scappatoia revisionista.

E poi, dopo, solo Lisa, la nonna dalle collane tintinnanti e i regali inopportuni, allergica alle sbarre alla finestra, irrequieta come il camper perennemente parcheggiato male.

Una narrazione che non commuove, al centro di un’opera che smuove mille storie senza imprigionarne nessuna.